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Archive for the ‘cooperativismo’ Category

Davide e Golia

Il progetto della Ritter Sport di sviluppare la produzione di cacao in Nicaragua, appoggiando l’investimento e la ricerca in questo prodotto, fomentando l’organizzazione dei contadini in cooperative, e garantendo un prezzo giusto ai produttori ha giá qualche anno.

Si puó dire che l’azienda tedesca é stata precorritrice del cacao destinato alla produzione di cioccolato in Nicaragua: il consumo tradizionale qui é sottoforma di fresco, bibita a base di cacao macinato e latte o acqua. Per tale uso la qualitá del cacao e il processo di lavorazione dei grani non necessitano di particolari accortezze.

É innegabile l’effetto positivo a livello della capitalizzazione e della professionalizzazione, sia tecnica che amministrativa, che poter aver la Ritter come partner e come sostenitore ha avuto sullo sviluppo di alcune delle cooperative seguite da ADDAC.

A inizio anno peró sono iniziati i primi problemi concreti in questa relazione: da un giorno all’altro l’azienda tedesca comunica che non avrebbero piú fissato il prezzo d’acquisto semestralmente, ma mensualmente, secondo la quotazione di borsa, alla quale si sarebbe aggiunto un plusvalore che, a loro modo di vedere, garantiva una relazione di commercio equo.

Va detto che il cacao nicaraguense é di qualitá superiore e dunque in parte la correzione di prezzo riconoscerebbe semplicemente questo dato di fatto.

La cosa che maggiormente mi colpí in quel momento fu la unilateralitá della decisione: se vuoi fare commercio equo-solidale non é solo un problema di prezzo, ma anche di rispetto, di condivisione delle scelte, di capire che problemi mi crei se da un giorno all’altro mi cambi le condizioni.

Ma ormai la Ritter aveva deciso: si doveva giocare al mercato! Si doveva, le nostre cooperative di campesinos, stare attenti a quel che succedeva alla borsa di Londra o New York, e conseguentemente adattare il prezzo d’acquisto ai produttori.

Quasi contemporaneamente, a volte il destino é proprio beffardo, ecco che il mercato arriva veramente in Nicaragua: finora praticamente la Ritter era l’unico compratore presente, verso febbraio un trader internazionale inizia a offrire prezzi migliori ed esigenze qualitative inferiori …

… si arriva all’assurdo che il cacao che la Ritter non accetta perché non raggiunge i suoi standard di qualitá, le cooperative lo portano al concorrente dove lo catalogano come prima qualitá e glielo pagano piú del cacao accettato dalla Ritter …

Ma come sempre, quelli a cui a parole piace il mercato, quando poi il mercato li penalizza … non gli piace piú …

Il tempo passa e la pressione dei produttori sulle cooperative va crescendo: sanno che ora ci sono prezzi migliori per il cacao nel Paese e ovviamente vogliono beneficiarne, la Ritter non reagisce … e quindi si organizza un incontro fra i leader delle cooperative che producono cacao e l’azienda tedesca.

I dirigenti cooperativi spiegano ai rappresentanti del loro principale cliente, che sicuramente loro sono riconoscenti per tutto quanto ha significato l’appoggio del partner germanico, e ci tengono a mantenere la relazione costruita nel tempo, ma se la Ritter non fa niente, non da qualche segnale, sará difficile garantire a medio termine che i produttori continuino a vendere il cacao alle cooperative: il rischio che per un prezzo migliore vadano a vendere al concorrente é piú che concreto.

Eliazar, gerente della cooperativa di Waslala, dice che la fedeltá dei produttori finora si é potuta mantenere per il fatto che ci sono i crediti di ADDAC, l’assistenza tecnica di ADDAC, l’organizzazione della Cooperativa, peró questo vantaggio non durerá all’infinito perché anche il concorrente si sta organizzando per offrire tipi di appoggio simili.

Carlos, del comitato di vigilanza della cooperativa della Dalia, ricorda che come dirigenti il tempo che dovrebbero investire nella famiglia e nei campi, lo investono nella Cooperativa: loro possono capire che si deve rispettare la relazione con Ritter peró non potranno contenere a lungo il malcontento della gente.

I rappresentanti di Rancho Grande si lamentano del trattamento ricevuto al momento della consegna del cacao e delle gestioni burocratiche per incassare il corrispettivo delle vendite di cacao. Don Santos, presidente della Nuova Waslala, insiste su questo punto: é importante che ci sia rispetto nella relazione!

Sono un fiume in piena! Anche se in maniera molto cortese e pacata, come di norma per i campesinos nicaraguensi, colpiscono nel segno piú é piú volte, i loro argomenti sono fondati, concreti, non opportunistici, giusti.

E il responsabile Ritter vacilla sotto questi colpi cosí ben assestati.

Il momento miglior per me é quando Doña Laura della cooperativa della Dalia, secondo la miglior solidarietá campesina, gli dice: che la Ritter sia franca! se magari sta passando un momento difficile noi siamo pronti a venirgli incontro …

Bellissimo! La cooperativa della Dalia, un giro d’affari previsto nel preventivo del 2012, forse ottimistico, di circa 30,000 euro, tende la mano, con tutta la sinceritá del mondo, a un’impresa tedesca con un fatturato di 330 milioni di euro …

… non c’é che dire, ADDAC ha fatto proprio un bel lavoro in questi suoi 23 anni di esistenza. Che si vinca o si perda la negoziazione direi che quasi non conta: vedere con che sicurezza e con che proprietá i dirigenti delle cooperative si rapportano con chi in qualche modo rappresenta il potere, é giá una vittoria, é giá un risultato incredibile che da speranza per il futuro: Davide e Golia continueranno a lavorare insieme. Con reciproco rispetto.

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Teoricamente meno “poetici” del pezzo precedente, ispirato dalla stessa esperienza di viaggio di tre giorni in visita a nuove comunità potenziali per i progetti di ADDAC, questi appunti presi per me, per non dimenticare o confondere nomi di gente e luoghi, più grezzi, meno lisciati, risultano alla fine forse a tratti in realtá anche più poetici … Dimostrazione che la poetica non sta nelle parole ma nell’aria …

Ho solo tagliato un po’ per la lunghezza, spiegato un po’ quando necessario … ma neanche troppo che sennò dovevo spiegare tutto … a volte le parole sono spagnole o spagnolismi … quando non si capisce la regola è sempre la stessa: vuol dire che non era importante …

Lunedí 30 gennaio 2012 – Ocote Tuma e San Juan

4:30 partenza da Matagalpa
Per strada ci rendiamo conto di avere una gomma bucata: la cambiamo
8:00 circa colazione a Yaoska (comunitá nei pressi del fiume Yaoska)
8:30-9:00 arrivo a Waslala, uffici ADDAC

9:00 partenza verso Los Chiles, ci mettiamo una quarantina di minuti, lá c’é Enrique: tesorero della comunitá e dirigente della cooperativa: la nostra entratura per andare a parlare con i lider di Ocote Tuma
10:00-10:30 arrivo a Ocote Tuma, notiamo una comunitá molto ben ordinata, pulita, vi é una impianto di generazione dell’elettricitá grazie a una cascata d’acqua nelle vicinanze: la gente tiene le lampadine accese giorno e notte …
10:30-12:30 incontro con i lider: sono 7-8 persone che rappresentano la comunitá, la chiesa cattolica e la chiesa evangelica

Fra queste persone vi é Don Francisco (Pancho) Artola, 80 anni, é lui che ai tempi della Violetta (Violeta Chamorro, presidente del Nicaragua dal 1990 al 1996) si era interessato per far costruire 14 scuole nelle comunitá del comprensorio: se ne costruirono 10, giá sotto Aleman, o Bolaño (i successori di Violeta), le 4 rimanenti non si realizzarono per passivitá delle relative comunitá piú che del governo centrale.

Don Pancho é un esperto di metodi tradizionali di previsioni climatiche: tanto che a sue spese va a Waslala una volta al mese a dare alla radio le sue previsioni basate su vecchie formule e segni della natura: livelli dell’acqua, galli, riti (primi dodici giorni dell’anno = dodici mesi).

Non so quanto ci azzecchi ma non poco se é sopravvissuto fino a 80 anni … dato che in base alle previsioni climatiche dispensa consigli su quando seminare … qualcuno che avesse preso una cantonata grossa per colpa sua …

La gente é preoccupata per i fagioli: gennaio normalmente non é molto piovoso ma quest’anno sta piovendo tutti i giorni, questo potrebbe rovinare il raccolto …

Nella discussione con i lider, fatta sotto un albero nel recinto del centro scolastico, spicca un produttore per la sua autarchia: dice che a lui non interessa tanto lavorare con gli organismi, non vuole complicarsi la vita con il credito, eccetera. Lui punta ad avere abbastanza da mangiare e poi si vedrá con quello che avanza che si puó fare … (più tardi commenteremo che riuscendo ad aprire solo un po’ la sua posizione sarebbe probabilmente un ottimo socio nei progetti ADDAC).

Pranziamo nella comunitá.

Continuando verso San Juan arriviamo in un punto di vista sull’intera vallata, al ritorno Julio si rende conto che è dove lo ferirono ai tempi del Servicio.

Oltre questo punto scendendo si incontrano poche case. C’é una piccola concentrazione appena prima che la strada finisca sulla riva del fiume Tuma.

In tutto il viaggio la natura mi appare incredibile: ci sono mille tipi di piante diverse. Mi sento come un campesino analfabeta davanti ai conti annuali della Novartis, mentre i miei colleghi snocciolano i nome degli alberi che si affastellano intorno.

Viaggiamo dalle 13:30 alle 15:00, fino al fiume e poi torniamo, arriviamo agli uffici di ADDAC verso le 17:30-18:00 (dal Tuma al Chile ci mettiamo tipo un’ora, sono 34 chilometri …).

Nel viaggio di ritorno Enrique ci racconta di quando era bambino en el Jobo e andavano a farsi il bagno in una pozza d’acqua e un giorno lo punse un porcospino, e di come sia tornato ultimamente a quella pietra … e che per il suo stupore in tutti questi anni niente era cambiato, quella pietra era ancora là

ci racconta anche di come per avere il fratello più vicino gli avesse regalato 5 manzanas di terra, ma ben presto sotto la pressione della moglie di questi, che non si trovava bene lontana dalla sua di famiglia, il fratello era tornato indietro … e lui gli ricompró la terra … cioé gli pagó la terra che gli aveva regalato … eh eh eh … questo é proprio un brother come dicono qua …

Rientrando a Waslala stormi di grandi uccelli bianchi (garza) solcano il cielo, mi fanno pensare al mio libro sussidiario delle elementari a Roma, e al valore che gli antichi romani davano al volo degli uccelli leggendone segnali di buon o malaugurio, per le loro profezie, per leggere nel cielo il volere degli dei …

Mangiamo al volo nell’oficina (gallo pinto, cuajada e tortilla). Poi io rimango lá con Ciro e Milton a vedere di quadrare dei dati …

Fa freddo in paese. Fa freddo nella stanza d’hotel. Abbastanza spartana ma comoda e soprattutto pulitissima. Decido di dormire vestito visto che c’é solo un lenzuolo per coprirsi.

Martedí 31 gennaio 2012 – Kubalí e Casa Maquina

Uscendo dall’hotel con Oto, per non voler fare lo sforzo di salire un muretto, metto il piede nel fango … affonda tutta la scarpa …

7:00-7:30 partenza da Waslala, con noi vengono anche Don Santo (recentemente ritornato alla Presidenza della Cooperativa) e Don Donald (vice-presidente). Prendiamo la strada che va verso Siuna.

Don Donald ci indica dove vive una persona che gli ha comprato una vacca ma non gliel’ha mai pagata. Poi spiega come tante volte per evitare problemi uno debba lasciar perdere. Anche ci racconta di gente che va nelle sue piantagioni a rubare banane o cacao … Lui cerca di risolvere parlando …

Arriviamo a Kubalí che é giá un pueblito. Andiamo oltre fino a Santa Maria de Kubali. Una comunitá. Scendiamo che la strada non va piú avanti, o solo per i muli. Parliamo con Maura Mendoza. Nella comunitá ci sono 185 famiglie, in media hanno 30-40 mz, principalmente producono cacao e café. C’é stata un po’ di organizzazione per l’acqua potabile.

Necessitá: un ponte per arrivare alla scuola (a Kubali c’é dal 1. al 6. grado).
Problemi produttivi: broca nel café, monilia nel cacao.
Per arrivare fino alla fine della comunitá sono 2 ore e mezza (non ho capito se a piedi o in bestia).
Il centro de salud é a Kubalí: 3 km e qualcosa, 40 minuti con un buon passo.
Produttivitá: mais 20 qq/mz, frijol 5-12 qq/mz, café 20 qq/mz

Doña Maura conosce ADDAC … sono arrivati lá forse per acopiar cacao … sembra interessata al discorso di organizzarsi.

Torniamo indietro. Poi prendiamo di nuovo la strada per Siuna: a Puerto Viejo cambiamo la gomma che avevamo bucato nel viaggio da Matagalpa. Poi mangiamo in un comedor: riso, fagioli, uovo strapazzato, buonissimo …

Passiamo un paio di volte il ponte instabile … poi un pontone grande …

Andiamo verso Dipina (o El Naranjo?). Ma prima arriviamo a una comunitá che si chiama o chiamano Casa Maquina, dato che c’é una centrale elettrica su un fiume. Il rio Bravo?

Lá parliamo con un paio di persone a cui abbiamo dato un passaggio. Un uomo accompagnato da un bambino, un ragazzo. Una donna con la figlia giovane stanno a un lato … metá nella conversazione … (mi avevano passato nella camioneta dei vassoi de barro … l’odore della torta che avevano ospitato … era ancora fortissimo, e buonissimo)

Santos e Donald prendono l’iniziativa: praticamente parlano solo loro … Santos mi commuove per quello che dice e per le parole che usa …

La questione per la gente é il cacao: ADDAC era venuta con un prezzo, poi lo aveva abbassato … adesso arriva Acawas (che praticamente é la continuazione di quelli che sono usciti da Nueva Waslala … una visione meramente commerciale/mercantilista) …

I due uomini ci dicono che la gente é in attesa, c’é spazio per parlare e vedere che fare, a chi unirsi.

Torniamo indietro. Poi prendiamo per Dipina (o El Naranjo). Intorno a noi per lunghi tratti solo enormi estensioni di pascolo. Senza animali. A un certo punto decidiamo di tornare indietro. Io sono sulla tina (il retro della jeep) con Don Donald che mi racconta che da giovane ha lavorato nella costruzione: manovale, muratore, capo cantiere … Don Donald ha 62 anni. E’ evidentemente un discendente di europei. Non cosí Santo … con tratti indios, e curiosi capelli arricciati e dal colore tendente a ruggine.

Quando arriviamo al ponte che avevamo visto instabile all’andata, saranno le 16:30 … vediamo che c’é un camion che é rimasto bloccato … una gomma bucata nello sforzo di montare sugli assi di legno che uniscono lo scheletro di cemento del ponte alla terra oltre la piccola voragine creatasi per uno smottamento … il camion é carico di legna in assi … l’autista tenta di muovere il camion nonostante la ruota fuori uso, poi decide di gonfiare la gomma … la gomma esplode …

Pensano di cambiare la gomma. Il camion ha la ruota di scorta bucata e quindi si deve prima riparare …
Finalmente si riesce a cambiare la gomma …
Il camion va indietro, si buca di nuovo la gomma …
La riparano di nuovo … il camion riparte, questa volta punta verso il ponte che é stato rinforzato con piú assi di legno … incurante del fatto che ci siamo noi che aspettiamo dietro, e anche la macchina della polizia …
(avrebbe potuto retrocedere ancora un po’ per lasciarci via libera …)

Noi comunque abbiamo giá chiamato i rinforzi: dall’ufficio di Waslala sta venendo Chepe con un camioncino … in caso lasciamo la camioneta lá e poi verremo a riprenderla …

La polizia é arrivata forse un’ora dopo di noi … non ci sono altri veicoli, non si crea colonna, dall’altro lato un paio di bus si sono fermati. La gente e scesa ha attraversato il ponte a piedi per continuare il viaggio su camion prontamente organizzati alla bisogna …

La cosa piú sensata sarebbe scaricare la legna dal camion … questo é ció che vorrebbe fare l’autista … ma il padrone della legna non vuole …
I miei colleghi mi spiegano che il carico é illegale perché é vietato trasportare la legna giá tagliata in assi cosí fini, inoltre, probabilmente, al centro del carico, nascosta dalle altre assi, ci sará legna di alberi che sarebbe vietato tagliare …

La polizia non scende neanche dall’auto, il padrone della legna va da loro con i documenti … parlano pochi minuti e poi gli ridanno i documenti …

Il commercio della legna, lo sfruttamento indiscriminato del bosco é in mano ai poteri forti del Paese, un commercio mafioso. Anche se volesse fare il suo mestiere il poliziotto perderebbe solo tempo inutilmente …

La gente si accumula intorno al camion, alcuni si siedono su delle grandi travi di legno ai bordi della strada a pochi metri dal ponte: si godono lo spettacolo.

Poi torna la pioggia. Forte. La gente cerca riparo. Quando smette sembra che comunque giá lo spettacolo non interessi piú a molti … il camionista e il suo aiutante rimangono quasi soli con il loro grosso problema …

Man mano che cade la notte la gente torna ad accumularsi intorno al camion …

Poco dopo le otto si sblocca la situazione … giusto quando Chepe arriva da Waslala … non ce ne sarebbe stato piú bisogno … peró effettivamente era la decisione migliore da prendere quella di farlo venire, per lungo tempo le probabilitá che non si riuscisse a muovere il camion erano maggiori di quelle che si riuscisse a muovere. Anzi a ben vedere il rischio che il camion si rovesciasse e cadesse dal ponte era ben piú che un’ipotesi remota …

Una giornata che poteva essere “leggera”, alle tre e mezza invece di andare verso Dipina avremmo potuto tornare a Waslala, alle cinque-cinque e mezza eravamo arrivati … si trasforma in una giornata infinita … nell’abitacolo della camioneta avvolto dal buio rimaniamo a lungo in silenzio, un silenzio di stanchezza … arriviamo a Waslala alle 21:30-22:00 … non c’é luce in paese … non ceniamo nemmeno

Mercoledí 31 gennaio 2012 – Dipina central e Arena Blanca

L’acqua ghiacciata della doccia non fa bene alla tosse che mi porto dietro da qualche giorno.

Partiamo verso le 7:30-8:00. Passiamo a prendere Samuel, un lider di una comunità che ancora non fa parte della cooperativa (sono 3-4 anni che si é organizzato con ADDAC). E’ un ex-contra, o perlomeno liberale … Julio sta raccontando aneddoti del servicio quando arriviamo da lui e lí smette … per evitare …

Samuel ha una barba tipo i barbudos cubani … un’aria po’ inquietante: lo sguardo di occhi neri “magnetici” che ti scruta profondo nell’anima. Lui ci fa da connessione con i lider delle comunità vicine.

Parliamo con due acopiadores comunales (responsabili di ricevere il cacao dei produttori) che vediamo nel tragitto. Poi arrivati a Dipina Central, una dozzina di case di legno, stile far west, c’é una rotonda in cui Julio da un giro inutile (ridiamo perché ci immaginiamo la gente pensare che stiamo facendo qualche rito, qualche brujeria …) cerchiamo Carlos. Non é in casa ma ci dicono che é nel cacaotal (bosco di cacao). Il figlio, Carlitos, ci accompagna.

Camminiamo nel fango per uscire dalla comunitá, e continuiamo nel fango quando raggiungiamo il bosco … saliamo poi scendiamo … arriviamo ad un fiumiciattolo … bisogna saltare su un paio di pietre per attraversarlo …

Andiamo nel cacaotal ma non si vede Carlos, gridiamo, finalmente ci risponde. Saliamo ancora, arriviamo a uno spiazzo e sotto un albero comincia la discussione.

Anche Carlos sembra una persona pacata e aperta ad organizzarsi. Parliamo a lungo con lui. A volte i capesinos usano quando parlano parole che mi sanno d’altri tempi, e che danno una poetica particolare al loro discorso.

Alla fine mentre camminiamo insieme verso casa di Carlos ci dice che é analfabeta, ma che ci tiene che i suoi figli vadano a scuola.

Ripassando il fiume ci sono due donne che lavano la biancheria sui sassi. Carlitos si toglie i vestiti e si butta in acqua …

Sono giá le 13:00 iniziamo a rientrare. Ci fermiamo a Arena Blanca per bere una cosa. E Samuel dice che lui aveva convocato dei lider di quella comunitá. Ha un entusiasmo quasi bambino Samuel sotto la sua apparenza di orso selvatico. Va ad affacciarsi ad alcune porte, mentre noi recuperiamo la jeep: finalmente ci affianca e ci dice che c’é un lider che é venuto apposta per noi e sarebbe il caso di parlarci … sotto il porticato di una pulperia, seduti su banchi di legno parliamo con Don Emilio, un cappello da vaccaro, una persona che emana da subito una certa saggezza nelle sue parole. … conosce giá ADDAC e il suo lavoro: evidentemente Samuel gli ha parlato di tutti i suoi progressi … e sembra molto interessato alla questione.

Siamo in piena zona contra, e per la prima volta da quando sono in Nicaragua vedo sventolare, o noto, una bandiera bianca con la scritta RN: resistencia nicaraguense … e poi la bandiera rossa del PLI

Arriviamo a Waslala verso le quattro, andiamo a mangiare una carne alla plancha riquisisima, poi torniamo agli uffici addac, partiamo alle cinque. Per strada abbiamo una gomma a terra e ci tocca cambiarla. E gia buio, si ferma un camionista per farci luce.

Durante tutto il tragitto Julio racconta storie del Servicio, ogni tanto Oto aggiunge qualcosa. Arriviamo sfatti alle dieci e mezza a Matagalpa.

Riflessione su questi giorni: che bella questa gente … con tutti i suoi limiti, che nessuno é perfetto … Samuel, Santos, Donald, Enrique … splendidi compagni di viaggio per un giorno, e Carlos, Emiliano, Maura, don Pancho, Noel … splendidi incontri

Le condizioni di vita
La gente vive in case di legno, nel fango costante di questa terra cosí carica d’acqua, quasi sempre senza elettricitá, lontanissimi dai centri urbani, forse non in chilometri … ma in tempo di percorrenza, per muoversi vanno a piedi, al massimo a cavallo (il trasporto é assicurato solo fino a certi punti, in camion: i bus non ce la farebbero a salire e/o scendere da certe coste piene di fango)

I bambini che stanno sull’uscio sono bellissimi, paciocconi, mi dice Julio che adesso é cosí, la gente si vede abbastanza sana, da quando é aumentato il prezzo di alcuni prodotti agricoli … ma prima, per esempio i fagioli che adesso possono arrivare a 800 C$ al quintale cinque anni fa valevano 40 … la gente a malapena sopravviveva … e questo facilitava fra l’altro l’espansione della frontiera agricola … i ganaderos, gli allevatori, con quattro soldi compravano la terra, ne facevano pascolo, con un danno enorme per la natura, visto che nella visione estensiva dell’allevamento tradizionale nicaraguense si conta mezzo ettaro per ogni animale … questo é il loro lavoro … arrivare, comprare la terra, fare tabula rasa degli alberi, sfruttare i pascoli finché danno e poi andare un po’ piú in lá … spostando la frontiera sempre piú verso l’oceano atlantico … e quando saranno arrivati alla costa, tutto il nicaragua senza piú un albero che faranno? Le terre impoverite, l’acqua persa per la desertificazione conseguente al disboscamento … che si mangerá?

Ci sono mille foto “splendide” che avrei potuto fare, di questi bambini bellissimi sull’uscio di casa, seminudi, che ti guardano sorridenti o impauriti. Ma veramente ho un blocco. Non mi piace fotografare la gente. Mi sembra un’intrusione eccessiva.

Comunque qualche foto del viaggio l’ho fatta, seguire il link:

Waslala

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Ieri sono stato al sesto anniversario della Cooperativa Flor de Jamaica, nella comunitá San Pablo, municipio di San Ramon.

Fatti salienti della giornata:

. non avevo capito che andavamo a San Pablo, pensavo che la festa la facessero a San Ramon … cosa cambia? Mah … mezz’ora / quaranta minuti in piú di strada, peró ovviamente la parte piú sobbalzante …

. la festa di anniversario era anche festa del raccolto, fiesta de la cosecha, dato che é in questo periodo che si miete il mais: appena arrivati ci hanno rimpinzato di, nell’ordine: guirilla con cuajada (la guirilla é una specie di tortilla, un po’ piú spessa, e molto piú saporita della tortilla quotidiana, in quanto la prima é di mais fresco la seconda di mais secco, la cuajada un formaggio fresco), atol: una specie di budino fatto con farina di mais e latte (credo), buono!, elote (classica pannocchia lessa), e infine tamal (una piccola massa di farina di mais avvolta nelle foglie della stessa pannocchia del mais),

. la celebrazione é stata interessante e, contrariamente ai miei timori iniziali, non eccessivamente prolissa, ci sono stati vari numeri culturali: balli, musica, anche una poesia, il discorso del presidente della cooperativa, la presentazione, molto sintetica, del bilancio dell’organizzazione,

. immancabile il concorso di elezione della reginetta del mais: quattro delle sei comunitá che partecipano alla cooperativa hanno inviato una coppia al concorso, composta dalla reginetta (ignoro se si siano fatte delle preselezioni interne a ogni comunitá) e dal “reginetto” … che come spesso accade in questi casi faceva veramente solo da contorno: era chiaro che al centro dell’attenzione erano le ragazze, peraltro se queste avevano 12-14 anni, i maschietti erano, a parte uno, dei bambini di 8-10 anni,

. quando i miei colleghi mi avevano parlato del concorso della reina, avevo pensato … andiamo bene … é cosi che stiamo incidiendo sulla visione che si ha della donna nelle comunitá? In realtá la cosa era molto tranquilla e i criteri per determinare la coppia vincente sono stati piú che altro la cura con cui era stato preparato il vestito (che in qualche modo doveva richiamare al mais) e la preparazione sui temi del cooperativismo (le coppie hanno dovuto rispondere a specifiche domande dell’inflessibile e incorruttibile gran giurí …)

. che, per garantire la massima trasparenza ed evitare combine, é stato presieduto dalla persona piú insospettabile dato che espressamente venuta dall’Europa per questa difficile incombenza … sto parlando di me stesso, e integrato da alcune colleghe di ADDAC, anch’esse prive di vincoli diretti con le coppie contendenti …

. all’annuncio della vittoria, la neo-reginetta Darling del Carmen, della comunitá di San Pablo, ha reagito come se gli avessero annunciato una condanna a morte, e con questo animo, dopo un paio di secondi di esitazione, si é alzata dalla sedia per farsi incoronare e premiare …

. la differenza di preparazione fra la vincitrice e le altre concorrenti la attribuí al fatto che venisse da San Pablo, la piú grande delle comunitá che partecipano alla cooperativa. Ho immaginato come chi é di San Pablo se la tiri rispetto agli altri … poi al rientro, entrando a San Ramon, mi é sembrato di essere arrivato alla grande civilizzazione … mi succede spesso quando rientro da Rancho Grande o da Pancasan a Matagalpa, che in quei momenti mi sembra una metropoli … e proprio vero che a questo mondo tutto é relativo.

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Dopo il volante e prima dei freni, fondamentale per guidare in Nicaragua è il clacson. Ai lati della strada c’è spesso gente che cammina, quando si sorpassa non si può essere sicurissimi che chi ci precede si sia accorto di noi, a un incrocio non si sa mai che l’altro non si butti … In queste ed in altre innumerevoli occasioni, basta un semplice colpo di clacson per chiarire tutte le precedenze ed evitare il peggio.

Dalla prima curva ci rendiamo quindi conto che abbiamo un problemino: il clacson del bussino da venti posti che ci scarrozzerá per tutto il giorno é moscio. Fa un suono tipo palloncino che si sgonfia, con un tono grave che va spegnendosi, come se avesse l’asma.

Quando pochi secondi prima sono salito, il bus era giá carico della ventina di soci della Cooperativa Rios de Agua Viva, di Rancho Grande, che oggi si portano a visitare la Finca Santa Clara a Jinotepe, di modo che rimanevano solo i seggiolini pieghevoli da aprire per occupare lo spazio di passaggio. Scomodissimi.

Ma sono le cinque e mezza del mattino e quindi seggiolino o no, il sonno prende il sopravvento, cullato dal classico rollio del bus. (Adesso che scrivo peró c’ho un mal di schiena …)

Il campesino nica, come ogni contadino che si rispetti, é piuttosto riservato, parla poco e non fa troppo rumore. Giusto dietro di me c’é peró, fortunatamente, una signora con un certo piglio, un po’ piú loquace della media. Cosí posso sentire nel dormiveglia l’ammirazione per il paesaggio quando a mezz’ora da Matagalpa si apre sotto i nostri occhi la pianura di Sebaco. Poco dopo la stessa osservazione si fa piú pratica: “quanta bella terra piatta …”.

Dormo quasi tutta l’ora e mezza per arrivare a San Benito, crocevia nel quale é d’obbligo fermarsi per la colazione. Ovviamente desayuno tipico nica: gallo pinto, uova, formaggio, tortilla … ma il ricco buffet offre anche cosce di pollo fritte, spezzatino di maiale, salsicciotti tipo wienerli … sento che i miei compagni di viaggio non esitano a ordinarli … di conseguenza evito accuratamente di guardare nei loro piatti quando ci sediamo al tavolino … sono pur sempre le sette del mattino!

Torniamo sul bus ben rifocillati … tutti un po’ piú svegli, ma gli scambi verbali rimangono pochi e sommessi: posso continuare a godere dei commenti della signora alle mie spalle, senz’ombra di dubbi una leader del gruppo. Cosí l’ascolto spiegare che nell’estensione enorme al lato della strada devono aver seminato mais, per lo stupore della ragazza con il viso appiccicato al finestrino, abituata a vedere il mais coltivato solo per l’autoconsumo della famiglia, probabilmente, pensa, con tutto questo mais ci si sfamerebbe la quarantina di comunitá di Rancho Grande …

E vi lascio immaginare il mio divertimento quando, arrivati all’altezza di Masaya, fermi al semaforo, l’arzilla vecchietta si premura di informare tutti sul fatto che: “adesso la luce é rossa e stiamo fermi, poi quando diventa verde …”.

Un paio di battute ironiche su Ortega alla vista dei megacartelloni propagandistici con la sua faccia. Reiterati apprezzamenti, prontamente confermati dalla comare al lato, per il buono stato delle strade che stiamo percorrendo. E ci credo, dico fra me e me, … siamo nelle zone piú “sviluppate” del paese, le strade che collegano Managua a Masaya e Granada sono buone, altro che le tre ore di buche per arrivare da Rancho Grande a Matagalpa …

Poi passiamo per i Pueblos Blancos, una serie di paesi famosi perché ognuno ha sviluppato una specialitá di artigianato: la lavorazione del legno, della ceramica, la produzione di amache, i vivai di piante. Masatepe é famosa per i mobili, i punti vendita sono direttamente ai lati della strada e si vedono veramente begl’oggetti … mi aspetto i commenti della nostra Cicerona … ma invece sembra non vederli … mi chiedo se li considera tanto inaccessibili che … quei bei mobili, ben lavorati, di ottimo legno … sono cose da signori … non da una campesina come lei …

Che si eccita invece per un fiore rosaceo molto presente nella zona e di cui vuole assolutamente una piantina da portare a casa, a ogni albero coperto da questa pioggia di petali bianco-rosa esclama “guarda! guarda!”, contagiando alla fine l’intera popolazione femminile del bus, improvvisamente tutta assorbita ad avvistare il bellissimo (a mio gusto neanche poi tanto) fiore, per partecipare al coro di ammirazione collettiva …

Finalmente arriviamo alla Finca Santa Clara, un piccolo appezzamento di terreno, dove uno svizzero francese ora cinquantenne ha scelto di venir a vivere una quindicina d’anni fa con la sua famiglia nica. Poco alla volta hanno migliorato il terreno, hanno provato varie coltivazioni, hanno cercato le possibili soluzioni per riuscire a vivere della loro terra. Tra errori e successi sono arrivati ad offrire al, minuscolo, mercato del bio nicaraguense vari prodotti, in particolare le loro marmellate artigianali, che ora attraverso una cooperativa distributrice di prodotti biologici probabilmente arriveranno anche al mercato internazionale.

L’idea della visita era di vedere come con poca terra si puó, grazie alla diversificazione, all’attenzione ai mercati alternativi ai soliti café, cacao, fagioli (ad esempio la Finca produce basilico, rosmarino, origano, melanzane, menta, e varie altre erbe e ortaggi con i quali rifornisce alcuni ristoranti di Managua), e alla trasformazione dei prodotti (con le marmellate o gli altri prodotti da vasetto, tipo le melanzane sott’olio o il pesto), escogitare nuove fonti di reddito, nel rispetto della natura e del consumatore.

I produttori sembra abbiano apprezzato la visita e capito qual era l’intenzione di ADDAC nel proporgli questa escursione: stimolare la loro capacitá imprenditoriale, dargli nuove idee per aprire strade alternative, nuove possibilitá di sviluppo. Un grande problema sul percorso di riscatto delle zone rurali é che spesso la gente manca di iniziativa: c’é una tale assuefazione a ricevere ordini da qualcuno che non é abituata a sviluppare idee e progetti propri.

E’ ora di tornare. Mario, il responsabile dei progetti di ADDAC a Rancho Grande, decide, con grande saggezza, una piccola deviazione: siamo a pochi chilometri dal Mirador de Catarina, una delle piú frequentate attrazioni turistiche del Nicaragua, sarebbe un vero peccato non aprofittarne.

Banale, ma reale, il mio pensiero quando lentamente percorriamo con il bus la strada in lieve salita che porta al Mirador: in un anno e mezzo sará la quinta o sesta volta che ci vengo … accanto a me gente nica, di cinquant’anni, che magari non c’é mai stata …

Il Mirador é un punto di vista spettacolare, si vede dall’alto la forma perfetta del vulcano esploso chissá quanti milioni di anni fa, trasformatosi ora nel letto di un lago, la Laguna de Apoyo, e oltre questa, in lontananza, Granada, sulla sponda dell’immenso lago Nicaragua che si perde all’orizzonte.

Sono felice che siamo venuti qua, é un posto bellissimo. Un posto che tutti dovrebbero conoscere, e dove rimarrei ore a perdermi in questa vista meravigliosa. E’ il momento in cui mi sento piú vicino ai miei compagni di viaggio … sono sicuro che questo inebriante stordimento da vista sul mondo, sia quello che ci ha tirato per il naso a diventare esseri eretti … sono sicuro che in questo istante, senza alcun retaggio culturale, senza differenza di soldi nel portamonete, di anni di scuola, di lingue parlate, abbiamo tutti lo stesso intenso sentimento che ci allarga il cuore a dismisura a perderci nell’infinito …

… e penso che poter vedere un posto cosí, dá a tutti un’altra visione sul mondo, su se stessi, sul tempo, sul futuro. (Anche meglio della pur interessante finca Santa Clara …)

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L’esperienza di volontariato non è solo un’esperienza sociale, culturale, di vita nel senso più ampio del termine. È anche un’occasione, anzi un’ampia serie di occasioni di “cose” nuove, da fare, vivere, sentire, gustare, toccare. Un giorno mi deciderò a fare una lista però per darvi un’idea: quanti in Svizzera, il paese del cioccolato, hanno mai visto l’albero del cacao? Sanno di che colore è il suo frutto? Quanti ne hanno assaggiato i semi freschi, o seccati dopo la fermentazione, quelli che poi si trasformano in polvere e finiscono in tavolette, barrette, praline, ovetti sorpresa, conigli di cioccolato, e, come si dice adesso al posto dell’eccetera, quant’altro?

La Ritter Sport è un’azienda tedesca che produce cioccolato (avete in mente le barrette a forma di quadrato e dalle confezioni colorate?) e che ha deciso di investire in Nicaragua in varie cooperative di produttori di cacao, fra le quali alcune di quelle appoggiate da ADDAC. L’idea della Ritter è di trovare dei partner affidabili nella fornitura della loro principale materia prima, stabilendo relazioni commerciali basate sulla fiducia e il rispetto, e definite secondo criteri di equità dei prezzi e responsabilità sociale.

Il ruolo di questa relazione privilegiata nello sviluppo delle cooperative di ADDAC è indubbio, cionondimeno, come accade per qualsiasi rapporto umano, non sempre tutto può, o deve, essere rose e fiori: ultimamente le cooperative si lamentavano del fatto che alcuni sacchi di cacao venivano respinti dai rappresentanti della Ritter per un problema di gusto. Cioè non per l’insufficiente grado di fermentazione, o problemi nella fase si essicazione, per qualche muffa che può attaccare i grani o per un’insufficiente dimensione degli stessi, ma per il sapore, l’aroma, la valutazione al palato, … una questione di gusti insomma!

Ovviamente questo lascia un po’ spiazzati i responsabili della consegna dei preziosi semi, ma tant’è, non si può neanche far finta di niente: alla fine il cacao serve per fare la cioccolata, e la cioccolata si mangia, anzi, si gode, e … come diceva quello spot riferito a un noto caffè? “Se non è buono, che piacere è …”. Ad onor del vero va anche detto che gran parte del gusto viene influenzato da eventuali difetti nelle varie fasi di trattamento del cacao: da quando si taglia il frutto a quando si consegna il prodotto passa un mese in cui ogni dettaglio e ogni attenzione può avere una conseguenza sul gusto finale del grano.

E allora cosa si è pensato: bisogna inserire il concetto del gusto nel sapere delle cooperative. L’altro giorno il primo corso di degustazione di cacao: ad impartirlo, direttamente dalla Germania, la signora Schuster, esperta degustatrice dell’azienda tedesca. Ho chiesto di partecipare aggregandomi a produttori, lavoratori delle cooperative, tecnici di ADDAC, per capire fino a che punto si tratti di una questione di sesso degli angeli o di un problema reale, e dunque fino a che punto la posizione della Ritter sia condivisibile, ed eventualmente supportabile per ottenere dei benefici per le cooperative, prevedendo che la questione rimarrà ancora per qualche mese oggetto di polemica.

Dopo una breve introduzione sui gusti da valutare, sapore di cacao, tostatura, dolce, amaro, acido, eccetera, abbiamo iniziato le degustazioni preparate per evidenziare i vari difetti di cui il grano può soffrire. Ad ogni difetto si istruivano i presenti su quali comportamenti errati o disattenzioni nei vari passaggi dalla raccolta alla consegna dei sacchi possono essere all’origine di quel particolare sapore sgradevole.

Conclusioni e riflessioni della giornata:

. Tutto è relativo 1 – alla prima degustazione la signora Schuster ha preso nota dei punteggi di ogni gusto per ogni partecipante e poi ha dato i suoi. A volte io ero molto fuori perché pensavo di giudicare rispetto al cacao, invece era un giudizio “assoluto”. Ad esempio il gusto “dolce”, il punteggio 10 non era per il cacao più dolce possibile, no! 10 è lo zucchero, dunque automaticamente il cacao non potrà mai essere più di 6, nella fattispecie il cacao nicaraguense non è tanto dolce e quindi difficile che sia più di 4 … Sapendolo … Ovviamente è l’importanza di definire l’unità di misura e di riempirla di senso, e di esperienza.

. Tutto è relativo 2 – purtroppo de gustibus non est disputandum, a meno tu no ti chiami signora Schuster e mangi cacao da vent’anni … Quindi fra i rappresentanti Ritter in Nicaragua e la di cui sopra, anche se non avevano punteggi completamente differenti, spesso c’erano delle variazioni di interpretazione di uno fino a due punti … cosa che mi lascia perplesso sul proseguo delle discussioni sul tema …

. Tutto è relativo 3 ma ci sarà pur un limite – a un certo punto la Schuster sul criterio “amaro” ha dato 0.5 … per me era almeno 6!!! Cioè se la giocava col veleno a livello di amarezza quel cacao, come fai a dargli 0.5 … Per semplificare sono scaduto nello stereotipo e ho attribuito la differenza di giudizio alla sua ovvia durezza teutonica. L’avranno costretta fin da piccola a evitare il dolce per temprargli il carattere …

. E’ uno sporco lavoro ma qualcuno deve pur farlo – il seme di cacao essiccato è buono, o perlomeno a me piace, ha un gusto a metà fra un’arachide e il cioccolato fondente, tendente all’amaro … però dopo sette otto prove di cacao … non ne puoi più di mangiar cacao.

. Un’occasione – in tutta questa storia io vedo una grande occasione per i nostri produttori e per le nostre cooperative di approcciare, lavorare, incorporare, tramite qualcosa di apparentemente tanto etereo e soggettivo, un concetto fondamentale che da sempre sento sia l’elemento che faccia e possa fare la differenza fra il barcamenarsi e il realizzarsi: la qualità.

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Un amico mi ha detto: bello il blog, ma non sempre si capisce bene quello che fai realmente. Effettivamente ha ragione. Da un bollettino piú completo su questi primi sei mesi mandato via email a sostenitori e simpatizzanti estraggo la parte in cui descrivo le mie attivitá lavorative per ovviare a questa lacuna, per il contesto generale si veda la sezione “il progetto”.

Il mio ruolo nell’associazione in cui lavoro ha varie sfaccettature: va premesso che l’ambiente qui è molto partecipativo e noto con piacere che il mio punto di vista è apprezzato e considerato in generale a livello dell’istituzione quando si parla dei problemi piú vari: dalle grandi linee di azione dell’associazione, ai problemi “politici” che possono sorgere con le cooperative, a come rafforzare la sicurezza interna dopo un furto, oppure all’organizzazione del torneo di baseball … che sembra una stupidagine ma qua, vi lascio immaginare, è importantissimo.

Per quanto riguarda il programma di credito in questi primi mesi, oltre a studiarne il funzionamento ho proceduto ad una diagnosi di quelli che sono i problemi e delle possibili azioni da intraprendere per risolverli, inoltre ho affiancato Aldo (la mia controparte, cioé la persona con la quale lavoro a piú stretto contatto ed alla quale in particolare dovrei in questi due anni passare le mie competenze come obiettivo stesso della mia missione) nella preparazione dei consuntivi 2009, del preventivo 2010 e di un business plan a tre anni che indichi le prospettive future del programma stesso.

Ho cercato in questa fase di sviluppare le sue doti analitiche e soprattutto di insegnargli come utilizzare questi documenti per comunicare al resto dell’associazione in modo chiaro successi e problemi del programma, e linee d’azione che si vogliono prendere per il futuro.

I problemi principali che ho riscontrato sono un eccessivo livello di morositá dei crediti, un livello di formazione, e quindi di professionalità, insufficiente da parte dei promotori, delle politiche di credito che non sfruttano al 100% il potenziale del programma quale strumento d’azione per raggiungere gli obiettivi generali dell’associazione.

Per quanto riguarda la mora sto facendo un “lavaggio del cervello” quotidiano, in particolare ad Aldo, ma anche ai promotori, sul fatto che questo è il nostro grande problema e che dobbiamo agire. In effetti il problema è molto grave: abbiamo una mora del 18%, cioé il 18% del nostro capitale è bloccato presso produttori che alla scadenza non hanno rimborsato i loro prestiti, e che in alcuni casi molto probabilmente non lo faranno mai.

Il programma sta pagando alcuni errori del direttore precedente, ma soprattutto quello che ho notato è una sorta di rassegnazione a questi livelli di mora, ormai giudicati normali. Ho iniziato quindi una battaglia per scalfire questa visione errata e per convincerli che si puó e si deve fare qualcosa per rientrare: va detto che con questo tasso di mora il rischio è di non garantire piú il mantenimento del capitale, e ridurre la capacitá del programma di concedere prestiti sarebbe deleterio.

Inoltre sto lavorando su un’altra mentalitá completamente sbagliata che riguarda il ruolo del programma all’interno dell’associazione: il fatto che il servizio di credito abbia un costo per il produttore mentre normalmente gli altri interventi, quelli tecnici, che spesso prevedono anche la consegna di sementi o utensili, siano gratuiti, è visto come una doppia anima nell’associazione, dove, per banalizzare il concetto, i tecnici sono i “buoni” e i promotori sono i “cattivi”.

Non si riconosce dunque il ruolo sociale svolto dal programma di credito, il quale non solo deve meccanicamente collocare e recuperare prestiti, ma deve soprattutto, o almeno questa è la consapevolezza che voglio si crei, formare degli agenti economici che con la crescita progressiva della loro attivitá giungano un giorno a potersi servire delle fonti finanziarie canoniche (banche e microfinanziarie private). In altri termini tocca a noi insegnare ai contadini a gestire un credito, a utilizzarlo per investimenti produttivi e redditizi, a rispettare le scadenze di pagamento, in breve ad essere degli agenti economici preparati ed affidabili.

Ho coniato uno slogan che ho propinato ai promotori in un incontro formativo sul problema: il tasso di mora è il tasso del nostro fallimento! E visto che ognuno ha il suo tasso di mora, quello del portafoglio crediti che gestisce, credo che un po’ li abbia punti sul vivo (speriamo!).

I promotori un po’ semplicisticamente dicono che il problema è che ADDAC non vuol entrare in contenzioso, non vuole usare le “maniere forti”. Io gli ho spiegato che devono concentrarsi di piú nella corretta valutazione del progetto imprenditoriale al momento della concessione del prestito e ad essere molto attenti a che i produttori paghino le loro quote in modo regolare, standogli dietro, dandogli la giusta attenzione. Solo cosí peraltro staranno assolvendo al loro ruolo sociale e facendo veramente il loro lavoro, che è di insegnare ai produttori ad essere imprenditori, facendo bene i calcoli quando chiedono un prestito, e ad essere persone affidabili, creando l’abitudine ad essere regolari nei pagamenti.

Gli ho anche fatto notare che i clienti che cadono in mora noi li riportiamo ad una centrale nazionale dei morosi, di modo che quando questi vanno a chiedere un prestito a qualche altra istituzione finanziaria, risultando morosi, non ricevono altri crediti, e che quindi loro, come promotori, hanno una grande responsabilitá quando stanno concedendo un prestito: se sbagliano i calcoli e concedono a qualcuno che poi non potrá pagare, il rischio è che lo rimandino in pasto agli usurai.

In poche parole sono venuto qua a fare terrorismo psicologico … no dai, si scherza, sono dei bravi ragazzi e hanno veramente bisogno di attenzione, formazione, spazi di riflessione. E infatti abbiamo preparato un programma con Aldo che prevede una giornata formativa ogni tre mesi (non è moltissimo, ma giá molto piú di prima, e poi è necessario trovare un giusto equilibrio di costo/beneficio). La prima si è svolta a inizio marzo ed ha avuto come temi la microfinanza rurale, il problema della mora (ovviamente), i rapporti informativi mensili (che abbiamo introdotto dal 2010: ogni mese i promotori devono fare un punto della situazione della loro zona che riporti alcuni dati base secondo un modello prestabilito) e il sistema di incentivi (i promotori ricevevano un bonus mensile ma non sapevano come veniva calcolato, dato che il bonus dovrebbe essere uno stimolo per il lavoratore, ho fatto notare che era necessario che i promotori sapessero su che dati venivano valutati per ottenerlo, ovviamente prima abbiamo riaggiustato il parametro “mora” per dargli piú peso …).

Attaccato il problema della mora, e definito un piano di formazione per i promotori, il prossimo tassello è di riscrivere le politiche di credito sia da un punto di vista formale, attualmente il documento è un po’ confuso, che, soprattutto, da un punto di vista sostanziale, cercando, sempre nell’ottica di una maggior integrazione fra il programma e il resto di ADDAC, di renderlo uno strumento piú preciso, piú coerente con gli obiettivi generali. Per fare un paio di esempi concreti, l’associazione promuove l’agricoltura biologica ma non abbiamo un prodotto finanziario specifico che farvorisca, magari concedendogli un tasso agevolato, chi fa investimenti produttivi in questa direzione. Oppure si parla molto di favorire le donne, ma attualmente solo il 30% dei nostri prestiti sono destinati a queste, bisognerebbe a mio avviso anche in questo caso pensare a un prodotto specifico che faccia incrementare questo indice.

Ovviamente oltre al programma di credito ho avuto modo di interagire con il reparto amministrativo dell’istituzione al quale ho dato alcuni suggerimenti organizzativi (va comunque detto che sono giá a un livello molto buono). Con loro dovremmo lavorare a un problema molto importante che è la gestione amministrativa delle cooperative. Le cooperative appogiate da ADDAC sono relativamente giovani, hanno fra due e quattro anni. Lo sforzo principale in questi anni è stato di sostenerle per quanto riguarda gli aspetti societari, organizzativi e commerciali, non si è peró dato il giusto peso agli aspetti amministrativi e contabili, di modo che solo a novembre, con i risultati di una revisione contabile di tutte le cooperative che ha fotografato uno scenario molto carente in merito alla certezza dei numeri mostrati nei conti annuali ed ai controlli amministrativi basilari, si è iniziato a prendere coscienza del problema.

Immediatamente ho detto che quella doveva essere una prioritá poiché se i conti erano stati chiusi al 30 giugno, la revisione era stata fatta a settembre ed i risultati dati a novembre, non rimaneva tanto tempo per correggere la situazione nel periodo contabile corrente. Purtroppo, nonostante le mie insistenze su questo punto non ci siamo mossi molto, abbiamo definito un piano d’azione che prevede l’istallazione dello stesso sistema informatico della contabilitá di ADDAC per gestire le contabilitá delle otto cooperative, e anche che ogni contabile di ADDAC (il reparto è composta da 4 persone) sia responsabile di supportare i contabili di due cooperative. Purtroppo peró, a parte un paio di riunioni e una giornata formativa con i contabili delle cooperative, finora non si è fatto praticamente niente perché fra il periodo fine novembre – vacanze di Natale in cui tutti erano impegnati nelle attivitá di valutazione dell’anno, le vacanze, e questi mesi di inizio anno in cui il reparto contabile ha proceduto alle chiusure annuali ed ha poi avuto le revisioni contabili sia ordinarie sia da parte degli istituti finanziatori, non vi è stato modo di iniziare ad agire.

Il problema è per me molto grave perché una cooperativa si basa sulla fiducia dei soci e se si inizia a spargere la voce che i conti sono tenuti male o che non sono affidabili, si rischia di danneggiare gravemente l’immagine della cooperativa stessa agli occhi dei soci ma anche di tutta la comunitá.

Io mi sono messo a disposizione per qualsiasi azione si ritenga necessaria per risolvere questo problema, d’altro canto il mio è un ruolo di supporto e specialmente in questo caso, dato che il direttore amministrativo e il capo contabile si sono presi la responsabilitá di risolverlo, cosa ovviamente molto positiva, nonostante mi piacerebbe che si intervenga quanto prima, non posso far altro che aspettare e ogni tanto ricordare ai due che la cosa sarebbe urgente.

Spero che dopo le vacanze di Pasqua, qui si ferma tutto il paese dal giovedí santo a Pasqua, ma molti non lavorano tutta la settimana santa, finalmente si attacchi questo problema. D’altronde siamo pur sempre in America Latina e il senso dell’urgenza puó essere un po’ diverso.

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Il cooperativismo 2 presupporrebbe, nella peggior tradizione cinematografica, un post precedente dal titolo “il cooperativismo”. Questo purtroppo è rimasto solo nella mia mente e nei ricordi ormai diluiti: avrebbe parlato della prima uscita alle comunitá con Aldo Marquez, la mia contraparte, il responsabile del programma di credito che sto appoggiando. Era inizio ottobre e ci recammo a Pueblo Nuevo per il rinnovo delle cariche della cooperativa “15 de mayo”. Quel post avrebbe parlato dell’inno nazionale intonato prima di iniziare, che non conoscevo allora e non conosco ora, ma di cui ricordo la parola “sangre” (sangue) per l’effetto che mi fece,  e di un momento di preghiera surreale con una o piú invocazioni a Dio lanciate da una persona, parole quasi urlate, mentre il resto dei presenti le mormorava come in un rosario, in una quasi trans dove, ripetute ossessivamente, risaltavano fra le altre le parole “Dios” e “Cooperativa”.

Raccontando la giornata in quel frangente avrei conculso che il cooperativismo sono quei contadini con il loro miglior capellino tipo baseball e le facce e le braccia determinate degli adulti con la responsabilitá e l’orgoglio di far mangiare le loro famiglie, sono quelle donne di tutte le etá che senza paura o con vergogna alzano la mano per dire la loro, sono i bambini che girano fra le sedie rincorrendosi. Ma soprattutto il cooperativismo sono i vecchi, con la loro camicia migliore e bellissimi cappelli stile caw-boy, che quando parlano lo fanno con modi e contenuti che polverizzano in un istante il loro necessario analfabetismo. Sono i vecchi, i quali, nonostante le mille delusioni che la vita gli ha riservato, ci credono ancora. Credono ancora nella cooperativa. Credono ancora negli altri.

Il cooperativismo 2 è José Angel. Per arrivare alla sua finca partendo dal centro di un villaggio che si chiama El Tuma si va per strade impossibili una quarantina di minuti circa, poi bisogna lasciare la jeep e iniziare a camminare in salita per quasi un’ora, a volte con pendenze molto forti, finalmente si arriva ai campi che si sviluppano sulle stesse pendenze. Si vede tutta la vallata sotto. Un po’ piú su la casa di assi di legno. Senza acqua corrente e senza elettricitá.

José Angel ovviamente non ha la jeep e quindi partecipare alle attivitá della cooperativa significa ogni volta una bella passeggiata fino al paese. Certo ne approfitterá per fare qualche compera, o qualche commissione. Almeno quelle che si possono fare al Tuma. Non me ne vengono in mente tante visto El Tuma, ma sicuramente per chi vive su un cerro (collina) a due ore di cammino deve apparire come una metropoli.

José Angel deve far mangiare una decina di persone fra figli e altri parenti. Non credo che abbia tanto tempo da perdere. Ma se c’è una riunione della cooperativa o di qualche suo gruppo o comitato in cui lui è coinvolto partecipa. Come partecipa alle riunioni della sua assemblea comunitaria: nel percorso per arrivare a casa sua ci aveva mostrato con orgoglio l’edificio nel quale si riuniscono e la scuola, entrambi costruiti con qualche fondo della cooperazione internazionale.

Io sto solo accompagnando il collega Franklin e quando lui inizia a fare un po’ di domande per valutare i progressi a livello produttivo raggiunti con l’appoggio di ADDAC, mi distraggo a giocare con i bambini di José Angel. Per rompere il ghiaccio faccio una foto ai due piú piccoli, poi li invito a guardarsi in quella stessa foto. I bambini sono troppo divertiti e affascinati. Inizia dunque un vero è proprio servizio fotografico con un po’ tutti a turno che mi chiedono di essere fotografati … e giá ora di andare, tre o quattro dei figli o nipoti di José Angel ci seguono fino ai confini della finca per farsi fare ancora una foto. E io gli dico questa è l’ultima. E loro subito ovviamente “ancora una! ancora una! l’ultima! l’ultima!”.

José Angel che è un tipo serio, solo lascia scivolare queste parole  “peccato che queste foto poi qui non arrivano mai …” . La visita faceva parte delle varie attivitá di valutazione e autovalutazione che si svolgono in ADDAC a fine anno. Appena tornati in ufficio a inizio gennaio la prima cosa che ho fatto è stata stampare le foto su carta e darle al promotore del Tuma per fargliele portare. Mi sembrava importante mantenere questa piccola promessa a gente troppo abituata a promesse non mantenute.

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