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Archive for the ‘rivoluzione’ Category

È inevitabile, se da qualche parte vedo “Nicaragua” non posso non approfondire, non leggere più in dettaglio di che aspetto si tratti del Paese, di come si presenta, con che spirito, con quanta superficialità o attenzione. E quindi necessariamente ho cliccato sul titolo nel sito del Corriere della Sera che diceva “Nicaragua: 1.700 bambini salvi grazie a due poeti”. Ripropongo l’articolo, a firma di Salvatore Giannella, in quanto … parla di Nicaragua, di Cardenal, di rivoluzione e di poesia.

Aggiungo un’informazione importante: l’ospedale pediatrico La Mascota di Managua di cui si parla è uno dei partner nei progetti che l’associazione ticinese AMCA ha in Nicaragua (www.amca.ch).

Grazie a due grandi poeti nicaraguensi, e all’aiuto ricevuto da medici italiani, oggi vivono in Nicaragua 1700 bambini e ragazzi affetti da leucemia o tumori, che sono stati trattati con successo nel Centro di emato-oncologia pediatrica La Mascota di Managua. Devo all’incontro con Giuseppe Masera, 76 anni, per 25 anni direttore della clinica pediatrica dell’ospedale San Gerardo di Monza, una delle storie più belle e sconosciute della cronaca. Più che una storia, una favola.

Primi anni Ottanta. In quel paese del Centroamerica è da poco stata sconfitta la crudele dittatura dell’ultimo della famiglia Somoza, Anastasio. Gianni Tognoni, brillante farmacologo del “Mario Negri” allora impegnato in Nicaragua per il problema dei farmaci essenziali, fa arrivare a Monza un messaggio di Fernando Silva, medico-poeta che dirige l’ospedale pediatrico La Mascota:

“Quando facciamo una diagnosi di leucemia o di tumore, con la mia penna devo disegnare una piccola croce nera accanto al nome del bambino. Non abbiamo la possibilità di trattarlo e di offrirgli almeno la speranza di guarigione. Se potete, aiutateci ”.

Destinatario di questo appello era proprio lui, Giuseppe Masera, i medici e i genitori del Comitato Maria Letizia Verga di Monza. In quell’angolo di mondo i bambini ammalati morivano quasi tutti, mentre in Italia la sopravvivenza dei piccoli malati già superava il 70 per cento (altra buona notizia: oggi quella percentuale è salita, ce la fanno 80 su 100).

La mobilitazione di Masera e dei monzesi avviò il programma La Mascota favorendo la costruzione di un nuovo reparto a Managua, capitale del Nicaragua, e la formazione di medici attraverso la scuola internazionale di Monza, MISPHO (Monza International School of Hemato-Oncology).

Oggi la percentuale di guarigione, nel Centro America, supera il 60 per cento. E sono già, come dicevamo, 1.700 i bambini-ragazzi affetti da leucemia o tumori trattati con successo nell’ospedale del medico-poeta.

Ma passi avanti si sono avuti non solo sul fronte delle cure. Masera ritiene che i bambini malati di leucemia sviluppino una grande creatività, sensibilità e facilità di espressione. Fu così che, incontrando il grande poeta latino-americano Ernesto Cardenal, classe 1925, sacerdote protagonista della rivoluzione in Nicaragua del 1979, e tra i massimi esponenti della teologia della liberazione (per questo fu sospeso a divinis da Giovanni Paolo II) gli propose un progetto che prevedeva l’insegnamento della poesia ai bambini malati di leucemia. Secondo Masera l’esperimento dei laboratori di poesia poteva avere un alto valore terapeutico e rappresentava una sorta di piano-pilota, estendibile a tutta l’America centrale e, sogno dei sogni, a Milano “per persone normali con l’aiuto dei poeti”. Fu così che Cardenal (già ministro della Cultura a Managua e già candidato al Premio Nobel) iniziò la sua avventura poetica con i bambini.

Racconta Cardenal, del quale esce in questi giorni in italiano il Cantico cosmico edito da Raiuela e curato da Milton Fernàndez:

“La capacità di scrivere di questi bambini è incredibile: si trovano nel giardino dell’ospedale a scrivere o a dettare e descrivono a me e agli altri poeti che mi aiutano gli animali come se li avessero davanti agli occhi. Le loro poesie parlano della nostalgia per i loro villaggi ”.

Villaggi che, fino a qualche anno fa, quando la diagnosi era accompagnata dalla piccola croce nera, non avrebbero più rivisto. E che ora, invece, grazie all’alleanza tra medici e poeti capaci di credere nei sogni, rivedono 1.700 bambini finalmente guariti.

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donne in lotta

Anche quest’anno a Matagalpa sono intense le attività per la giornata mondiale contro la violenza verso le donne. Questo problema è molto forte in Nicaragua: dall’inizio dell’anno ci sono stati 63 omicidi della violenza machista. 466 dal 2006.

Che non si pensi a questo problema come prettamente latinoamericano o dei paesi del Sud del mondo: in Italia, ad oggi, nel 2012 sono stati 115 gli assasini da parte di mariti, fidanzati, compagni, ex-compagni, padri, fratelli … uomini che non accettano che la donna non é un oggetto di loro esclusiva proprietá.

E ovviamente il femminicidio é solo la punta dell’iceberg di un fenomeno di violenza che si esprime a più livelli: dalla definizione precostituita di un modello santa-madre-puttana ancora estremamente vigente allo stucchevole sfruttamento del corpo della donna nella società dello spettacolo e dell’immagine, dai mondi lavorativi per soli uomini alla scarsità di donne ai vertici del potere economico e politico, dalle discriminazioni salariali alla prostituzione, dalle violenze psicologiche alle botte, dai ricatti sessuali agli stupri.

Tutto è vita quotidiana delle donne, e a ricordale questo stato d’assedio permanente per le vie del Nicaragua anche gli immancabili e continui apprezzamenti non richiesti quando camminano per strada.

Dalla rocker nicaraguese Gabi Baca (che in spagnolo suona come Gabi Vacca, infatti il suo slogan è Gabi Baca presidente: più latte per tutti! e la chiamano anche la “Baca Loca” … la “Mucca Pazza”), una risposta decisa e ferma a questa violenza così frequente ad ogni angolo di strada.

Il pezzo si intitola “Con la stessa moneta” ed è diventano un inno dei movimenti femministi nicaraguensi.

Segue un’improbabile, difficilissima, traduzione. Il pezzo in spagnolo e, finalmente, un video con la canzone.

Con la stessa moneta

Psst, pssst, ciao amore …

Mi hai rotte le ovaie con queste canzoni,
nelle quali secondo te ti piovono mutandine
come ti sentiresti se ti mettessi in una canzone
con il culo di fuori?
Come ti sentiresti se uscissi per strada
Ed ad ogni angolo un idiota ti rompesse i c …

Eh? Ciao amore,

Ti credi un duro, ti credi un gran poeta,
ti credi presidente ma sei un signor nessuno
quando vai per strada ricordati il rispetto
ti a messo al mondo una donna, non essere un animale
se tua madre ti sentisse ti prenderebbe per le orecchie
mettiti sotto, mettiti sopra
che bello che sei con quella panzona

Coro: voglio camminare senza che mi rompano,
senza sentire i fischi all’angolo della strada (ripetere)

ti pensi un signore, ti senti un fighetto,
ti credi profeta ma sei solo un idiota
che venga Looney Tunes (eroi dei cartoni animati), attento Daddy Yankee (cantante di reggaeton)
che mi senta Dobleu (un gruppo di hip hop), così te lo canta
che già c’è questa vaccotta, un abbraccio alla cavallotta (uno dei soprannomi di Ivy Qeen, una cantante di reggaeton), senti Calle 13 (Calle 13 … è Calle 13!!!)
un saluto vaccino-nicaraguense

Coro: voglio camminare senza che mi rompano,
senza sentire i fischi all’angolo della strada (ripetere)

Tante scemenze che tu saresti il padrone,
il tuo cervello e il tuo pene sono ugualmente piccoli
non ho paura dei violenti,
di chi crede che a pugni si guadagnino onori,
chiamami scema, chiamami rockettara,
dimmi tipa oppure coatta,
i tuoi “complimenti” fesso, non attraversano la mia frontiera.
Io sono la guerrigliera, la mucca pazza del rock,
e Rivolta Sonora (Revuelta Sonora è un gruppo rock nicaraguense)
Forza Momotombooo! (il Momotombo è un vulcano simbolo del Nicaragua, ma anche un musicista e produttore nica)

Coro: voglio camminare senza che mi rompano,
senza sentire i fischi all’angolo della strada
vestirmi carina per andare a passeggiare
senza che mi disturbi nessun ciarlatano …

Con la Misma Moneda

Psst, pssst, adiós amor…

Me tenés de un ovario con esas canciones,
en que según vos, te llueven calzones.
¿Qué sentirías si te pusiera
en una canción con el culo pa’fuera?,
¿qué sentirías si por la calle fueras
y en cada esquina un cabrón te jodiera?

¿Ah?, adiós amor,

Te creés boxeador, te creés gran cantante,
te creés presidente y sos un don nadie.
Si vas por la calle recordá respetar,
te parió una mujer, no seas animal.
Si tu mama te viera las groserías,
de las dos orejitas te jalaría.
Ponete pa’bajo, ponete pa’rriba,
bien lindo te ves, con esa barriga.

Coro: Quiero caminar sin que me jodan,
sin que chiflen en la esquina… (repetir)

Que si sos el señor, que si sos papichulo
te creés un profeta, más sos un tapudo;
que venga Looney Tunes, atento Daddy Yankee,
que me oiga Dobleu, para que te lo canten.
Que ya llegó esta Bacota, y abrazo a la Caballota,
¡Oye Calle 13!, un saludo bacuno-nicaraguense.

Coro: Quiero caminar sin que me jodan,
sin que chiflen en la esquina… (repetir)

Tanta chochada con que vos sos el dueño,
tu cerebro y tu pene son igual de pequeños.
A mí no me asustan los abusadores,
los que creen que a puños, se ganan honores,
decime patana, decime rockera,
decime fulana y hasta pandillera;
tus ‘halagos’ patán, no cruzarán mi frontera.
Yo soy la guerrillera, la Baca Loca rockera,
y Revuelta Sonora,
!dale duro Momotombooo!

Coro: Quiero caminar sin que me jodan,
sin que chiflen en la esquina;
vestirme bonita para ir a pasear,
sin que me moleste ningún charlatán…

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Non ho tempo. Ormai da qui a febbraio già lo so che tutto correrà ancor più di questi quasi tre anni. E quanti pezzi dovrei ancora scrivere. Quanti ritagli di giornale conservati perché c’era uno spunto interessante che tornava buono per il blog?

Non so se veramente continuerò con questa idea, ma stasera qui da la casa cuna 20 varas al sur, che forse abbandonerò a breve perché è veramente un chorrizo … letteralmente una salciccia … un budello si direbbe, … per spiegare: il problema è che se apro le braccia praticamente tocco da parete a parete … vorrei iniziare questo lavoro titanico di concretizzare tutte queste idee sparse.

Un pezzo in sospeso sugli indirizzi nicaraguensi ovviamente ce l’ho, per il momento posso dire che cuna vuol dire culla, la casa cuna è la casa che ha dato i natali a Carlos Fonseca, come dice wikipedia, professore, politico e rivoluzionario nicaraguense.

Da novembre ho vissuto qui a 20 varas, una quindicina di metri, dalla casa d’angolo da poco ridipinta di bianco. La casa che è anche un museo striminzito, ci passo accanto ogni volta che esco o ritorno, ma non ci sono mai entrato: quelle classiche cose che siccome sono vicine si possono sempre fare e non si fanno mai.

Per parlare un po’ di Carlos Fonseca, Rivoluzione, sandinismo, y mucho màs, come si suol dire, vi riporto un articolo di un giornalista matagalpino, Sergio Simpson, apparso sul Nuovo Diario il 25 giugno 2012, dal titolo: i 76 anni di Carlos Fonseca.

Non lo studiano né lo promuovono nel Fronte Sandinista. Continua ad essere un pericolo per la classe dominante. Anche Daniel Ortega, in un famoso manifesto lo cancellò dalla storia. La Casa Cuna riflette lo scarso uso ufficiale della simbologia, correlato da perdita dei contenuti.

A vari giovani attivisti con maglietta del FSLN ho chiesto di Carlos Fonseca: non conoscono la sua opera intellettuale e nemmeno la sua biografia, le risposte sono estremamente vaghe. Ciò che tutti sembrano aver chiaro è che una delle sue qualità era di essere onesto.

Chi lo conobbe testimonia che sempre condusse una vita modesta e mai sprecò il denaro destinato alla guerriglia, anche altri si comportarono come lui, forse non quelli che gli organizzarono una rivolta interna negli anni settanta.

Misero in discussione la sua linea, il suo pensiero, la sua proposta, ora però cercano di occultare questo fatto storico, addomesticare la realtà, limitando la sua figura a sculture orrende in vari parchi di Matagalpa, mantenendo arcaico il museo “Casa Cuna de Carlos Fonseca”, e mettendogli fiori nel mausoleo del parco centrale di Managua.

Almeno a Matagalpa, la sua casa natale dovrebbe essere trasformata in un museo moderno, con mezzi audiovisivi, interattivo, dovrebbe essere sede di conferenze e di lezioni universitarie secondo il metodo socratico.

Alcuni dicono “se fosse vivo Carlos starebbe con il comandante”, oppure “già avrebbe mandato in carcere un po’ di questi sfrontati opportunisti”, o ancora “questo sandinismo non è quello di Carlos”, espressioni inconsistenti se comparate con l’enormità del suo pensiero.

Carlos risaltò l’importanza della critica, il diritto di ogni militante di pensare, e fare proposte, con rigore: “deve avere uno spirito critico autentico, dato che questo spirito di critica costruttiva dà maggior consistenza all’unità e contribuisce al suo consolidamento e alla sua continuità, essendo chiaro che una critica inopportuna che mettesse in discussione l’unità, perde il suo senso rivoluzionario e si carica di un carattere reazionario”.

Ogni volta che leggo questo paragrafo, con la sua costruzione grammaticale e le sue idee di ordine superiore, mi chiedo quanta gente lo comprese veramente. Quel che è certo è che non capirono la sua raccomandazione: y también enséñarle a leer (e anche insegnargli a leggere).

Se i poveri non imparano a leggere da piccoli non potranno mai vincere le ingiustizie, non avranno gli strumenti, le conoscenze, per affrontare e sconfiggere il sistema che li opprime. Carlos non disse “insegnargli l’alfabeto e a firmare”.

Ai governanti non interessa che Carlos continui ad influenzare la società: se non lo temessero starebbero diffondendo la sua opera con il timbro delle tipografie proprietà del FSLN.

Si pretende limitare la figura di Carlos. A Matagalpa, per esempio, ai piedi della statua del parco Morazán, c’è una targa che di notte viene illuminata intensamente con lampadine alogene e si leggono i nomi di vari direttivi del governo presunti patrocinatori dell’opera.

Alcuni sandinisti rigettano l’uso politichese dell’immagine di Carlos da parte dei funzionari nominati sulla targa, dato che cercano di far passare l’idea che loro sono i continuatori del suo pensiero, ma molti compagni sanno che sono gli stessi che lo cancellarono dai manifesti di partito.

Per i veterani sandinisti il Comandante della Rivoluzione continua ad essere Carlos Fonseca, i suoi principi sono un riferimento delle aspirazioni rivoluzionare, e probabilmente questi trasmetteranno ai propri figli le qualità del miglior figlio di Augusto C. Sandino.

Carlos costruì l’FSLN, pero il suo programma è stato dimenticato, compariamo quello che disse con la realtà: la coscienza collettiva, la coscienza che è l’energia di un gruppo di uomini che costituisce l’avanguardia, è imprescindibile nello spirito militante. Questo spirito collettivo, che si alimenta di modestia, deve convertirsi in passione nel militante Rivoluzionario.

La coscienza collettiva è la condotta filosofica, senza sentimento della proprietà, modesta, molto difficile da raggiungere senza una formazione intellettuale adeguata a far comprendere questo modello di vita, nonostante le repressioni del sistema e della società.

Nel FSLN non si intravvedono i precetti di Carlos. Domina l’ansia: proprietà immobiliari, vetrine, jet, salotti, banchetti, festini, nell’organigramma siciliano dove l’individualità è coincidenza.

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E’ difficile per un’eroe arrivare a ottant’anni … gli eroi, quelli veri, muoiono a venti. E cosí che rimangono, cristallizzati nella purezza delle loro gesta, senza aver avuto il tempo né la possibilitá di macchiarle con i tentennamenti dei comuni mortali.

Tomas Borge era l’ultimo sopravvissuto dei fondatori del FSLN. Il Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale creato nel 1961. Stare nel Frente in quegli anni era come avere una croce in fronte, a dire: sparatemi. Infatti furono pochi quelli che riuscirono a vedere realizzati i sogni di libertá per il Nicaragua, 18 lunghi anni dopo, nel 1979.

Borge era del 1930, giá prima della creazione del Frente, fin dall’adolescenza, aveva dato prova di cospirazione contro l’oppressione dei Somoza.

Passó molti anni in prigione. Subí la tortura della Guardia Nazionale, la polizia del regime. E sui muri di Leon, la cittá dov’era incarcerato, si leggeva “Se muore Tomas …”.

Poi gli toccó negli anni ’80, lui che era poeta e scrittore, il lavoro difficile, complicato e sporco, di Ministro dell’interno di una nazione in guerra …

L’accusa di aver partecipato alla piñata … il gioco dei bambini che bendati devono rompere con un bastone un pupazzo sospeso al soffitto, dal quale far cadere le caramelle … questo applicato a ció che si poté arraffare da parte dei dirigenti sandinisti nel periodo di passaggio di potere successivo alla sconfitta elettorale del 1990.

Negli ultimi anni, l’elogio da parte dei compagni danielisti per essere rimasto fedele al capo. Il rammarico da parte dei compagni dissidenti.

Era un grande amico di Carlos Fonseca. Anch’egli fondatore del Frente. Forse il secondo eroe nazionale dopo Augusto Cesar Sandino.

Quando in carcere l’ufficiale della Guardia Nazionale gli comunicó la morte di Carlos, gli rispose: “lei si sbaglia, colonnello, Carlos Fonseca é uno di quei morti che non muoiono mai”.
Questa ed altre frasi sono l’ereditá di Tomas Borge per il suo Paese.

“Implacabili nella lotta, generosi nella vittoria”.

“La rivoluzione é la sorgente del diritto”.

“I bambini saranno i coccolati della rivoluzione”.

“Il sorgere di un nuovo giorno, non é piú una tentazione”. Ad indicare che in quel 19 luglio 1979 i sogni si erano finalmente materializzati e le utopie diventavano realtá.

Tomas perdonó pubblicamente il suo torturatore.

Dalle sue frasi “la nostra vendetta sará il perdono” e quella diretta al suo torturatore “la mia vendetta personale sará il diritto dei tuoi figli alla scuola ed ai fiori”, Luis Enrique Mejía Godoy, uno dei cantori della rivoluzione, scrisse

La mia vendetta personale

La mia vendetta personale sará il diritto
Dei tuoi figli alla scuola ed ai fiori
La mia vendetta personale sará consegnarti
Questo canto nato senza timori

La mia vendetta personale sará mostrarti
La bontá negli occhi del mio popolo
Che sempre é stato implacabile nella lotta
degno e generoso nella vittoria

La mia vendetta personale sará dirti buongiorno
In una strada senza mendicanti
E invece di incarcerarti ti proporró
Di scrollarti la tristezza dagli occhi

E quando tu, che fosti torturatore
Non avrai il coraggio di sollevare lo sguardo
La mia vendetta personale sará di mostrarti
Le mie mani che una volta maltrattaste

Senza riuscire a estirparne la tenerezza

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Adelma ha perso un braccio. Non ci spiega esattamente come, ma dice che il marito aveva mandato qualcuno a ucciderla.

Se ne sta ritta in piedi al centro della scena mentre ci dice che é felice di essere qui. La manica della giacca rosa confetto resta lí immobile, inesorabilmente vuota.

Il problema della violenza sulle donne é forte in Nicaragua e in tutto il Centro-America, ne abbiamo giá parlato, ma una cosa é leggere sul giornale, sentire il racconto di storie dolorose da chi lavora con il tema e ogni tanto necessariamente ne parla, o dalla viva voce di chi ha subito qualche violenza in passato e in lacrime la riesuma, un’altra é vedere un braccio che manca. E immaginarsi che un giorno un essere umano ha preso un machete per colpire e ha mutilato nel fisico una persona.

Ovvio la mutilazione psicologica non si vede ma c’é uguale. La mutilazione fisica peró non puoi non vederla.

Adelma fa parte di un gruppo di teatro non professionale che si chiama Las Poderosas, una decina di donne guatemalteche vittime di violenza, soprusi, repressione. Tutte donne che hanno conosciuto il baratro e ne sono risalite con una forza non comune. E il nome che si sono scelte non potrebbe essere piú azzeccato. O piú convincente e auto-convincente. Da subito, ancora prima di conoscerle, sento una forza viva in questo nome. Non é solo una descrizione, ma un motore. Un agente che lavora tutti i giorni sulla loro convinzione, autostima, coscienza di sé, determinazione … io che non ero niente, ingabbiata, umiliata, uno straccio per i pavimenti, ora sono … poderosa! E tutti i giorni se lo devono ripetere, e tutti i giorni devono ricostruire questa ritrovata, combattuta con le unghie, libertá.

Con l’aiuto di un regista teatrale che le ha guidate nel loro percorso di terapia attraverso la rappresentazione, fino a mettere in scena i propri dolori come un manifesto di lotta, queste donne coraggiose si alternano sul palco e una rappresenta il dolore dell’altra, ognuna il proprio, in scena o nelle voci interne che da dietro le quinte dialogano spronando o affossando, le protagoniste nel ripercorso dei nodi delle loro esistenze.

Quando perse il braccio Adelma decise che non sarebbe piú uscita di casa, si vergognava di farsi vedere dalla gente. La madre gli disse: cos’é sta storia che non vuoi piú uscire di casa! Non sei tu che ti devi vergognare, ma chi ti ha ridotta cosí!

Adelma denunció il marito. Resistette ai finti tentativi di riconciliazione e alle minaccie di morte, e ottenne giustizia.

Ora se ne sta lí, sola al centro della scena, nel suo vestito rosa, a ripeterci di quanto sia felice di essere qui. Testimonianza viva di lotta e Resistenza.

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