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Archive for the ‘post con foto’ Category

Teoricamente meno “poetici” del pezzo precedente, ispirato dalla stessa esperienza di viaggio di tre giorni in visita a nuove comunità potenziali per i progetti di ADDAC, questi appunti presi per me, per non dimenticare o confondere nomi di gente e luoghi, più grezzi, meno lisciati, risultano alla fine forse a tratti in realtá anche più poetici … Dimostrazione che la poetica non sta nelle parole ma nell’aria …

Ho solo tagliato un po’ per la lunghezza, spiegato un po’ quando necessario … ma neanche troppo che sennò dovevo spiegare tutto … a volte le parole sono spagnole o spagnolismi … quando non si capisce la regola è sempre la stessa: vuol dire che non era importante …

Lunedí 30 gennaio 2012 – Ocote Tuma e San Juan

4:30 partenza da Matagalpa
Per strada ci rendiamo conto di avere una gomma bucata: la cambiamo
8:00 circa colazione a Yaoska (comunitá nei pressi del fiume Yaoska)
8:30-9:00 arrivo a Waslala, uffici ADDAC

9:00 partenza verso Los Chiles, ci mettiamo una quarantina di minuti, lá c’é Enrique: tesorero della comunitá e dirigente della cooperativa: la nostra entratura per andare a parlare con i lider di Ocote Tuma
10:00-10:30 arrivo a Ocote Tuma, notiamo una comunitá molto ben ordinata, pulita, vi é una impianto di generazione dell’elettricitá grazie a una cascata d’acqua nelle vicinanze: la gente tiene le lampadine accese giorno e notte …
10:30-12:30 incontro con i lider: sono 7-8 persone che rappresentano la comunitá, la chiesa cattolica e la chiesa evangelica

Fra queste persone vi é Don Francisco (Pancho) Artola, 80 anni, é lui che ai tempi della Violetta (Violeta Chamorro, presidente del Nicaragua dal 1990 al 1996) si era interessato per far costruire 14 scuole nelle comunitá del comprensorio: se ne costruirono 10, giá sotto Aleman, o Bolaño (i successori di Violeta), le 4 rimanenti non si realizzarono per passivitá delle relative comunitá piú che del governo centrale.

Don Pancho é un esperto di metodi tradizionali di previsioni climatiche: tanto che a sue spese va a Waslala una volta al mese a dare alla radio le sue previsioni basate su vecchie formule e segni della natura: livelli dell’acqua, galli, riti (primi dodici giorni dell’anno = dodici mesi).

Non so quanto ci azzecchi ma non poco se é sopravvissuto fino a 80 anni … dato che in base alle previsioni climatiche dispensa consigli su quando seminare … qualcuno che avesse preso una cantonata grossa per colpa sua …

La gente é preoccupata per i fagioli: gennaio normalmente non é molto piovoso ma quest’anno sta piovendo tutti i giorni, questo potrebbe rovinare il raccolto …

Nella discussione con i lider, fatta sotto un albero nel recinto del centro scolastico, spicca un produttore per la sua autarchia: dice che a lui non interessa tanto lavorare con gli organismi, non vuole complicarsi la vita con il credito, eccetera. Lui punta ad avere abbastanza da mangiare e poi si vedrá con quello che avanza che si puó fare … (più tardi commenteremo che riuscendo ad aprire solo un po’ la sua posizione sarebbe probabilmente un ottimo socio nei progetti ADDAC).

Pranziamo nella comunitá.

Continuando verso San Juan arriviamo in un punto di vista sull’intera vallata, al ritorno Julio si rende conto che è dove lo ferirono ai tempi del Servicio.

Oltre questo punto scendendo si incontrano poche case. C’é una piccola concentrazione appena prima che la strada finisca sulla riva del fiume Tuma.

In tutto il viaggio la natura mi appare incredibile: ci sono mille tipi di piante diverse. Mi sento come un campesino analfabeta davanti ai conti annuali della Novartis, mentre i miei colleghi snocciolano i nome degli alberi che si affastellano intorno.

Viaggiamo dalle 13:30 alle 15:00, fino al fiume e poi torniamo, arriviamo agli uffici di ADDAC verso le 17:30-18:00 (dal Tuma al Chile ci mettiamo tipo un’ora, sono 34 chilometri …).

Nel viaggio di ritorno Enrique ci racconta di quando era bambino en el Jobo e andavano a farsi il bagno in una pozza d’acqua e un giorno lo punse un porcospino, e di come sia tornato ultimamente a quella pietra … e che per il suo stupore in tutti questi anni niente era cambiato, quella pietra era ancora là

ci racconta anche di come per avere il fratello più vicino gli avesse regalato 5 manzanas di terra, ma ben presto sotto la pressione della moglie di questi, che non si trovava bene lontana dalla sua di famiglia, il fratello era tornato indietro … e lui gli ricompró la terra … cioé gli pagó la terra che gli aveva regalato … eh eh eh … questo é proprio un brother come dicono qua …

Rientrando a Waslala stormi di grandi uccelli bianchi (garza) solcano il cielo, mi fanno pensare al mio libro sussidiario delle elementari a Roma, e al valore che gli antichi romani davano al volo degli uccelli leggendone segnali di buon o malaugurio, per le loro profezie, per leggere nel cielo il volere degli dei …

Mangiamo al volo nell’oficina (gallo pinto, cuajada e tortilla). Poi io rimango lá con Ciro e Milton a vedere di quadrare dei dati …

Fa freddo in paese. Fa freddo nella stanza d’hotel. Abbastanza spartana ma comoda e soprattutto pulitissima. Decido di dormire vestito visto che c’é solo un lenzuolo per coprirsi.

Martedí 31 gennaio 2012 – Kubalí e Casa Maquina

Uscendo dall’hotel con Oto, per non voler fare lo sforzo di salire un muretto, metto il piede nel fango … affonda tutta la scarpa …

7:00-7:30 partenza da Waslala, con noi vengono anche Don Santo (recentemente ritornato alla Presidenza della Cooperativa) e Don Donald (vice-presidente). Prendiamo la strada che va verso Siuna.

Don Donald ci indica dove vive una persona che gli ha comprato una vacca ma non gliel’ha mai pagata. Poi spiega come tante volte per evitare problemi uno debba lasciar perdere. Anche ci racconta di gente che va nelle sue piantagioni a rubare banane o cacao … Lui cerca di risolvere parlando …

Arriviamo a Kubalí che é giá un pueblito. Andiamo oltre fino a Santa Maria de Kubali. Una comunitá. Scendiamo che la strada non va piú avanti, o solo per i muli. Parliamo con Maura Mendoza. Nella comunitá ci sono 185 famiglie, in media hanno 30-40 mz, principalmente producono cacao e café. C’é stata un po’ di organizzazione per l’acqua potabile.

Necessitá: un ponte per arrivare alla scuola (a Kubali c’é dal 1. al 6. grado).
Problemi produttivi: broca nel café, monilia nel cacao.
Per arrivare fino alla fine della comunitá sono 2 ore e mezza (non ho capito se a piedi o in bestia).
Il centro de salud é a Kubalí: 3 km e qualcosa, 40 minuti con un buon passo.
Produttivitá: mais 20 qq/mz, frijol 5-12 qq/mz, café 20 qq/mz

Doña Maura conosce ADDAC … sono arrivati lá forse per acopiar cacao … sembra interessata al discorso di organizzarsi.

Torniamo indietro. Poi prendiamo di nuovo la strada per Siuna: a Puerto Viejo cambiamo la gomma che avevamo bucato nel viaggio da Matagalpa. Poi mangiamo in un comedor: riso, fagioli, uovo strapazzato, buonissimo …

Passiamo un paio di volte il ponte instabile … poi un pontone grande …

Andiamo verso Dipina (o El Naranjo?). Ma prima arriviamo a una comunitá che si chiama o chiamano Casa Maquina, dato che c’é una centrale elettrica su un fiume. Il rio Bravo?

Lá parliamo con un paio di persone a cui abbiamo dato un passaggio. Un uomo accompagnato da un bambino, un ragazzo. Una donna con la figlia giovane stanno a un lato … metá nella conversazione … (mi avevano passato nella camioneta dei vassoi de barro … l’odore della torta che avevano ospitato … era ancora fortissimo, e buonissimo)

Santos e Donald prendono l’iniziativa: praticamente parlano solo loro … Santos mi commuove per quello che dice e per le parole che usa …

La questione per la gente é il cacao: ADDAC era venuta con un prezzo, poi lo aveva abbassato … adesso arriva Acawas (che praticamente é la continuazione di quelli che sono usciti da Nueva Waslala … una visione meramente commerciale/mercantilista) …

I due uomini ci dicono che la gente é in attesa, c’é spazio per parlare e vedere che fare, a chi unirsi.

Torniamo indietro. Poi prendiamo per Dipina (o El Naranjo). Intorno a noi per lunghi tratti solo enormi estensioni di pascolo. Senza animali. A un certo punto decidiamo di tornare indietro. Io sono sulla tina (il retro della jeep) con Don Donald che mi racconta che da giovane ha lavorato nella costruzione: manovale, muratore, capo cantiere … Don Donald ha 62 anni. E’ evidentemente un discendente di europei. Non cosí Santo … con tratti indios, e curiosi capelli arricciati e dal colore tendente a ruggine.

Quando arriviamo al ponte che avevamo visto instabile all’andata, saranno le 16:30 … vediamo che c’é un camion che é rimasto bloccato … una gomma bucata nello sforzo di montare sugli assi di legno che uniscono lo scheletro di cemento del ponte alla terra oltre la piccola voragine creatasi per uno smottamento … il camion é carico di legna in assi … l’autista tenta di muovere il camion nonostante la ruota fuori uso, poi decide di gonfiare la gomma … la gomma esplode …

Pensano di cambiare la gomma. Il camion ha la ruota di scorta bucata e quindi si deve prima riparare …
Finalmente si riesce a cambiare la gomma …
Il camion va indietro, si buca di nuovo la gomma …
La riparano di nuovo … il camion riparte, questa volta punta verso il ponte che é stato rinforzato con piú assi di legno … incurante del fatto che ci siamo noi che aspettiamo dietro, e anche la macchina della polizia …
(avrebbe potuto retrocedere ancora un po’ per lasciarci via libera …)

Noi comunque abbiamo giá chiamato i rinforzi: dall’ufficio di Waslala sta venendo Chepe con un camioncino … in caso lasciamo la camioneta lá e poi verremo a riprenderla …

La polizia é arrivata forse un’ora dopo di noi … non ci sono altri veicoli, non si crea colonna, dall’altro lato un paio di bus si sono fermati. La gente e scesa ha attraversato il ponte a piedi per continuare il viaggio su camion prontamente organizzati alla bisogna …

La cosa piú sensata sarebbe scaricare la legna dal camion … questo é ció che vorrebbe fare l’autista … ma il padrone della legna non vuole …
I miei colleghi mi spiegano che il carico é illegale perché é vietato trasportare la legna giá tagliata in assi cosí fini, inoltre, probabilmente, al centro del carico, nascosta dalle altre assi, ci sará legna di alberi che sarebbe vietato tagliare …

La polizia non scende neanche dall’auto, il padrone della legna va da loro con i documenti … parlano pochi minuti e poi gli ridanno i documenti …

Il commercio della legna, lo sfruttamento indiscriminato del bosco é in mano ai poteri forti del Paese, un commercio mafioso. Anche se volesse fare il suo mestiere il poliziotto perderebbe solo tempo inutilmente …

La gente si accumula intorno al camion, alcuni si siedono su delle grandi travi di legno ai bordi della strada a pochi metri dal ponte: si godono lo spettacolo.

Poi torna la pioggia. Forte. La gente cerca riparo. Quando smette sembra che comunque giá lo spettacolo non interessi piú a molti … il camionista e il suo aiutante rimangono quasi soli con il loro grosso problema …

Man mano che cade la notte la gente torna ad accumularsi intorno al camion …

Poco dopo le otto si sblocca la situazione … giusto quando Chepe arriva da Waslala … non ce ne sarebbe stato piú bisogno … peró effettivamente era la decisione migliore da prendere quella di farlo venire, per lungo tempo le probabilitá che non si riuscisse a muovere il camion erano maggiori di quelle che si riuscisse a muovere. Anzi a ben vedere il rischio che il camion si rovesciasse e cadesse dal ponte era ben piú che un’ipotesi remota …

Una giornata che poteva essere “leggera”, alle tre e mezza invece di andare verso Dipina avremmo potuto tornare a Waslala, alle cinque-cinque e mezza eravamo arrivati … si trasforma in una giornata infinita … nell’abitacolo della camioneta avvolto dal buio rimaniamo a lungo in silenzio, un silenzio di stanchezza … arriviamo a Waslala alle 21:30-22:00 … non c’é luce in paese … non ceniamo nemmeno

Mercoledí 31 gennaio 2012 – Dipina central e Arena Blanca

L’acqua ghiacciata della doccia non fa bene alla tosse che mi porto dietro da qualche giorno.

Partiamo verso le 7:30-8:00. Passiamo a prendere Samuel, un lider di una comunità che ancora non fa parte della cooperativa (sono 3-4 anni che si é organizzato con ADDAC). E’ un ex-contra, o perlomeno liberale … Julio sta raccontando aneddoti del servicio quando arriviamo da lui e lí smette … per evitare …

Samuel ha una barba tipo i barbudos cubani … un’aria po’ inquietante: lo sguardo di occhi neri “magnetici” che ti scruta profondo nell’anima. Lui ci fa da connessione con i lider delle comunità vicine.

Parliamo con due acopiadores comunales (responsabili di ricevere il cacao dei produttori) che vediamo nel tragitto. Poi arrivati a Dipina Central, una dozzina di case di legno, stile far west, c’é una rotonda in cui Julio da un giro inutile (ridiamo perché ci immaginiamo la gente pensare che stiamo facendo qualche rito, qualche brujeria …) cerchiamo Carlos. Non é in casa ma ci dicono che é nel cacaotal (bosco di cacao). Il figlio, Carlitos, ci accompagna.

Camminiamo nel fango per uscire dalla comunitá, e continuiamo nel fango quando raggiungiamo il bosco … saliamo poi scendiamo … arriviamo ad un fiumiciattolo … bisogna saltare su un paio di pietre per attraversarlo …

Andiamo nel cacaotal ma non si vede Carlos, gridiamo, finalmente ci risponde. Saliamo ancora, arriviamo a uno spiazzo e sotto un albero comincia la discussione.

Anche Carlos sembra una persona pacata e aperta ad organizzarsi. Parliamo a lungo con lui. A volte i capesinos usano quando parlano parole che mi sanno d’altri tempi, e che danno una poetica particolare al loro discorso.

Alla fine mentre camminiamo insieme verso casa di Carlos ci dice che é analfabeta, ma che ci tiene che i suoi figli vadano a scuola.

Ripassando il fiume ci sono due donne che lavano la biancheria sui sassi. Carlitos si toglie i vestiti e si butta in acqua …

Sono giá le 13:00 iniziamo a rientrare. Ci fermiamo a Arena Blanca per bere una cosa. E Samuel dice che lui aveva convocato dei lider di quella comunitá. Ha un entusiasmo quasi bambino Samuel sotto la sua apparenza di orso selvatico. Va ad affacciarsi ad alcune porte, mentre noi recuperiamo la jeep: finalmente ci affianca e ci dice che c’é un lider che é venuto apposta per noi e sarebbe il caso di parlarci … sotto il porticato di una pulperia, seduti su banchi di legno parliamo con Don Emilio, un cappello da vaccaro, una persona che emana da subito una certa saggezza nelle sue parole. … conosce giá ADDAC e il suo lavoro: evidentemente Samuel gli ha parlato di tutti i suoi progressi … e sembra molto interessato alla questione.

Siamo in piena zona contra, e per la prima volta da quando sono in Nicaragua vedo sventolare, o noto, una bandiera bianca con la scritta RN: resistencia nicaraguense … e poi la bandiera rossa del PLI

Arriviamo a Waslala verso le quattro, andiamo a mangiare una carne alla plancha riquisisima, poi torniamo agli uffici addac, partiamo alle cinque. Per strada abbiamo una gomma a terra e ci tocca cambiarla. E gia buio, si ferma un camionista per farci luce.

Durante tutto il tragitto Julio racconta storie del Servicio, ogni tanto Oto aggiunge qualcosa. Arriviamo sfatti alle dieci e mezza a Matagalpa.

Riflessione su questi giorni: che bella questa gente … con tutti i suoi limiti, che nessuno é perfetto … Samuel, Santos, Donald, Enrique … splendidi compagni di viaggio per un giorno, e Carlos, Emiliano, Maura, don Pancho, Noel … splendidi incontri

Le condizioni di vita
La gente vive in case di legno, nel fango costante di questa terra cosí carica d’acqua, quasi sempre senza elettricitá, lontanissimi dai centri urbani, forse non in chilometri … ma in tempo di percorrenza, per muoversi vanno a piedi, al massimo a cavallo (il trasporto é assicurato solo fino a certi punti, in camion: i bus non ce la farebbero a salire e/o scendere da certe coste piene di fango)

I bambini che stanno sull’uscio sono bellissimi, paciocconi, mi dice Julio che adesso é cosí, la gente si vede abbastanza sana, da quando é aumentato il prezzo di alcuni prodotti agricoli … ma prima, per esempio i fagioli che adesso possono arrivare a 800 C$ al quintale cinque anni fa valevano 40 … la gente a malapena sopravviveva … e questo facilitava fra l’altro l’espansione della frontiera agricola … i ganaderos, gli allevatori, con quattro soldi compravano la terra, ne facevano pascolo, con un danno enorme per la natura, visto che nella visione estensiva dell’allevamento tradizionale nicaraguense si conta mezzo ettaro per ogni animale … questo é il loro lavoro … arrivare, comprare la terra, fare tabula rasa degli alberi, sfruttare i pascoli finché danno e poi andare un po’ piú in lá … spostando la frontiera sempre piú verso l’oceano atlantico … e quando saranno arrivati alla costa, tutto il nicaragua senza piú un albero che faranno? Le terre impoverite, l’acqua persa per la desertificazione conseguente al disboscamento … che si mangerá?

Ci sono mille foto “splendide” che avrei potuto fare, di questi bambini bellissimi sull’uscio di casa, seminudi, che ti guardano sorridenti o impauriti. Ma veramente ho un blocco. Non mi piace fotografare la gente. Mi sembra un’intrusione eccessiva.

Comunque qualche foto del viaggio l’ho fatta, seguire il link:

Waslala

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No, non siete finiti sul sito di una qualche trasmissione di un qualche Angela … semplicemente prima di rituffarmi virtualmente nel mondo nica (fisicamente mi ci sono rituffato necessariamente da piú di due settimane), archivio gli scampoli di un paio di eventi informativi di cui sono stato protagonista nel mio passaggio in Svizzera, nel mio passaggio a nord-est … appunto.

Innanzitutto qualche foto della serata del 5 ottobre 2011 al centro Integrazione per tutti di Besso: una serata che mi ha riempito di soddisfazione per il numero, la composizione, il livello di attenzione di chi mi ha fatto l’amicizia di venire (seguire il link per le foto):

http://www.kizoa.it/slideshow/d2029431k4827339o1/presentazione-armadillo-051011

Poi siccome non sono riuscito a caricare direttamente sul sito la registrazione riporto la trascrizione dell’intervista passata in diretta sulla Rete 2 della RSI, nella trasmissione Il Punto, il 7 ottobre 2011. Per chi ci tenesse ad ascoltare la mia voce in versione telefono erotico ed i miei acrobatici tentennamenti da diretta posso sempre spedirvi per mail il file mp3.

Lina Simoneschi: Siamo al nostro approfondimento del pomeriggio e siamo collegati con Giuseppe Aieta che saluto subito …

Giuseppe Aieta: Buongiorno.

Buongiorno, lei é economista impegnato da due anni in Nicaragua come volontario in aiuto di un’associazione nicaraguense di sviluppo rurale, ed é stato a Lugano mercoledí a raccontare questa sua esperienza di volontariato. Durante questo incontro telefonico vorremmo saperne qualcosa di piú anche noi. Innanzitutto lei ha adottato la formula di volontariato con Inter-Agire …

Sí esatto, Inter-Agire é un’associazione ticinese che seleziona profili di professionisti, di persone che hanno un’esperienza lavorativa, oppure di studenti appena usciti dall’universitá peró con competenze specifiche, che hanno interesse a fare un’esperienza nel Sud del mondo, in particolare in America Latina. Da un lato quindi ci sono queste persone interessate a questo tipo di esperienza, dall’altro una rete di organizzazioni non governative dei Paesi del Sud che hanno delle esigenze professionali specifiche che sul posto non si trovano o si trovano difficilmente, e quindi si crea questo collegamento e noi andiamo a rafforzare queste realtá locali.

E quindi lei é andato con Inter-Agire come economista per questo progetto di aiuto dello sviluppo rurale, un progetto che sostanzialmente si propone anche di aiutare, di dar credito all’agricoltura dove le banche non arrivano. Ci racconti questo progetto che lei sta seguendo da due anni giusto?

Sono due anni che sono in Nicaragua, sono a Matagalpa, una cittá del Nord del Paese, e rimarró ancora un anno. Normalmente queste esperienze durano al massimo tre anni perché l’idea di fondo e di passare le nostre competenze a una persona in particolare e in generale all’associazione che andiamo ad appoggiare giú: tre anni dovrebbero essere sufficienti per garantire che le nostre conoscenze sono passate e che quindi questa competenza é appropriata.

E sta succedendo cosí?

Sí, io sono abbastanza soddisfatto, devo dire che ho avuto anche molta fortuna perché l’associazione in cui lavoro é veramente una buona associazione …

Come si chiama l’associazione in Nicaragua?

Si chiama ADDAC, associazione per lo sviluppo rurale e comunale …

Perché appunto lei sta aiutando, lei e la sua associazione con il suo lavoro di volontariato, dei contadini, ben tremila famiglie che non hanno i requisiti per avere i crediti “ufficiali”, insomma quelli delle banche …

Sí, l’associazione ha vent’anni di esperienza, sono partiti con poche famiglie poi la cosa é andata crescendo: sono partiti in particolare sugli aspetti piú produttivi (le competenze che piú si trovano nell’associazione sono persone che hanno studiato agronomia) e quindi avevano iniziato con il miglioramento delle produzioni e tentare di far passare il discorso dell’agricoltura biologica giá fin dall’origine dell’associazione. Poi automaticamente, man mano, crescendo, e rendendosi conto che lo sviluppo non é solo produzione ma anche associazione, unitá fra le persone, sviluppo dei diritti umani, eccetera, man mano si sono integrati vari altri elementi: non solo la produzione, non solo gli aspetti tecnici, ma anche gli aspetti di commercializzazione, di associativismo, si sono create delle cooperative, e, in questa evoluzione, a un certo punto ci si é resi conto che molti di questi micro-imprenditori avevano necessitá di credito, cosa che difficilmente riuscivano ad ottenere dal sistema finanziario tradizionale che non si fidava delle poche garanzie.

Ecco, concretamente ci faccia un esempio di un caso, di una famiglia, di un piccolo imprenditore, di un piccolo contadino che siete riusciti ad aiutare tramite questo sistema di microcredito alternativo … fuori dal sistema ufficiale … Non so come lo definiate voi …

Sí, sí, possiamo parlare di “alternativo” … di finanza alternativa … mah, gli esempi sono molti, sono centinaia in realtà …

… l’ultimo, o uno che le sembra rappresentativo anche per i nostri ascoltatori qui della radio svizzera

… in particolare io non tratto direttamente con i produttori, nel senso che il mio ruolo é piú di formazione sia dei promotori di credito, che sono dei ragazzi che hanno il contatto diretto, che non hanno una formazione specifica in credito e quindi hanno delle grosse lacune, e questo a volte puó portare ad avere dei problemi sia a livello della concessione del credito sia poi del recupero del credito, del seguimento che possiamo dare a queste famiglie, quindi io mi concentro in particolare sulla formazione di questi sei ragazzi …

Che resteranno sul posto, giusto? Questo é importante …

Certo, questi sono tutti ragazzi nicaraguensi

Non formati nel senso che non hanno nessuna nozione di economia

Non hanno nozioni di economia, a volte vengono da altri lavori, da altre esperienze … fa un po’ parte della forma in cui l’associazione promuove i suoi lavoratori, ad esempio abbiamo un paio che erano autisti e che sono passati a fare i promotori, quindi questo … da un certo punto di vista io lo trovo molto positivo, perché é una possibilitá per loro di svilupparsi, é ovvio che nella nostra concezione occidentale di superspecializzazione delle persone a volte puó lasciare perplessi dire stiamo gestendo una cosa delicata come il credito con persone che non sono ancora formate a questo.

Sí, é impensabile quasi … é molto difficile diciamo …

Beh, alla fine devo dire che in qualche modo la cosa funziona anche perché non é solo una questione economica.

Appunto é una questione soprattutto di formazione, forse anche di mentalitá, di riuscire appunto a capire come avere questi crediti, capire che poi questi soldi vanno ridati, e che la loro é una piccola impresa che deve funzionare comunque con i criteri di un’impresa, quindi un intento di formazione molto importante.

Fondamentale direi, effettivamente da un certo punto di vista queste associazioni a volte erano state abituate nel tempo, soprattutto quando il loro appoggio era specificatamente tecnico, a ricevere finanziamenti per poter distribuire attrezzi oppure sementi e spesso questo tipo di appoggio al contadino era gratuito o comunque questi doveva parzialmente ridare una parte di quel valore e la si metteva in un fondo che veniva gestito dalla stessa comunità, mentre il credito è qualcosa che chiede un interesse quindi a un certo punto c’era quasi una dicotomia interna fra quello che era una parte dell’associazione che faceva questo tipo di appoggio e un’altra parte che invece chiedeva un corrispettivo … mentre effettivamente la realtà è che stiamo parlando di due livelli diversi dello sviluppo: in una prima fase quando non si hanno le basi per poter produrre è possibile che sia necessaria una iniezione iniziale per avviare il tutto, pero una volta che il produttore è arrivato a un certo livello deve poi fare quel salto che lei appunto diceva di mentalità, di riuscire a pianificare.

E lei ha visto un cambiamento di mentalità, perché di cultura economica ci vogliono più anni, insomma, ma … in questi due anni?

Come dicevo io mi sto occupando particolarmente di cambiare mentalità all’interno della stessa associazione, e devo dire che questa divisione che si era creata internamente la stiamo superando, e soprattutto vedo i progressi che fanno questi ragazzi che sto seguendo, che magari prima avevano loro stessi dei limiti per poter poi fare un discorso migliore di formazione a loro volta verso i produttori. E stiamo vedendo che effettivamente avevamo dei problemi abbastanza grossi di morosità e stiamo rientrando abbastanza …

Appunto uno era il problema della morosità che allora lei ci ha detto che state cercando di risolvere. Perché è proprio un po’ lo scopo anche di Inter-Agire di portare formazione quindi di portare know how non di portare solo soldi e poi lasciare la gente così com’è, quindi questo è un intento di volontariato particolare … particolarmente interessante …

Sono totalmente d’accordo sull’interesse di questo tipo di volontariato! Effettivamente secondo me è la forma migliore: dare gli elementi alle persone di poter svilupparsi, rafforzare realtà che già esistono, perché a volte c’è un preconcetto rispetto ai Paesi del Sud del mondo pensando che non ci sia niente, in realtà ci sono molte cose, soprattutto c’è molta voglia di emergere, e anche ci sono già competenze, ci sono già realtà, ci sono già cose che funzionano, non dobbiamo per forza andar giù noi con soldi e mezzi e tutto, a volte semplicemente dovremmo assecondare alcune cose che vengono su già direttamente li e quindi a maggior ragione hanno molto più senso perché siccome sono nate lí hanno radici più forti e anche una speranza più grande di rimanere, di continuare.

E lei Giuseppe Aieta come si trova personalmente a vivere in Nicaragua, naturalmente un paese ben diverso dalla Svizzera, lei stesso scrive nel suo blog “un Paese dove si considera normale dipingere il municipio con i colori del partito che ha vinto le elezioni”, quindi anche dal punto di vista politico, democratico, è ben diverso dalla Svizzera.

Bisogna considerare che si può essere a un livello diverso di maturazione di alcuni processi. E poi ci possono anche essere delle interpretazioni diverse della realtà e quindi una cosa del genere magari a me può chiamare l’attenzione a un nicaraguense sembra totalmente normale.

Comunque lei si è integrato bene, si trova bene?

Si io mi sono integrato molto bene. Mi trovo bene, mi piace il Nicaragua e mi trovo molto bene soprattutto con le persone, che è la cosa fondamentale.

E ci resterà ancora un anno a portare avanti questo progetto, che ha un nome?

Il progetto per Inter-Agire l’abbiamo chiamato “Armadillo para Nicaragua” … così per dare un nome simpatico al progetto …

Sono già le diciassette e venticinque, il tempo è davvero volato e quindi dobbiamo concludere questo spazio che abbiamo dedicato a lei e al progetto qui sulla Rete 2. Per chi volesse aiutare il volontariato in Nicaragua o per chi volesse semplicemente avere delle informazioni in più possiamo dare il suo blog?

Il mio blog è: http://www.armadilloblog.wordpress.com

Oppure basta che mette magari Giuseppe Aieta su google e trova Nicaragua. Oppure Inter-Agire?

http://www.interagire.org

E alla fine dell’anno prossimo farà un resoconto immagino dei suoi tre anni di questo progetto di aiuto in Nicaragua e magari torneremo a parlarne quando sarà di nuovo di ritorno.

È possibile che porti la persona con la quale sto lavorando in Nicaragua, la persona con cui ho più diretto contatto, a fare un’esperienza … sempre nell’ambito delle possibilità di cooperazione che offre Inter-Agire c’è la possibilità di portare qualcuno dal Sud qui per un periodo formativo, quello potrebbe essere interessante anche.

Grazie a Giuseppe Aieta che torna in Nicaragua per Inter-Agire.

Grazie a lei.

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Ieri sono stato al sesto anniversario della Cooperativa Flor de Jamaica, nella comunitá San Pablo, municipio di San Ramon.

Fatti salienti della giornata:

. non avevo capito che andavamo a San Pablo, pensavo che la festa la facessero a San Ramon … cosa cambia? Mah … mezz’ora / quaranta minuti in piú di strada, peró ovviamente la parte piú sobbalzante …

. la festa di anniversario era anche festa del raccolto, fiesta de la cosecha, dato che é in questo periodo che si miete il mais: appena arrivati ci hanno rimpinzato di, nell’ordine: guirilla con cuajada (la guirilla é una specie di tortilla, un po’ piú spessa, e molto piú saporita della tortilla quotidiana, in quanto la prima é di mais fresco la seconda di mais secco, la cuajada un formaggio fresco), atol: una specie di budino fatto con farina di mais e latte (credo), buono!, elote (classica pannocchia lessa), e infine tamal (una piccola massa di farina di mais avvolta nelle foglie della stessa pannocchia del mais),

. la celebrazione é stata interessante e, contrariamente ai miei timori iniziali, non eccessivamente prolissa, ci sono stati vari numeri culturali: balli, musica, anche una poesia, il discorso del presidente della cooperativa, la presentazione, molto sintetica, del bilancio dell’organizzazione,

. immancabile il concorso di elezione della reginetta del mais: quattro delle sei comunitá che partecipano alla cooperativa hanno inviato una coppia al concorso, composta dalla reginetta (ignoro se si siano fatte delle preselezioni interne a ogni comunitá) e dal “reginetto” … che come spesso accade in questi casi faceva veramente solo da contorno: era chiaro che al centro dell’attenzione erano le ragazze, peraltro se queste avevano 12-14 anni, i maschietti erano, a parte uno, dei bambini di 8-10 anni,

. quando i miei colleghi mi avevano parlato del concorso della reina, avevo pensato … andiamo bene … é cosi che stiamo incidiendo sulla visione che si ha della donna nelle comunitá? In realtá la cosa era molto tranquilla e i criteri per determinare la coppia vincente sono stati piú che altro la cura con cui era stato preparato il vestito (che in qualche modo doveva richiamare al mais) e la preparazione sui temi del cooperativismo (le coppie hanno dovuto rispondere a specifiche domande dell’inflessibile e incorruttibile gran giurí …)

. che, per garantire la massima trasparenza ed evitare combine, é stato presieduto dalla persona piú insospettabile dato che espressamente venuta dall’Europa per questa difficile incombenza … sto parlando di me stesso, e integrato da alcune colleghe di ADDAC, anch’esse prive di vincoli diretti con le coppie contendenti …

. all’annuncio della vittoria, la neo-reginetta Darling del Carmen, della comunitá di San Pablo, ha reagito come se gli avessero annunciato una condanna a morte, e con questo animo, dopo un paio di secondi di esitazione, si é alzata dalla sedia per farsi incoronare e premiare …

. la differenza di preparazione fra la vincitrice e le altre concorrenti la attribuí al fatto che venisse da San Pablo, la piú grande delle comunitá che partecipano alla cooperativa. Ho immaginato come chi é di San Pablo se la tiri rispetto agli altri … poi al rientro, entrando a San Ramon, mi é sembrato di essere arrivato alla grande civilizzazione … mi succede spesso quando rientro da Rancho Grande o da Pancasan a Matagalpa, che in quei momenti mi sembra una metropoli … e proprio vero che a questo mondo tutto é relativo.

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Dopo il volante e prima dei freni, fondamentale per guidare in Nicaragua è il clacson. Ai lati della strada c’è spesso gente che cammina, quando si sorpassa non si può essere sicurissimi che chi ci precede si sia accorto di noi, a un incrocio non si sa mai che l’altro non si butti … In queste ed in altre innumerevoli occasioni, basta un semplice colpo di clacson per chiarire tutte le precedenze ed evitare il peggio.

Dalla prima curva ci rendiamo quindi conto che abbiamo un problemino: il clacson del bussino da venti posti che ci scarrozzerá per tutto il giorno é moscio. Fa un suono tipo palloncino che si sgonfia, con un tono grave che va spegnendosi, come se avesse l’asma.

Quando pochi secondi prima sono salito, il bus era giá carico della ventina di soci della Cooperativa Rios de Agua Viva, di Rancho Grande, che oggi si portano a visitare la Finca Santa Clara a Jinotepe, di modo che rimanevano solo i seggiolini pieghevoli da aprire per occupare lo spazio di passaggio. Scomodissimi.

Ma sono le cinque e mezza del mattino e quindi seggiolino o no, il sonno prende il sopravvento, cullato dal classico rollio del bus. (Adesso che scrivo peró c’ho un mal di schiena …)

Il campesino nica, come ogni contadino che si rispetti, é piuttosto riservato, parla poco e non fa troppo rumore. Giusto dietro di me c’é peró, fortunatamente, una signora con un certo piglio, un po’ piú loquace della media. Cosí posso sentire nel dormiveglia l’ammirazione per il paesaggio quando a mezz’ora da Matagalpa si apre sotto i nostri occhi la pianura di Sebaco. Poco dopo la stessa osservazione si fa piú pratica: “quanta bella terra piatta …”.

Dormo quasi tutta l’ora e mezza per arrivare a San Benito, crocevia nel quale é d’obbligo fermarsi per la colazione. Ovviamente desayuno tipico nica: gallo pinto, uova, formaggio, tortilla … ma il ricco buffet offre anche cosce di pollo fritte, spezzatino di maiale, salsicciotti tipo wienerli … sento che i miei compagni di viaggio non esitano a ordinarli … di conseguenza evito accuratamente di guardare nei loro piatti quando ci sediamo al tavolino … sono pur sempre le sette del mattino!

Torniamo sul bus ben rifocillati … tutti un po’ piú svegli, ma gli scambi verbali rimangono pochi e sommessi: posso continuare a godere dei commenti della signora alle mie spalle, senz’ombra di dubbi una leader del gruppo. Cosí l’ascolto spiegare che nell’estensione enorme al lato della strada devono aver seminato mais, per lo stupore della ragazza con il viso appiccicato al finestrino, abituata a vedere il mais coltivato solo per l’autoconsumo della famiglia, probabilmente, pensa, con tutto questo mais ci si sfamerebbe la quarantina di comunitá di Rancho Grande …

E vi lascio immaginare il mio divertimento quando, arrivati all’altezza di Masaya, fermi al semaforo, l’arzilla vecchietta si premura di informare tutti sul fatto che: “adesso la luce é rossa e stiamo fermi, poi quando diventa verde …”.

Un paio di battute ironiche su Ortega alla vista dei megacartelloni propagandistici con la sua faccia. Reiterati apprezzamenti, prontamente confermati dalla comare al lato, per il buono stato delle strade che stiamo percorrendo. E ci credo, dico fra me e me, … siamo nelle zone piú “sviluppate” del paese, le strade che collegano Managua a Masaya e Granada sono buone, altro che le tre ore di buche per arrivare da Rancho Grande a Matagalpa …

Poi passiamo per i Pueblos Blancos, una serie di paesi famosi perché ognuno ha sviluppato una specialitá di artigianato: la lavorazione del legno, della ceramica, la produzione di amache, i vivai di piante. Masatepe é famosa per i mobili, i punti vendita sono direttamente ai lati della strada e si vedono veramente begl’oggetti … mi aspetto i commenti della nostra Cicerona … ma invece sembra non vederli … mi chiedo se li considera tanto inaccessibili che … quei bei mobili, ben lavorati, di ottimo legno … sono cose da signori … non da una campesina come lei …

Che si eccita invece per un fiore rosaceo molto presente nella zona e di cui vuole assolutamente una piantina da portare a casa, a ogni albero coperto da questa pioggia di petali bianco-rosa esclama “guarda! guarda!”, contagiando alla fine l’intera popolazione femminile del bus, improvvisamente tutta assorbita ad avvistare il bellissimo (a mio gusto neanche poi tanto) fiore, per partecipare al coro di ammirazione collettiva …

Finalmente arriviamo alla Finca Santa Clara, un piccolo appezzamento di terreno, dove uno svizzero francese ora cinquantenne ha scelto di venir a vivere una quindicina d’anni fa con la sua famiglia nica. Poco alla volta hanno migliorato il terreno, hanno provato varie coltivazioni, hanno cercato le possibili soluzioni per riuscire a vivere della loro terra. Tra errori e successi sono arrivati ad offrire al, minuscolo, mercato del bio nicaraguense vari prodotti, in particolare le loro marmellate artigianali, che ora attraverso una cooperativa distributrice di prodotti biologici probabilmente arriveranno anche al mercato internazionale.

L’idea della visita era di vedere come con poca terra si puó, grazie alla diversificazione, all’attenzione ai mercati alternativi ai soliti café, cacao, fagioli (ad esempio la Finca produce basilico, rosmarino, origano, melanzane, menta, e varie altre erbe e ortaggi con i quali rifornisce alcuni ristoranti di Managua), e alla trasformazione dei prodotti (con le marmellate o gli altri prodotti da vasetto, tipo le melanzane sott’olio o il pesto), escogitare nuove fonti di reddito, nel rispetto della natura e del consumatore.

I produttori sembra abbiano apprezzato la visita e capito qual era l’intenzione di ADDAC nel proporgli questa escursione: stimolare la loro capacitá imprenditoriale, dargli nuove idee per aprire strade alternative, nuove possibilitá di sviluppo. Un grande problema sul percorso di riscatto delle zone rurali é che spesso la gente manca di iniziativa: c’é una tale assuefazione a ricevere ordini da qualcuno che non é abituata a sviluppare idee e progetti propri.

E’ ora di tornare. Mario, il responsabile dei progetti di ADDAC a Rancho Grande, decide, con grande saggezza, una piccola deviazione: siamo a pochi chilometri dal Mirador de Catarina, una delle piú frequentate attrazioni turistiche del Nicaragua, sarebbe un vero peccato non aprofittarne.

Banale, ma reale, il mio pensiero quando lentamente percorriamo con il bus la strada in lieve salita che porta al Mirador: in un anno e mezzo sará la quinta o sesta volta che ci vengo … accanto a me gente nica, di cinquant’anni, che magari non c’é mai stata …

Il Mirador é un punto di vista spettacolare, si vede dall’alto la forma perfetta del vulcano esploso chissá quanti milioni di anni fa, trasformatosi ora nel letto di un lago, la Laguna de Apoyo, e oltre questa, in lontananza, Granada, sulla sponda dell’immenso lago Nicaragua che si perde all’orizzonte.

Sono felice che siamo venuti qua, é un posto bellissimo. Un posto che tutti dovrebbero conoscere, e dove rimarrei ore a perdermi in questa vista meravigliosa. E’ il momento in cui mi sento piú vicino ai miei compagni di viaggio … sono sicuro che questo inebriante stordimento da vista sul mondo, sia quello che ci ha tirato per il naso a diventare esseri eretti … sono sicuro che in questo istante, senza alcun retaggio culturale, senza differenza di soldi nel portamonete, di anni di scuola, di lingue parlate, abbiamo tutti lo stesso intenso sentimento che ci allarga il cuore a dismisura a perderci nell’infinito …

… e penso che poter vedere un posto cosí, dá a tutti un’altra visione sul mondo, su se stessi, sul tempo, sul futuro. (Anche meglio della pur interessante finca Santa Clara …)

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Las alfombras

Leon, si sarà capito, è la mia città preferita in Nicaragua. Incarna tutti gli stereotipi di quello che nel mio immaginario è Latinoamerica: calore soffocante, architettura coloniale, gente seduta su sedie a dondolo sul ciglio della porta a prendersi il fresco della sera.

Con apparente inconsapevole maestria, come certe acconciature di donne scientificamente disordinate e precisamente casuali, Leon ti irretisce definitivamente con la veridicità delle sue tradizioni popolari. Grazie a queste ti attira melliflua per strade meno battute o per le quali solitamente si passa in modo distratto, ai bordi e poi, piano, fin nel cuore dei suoi quartieri. Ti apre le porte delle case, le case della sua gente, e senza rendertene conto ti ritrovi lì, dentro, irretito a quelle vie, a quei muri, a quelle facce, definitivamente soggiogato, inesorabilmente stregato dal suo incantesimo.

Ho già raccontato della tradizione della Griteria in occasione dell’Immacolata Concezione. La Settimana Santa per il Nicaragua in generale è un momento molto sentito, ed in particolare lo è per Leon, la città delle cento chiese: non si contano quindi le processioni per le sue strade, la tradizione più suggestiva però è quella de las alfombras.

Il Venerdì Santo, nel quartiere di Sutiaba, il quartiere indio, per le strade si preparano las alfombras: “i tappeti”. Già dalla tarda mattinata si stende la segatura, la si bagna, poi si compatta e si leviga all’interno di riquadri fatti con assi di legno, che lasceranno un fondo dallo spessore di sette-otto centimetri. Le altre dimensioni sono variabili: per quanto riguarda la larghezza comunque non sopra i tre metri, di modo da permettere il passaggio e il passeggio ai lati delle opere, per la lunghezza si può andare da un paio di metri a otto-dieci.

La segatura, abbondantemente inzuppata, assume il colore e la consistenza della terra. Nel frattempo intorno e tutto un entrare e uscire dalle case. Perché questa tradizione è veramente famigliare. Sono le famiglie che abitano quelle strade che, per costume, eredità, devozione, per un voto a qualche santo, folclore, amore, o chissà che, procedono a preparare i “tappeti” davanti alle loro stesse abitazioni. E tutti partecipano: dai bambini agli adulti. Gli uomini e le donne. Chi porta la segatura, chi la bagna, chi prepara gli adorni della via o il cibo da strada da mettere in vendita sulla porta di casa, chi guarda seduto contro i muri in quel metro scarso d’ombra rimasto sotto il sole impietoso della Semana Santa. Tutto con tempi molto rilassati, come da stereotipo culturale, come da temperature cocenti, come da … giorno di festa: già alla vista in lontananza delle prime alfombras si percepisce nell’aria l’eccitazione del momento speciale.

Quando l’originale tela è pronta si può iniziare a colorarla. La materia prima è sempre la stessa: la segatura. La scelta sembra la più appropriata visto che ciò che si onora è la morte del figlio di un falegname.

Ignoro come si proceda alla colorazione, vicino a un tappeto con molto giallo, non so se per autosuggestione, ho sentito odore di curcuma.

Dopo aver tracciato sulla segatura bagnata la figura che si vuol rappresentare, come nei blocchi da colorare per bambini, ogni spicchio del disegno chiama il suo tono. Lentamente le opere prendono vita, trasferendosi da piccoli foglietti, dalla pagina di un libro religioso, o direttamente dalla mente di chi accarezza magistralmente con le mani, distribuendo la segatura colorata sulla segatura color terra. Con l’avanzata del colore aumenta lo sciamare dei visitatori intorno ai disegni e agli artisti per un giorno.

Le opere sono ovviamente a tema religioso: Cristi in croce, agnelli, sacri cuori, santi, madonne. Molte rappresentazioni sono piuttosto naif, più per i limiti dell’artigiano necessariamente non specializzato, che per scelta. Altre sono dei veri e propri capolavori: un volto di Cristo, l’incontro di Gesù con la Samaritana: “donna, dammi da bere”, un abbraccio di Gesù ad un adolescente, che non so a che episodio del Vangelo si riferisca, ma che è tanto vero, tanto intenso, da sembrare, anzi, da essere, reale, toccante, coinvolgente. Tra l’abilità artistica e la passione e l’amore di chi le ha tratteggiate, queste figure innescano in alcuni casi qualcosa che potremmo definire “energia”. Ti incanti a cercare di capirla. O a fissare il punto dove due colori si fondono, si mescolano, si incorporano l’uno nell’altro in modo tanto armonioso da lasciare disorientati: in fondo è solo … segatura.

Notevole anche un “tappeto” che rappresenta la chiesa di Sutiaba: da un lato dell’edificio il sole, il Dio degli indios, dall’altro il volto di Cristo, il Dio dei conquistadores ed ora anche di ciò che rimane degli indios. Grani di mais e fagioli a disegnare i riquadri della facciata della chiesa, e a sottolineare la differenza di cultura: qui siamo nella terra della tortilla, non del pane.

Verso le cinque-sei le opere sono praticamente concluse, e con il calar del sole la gente arriva a frotte ad ammirarle. I ragazzi ingellati a puntino, le ragazze con il vestito più bello, le famiglie che passeggiano rilassate e commentano i disegni: è il momento clou della festa che si mantiene viva fin verso le otto quando passa la processione. Finalmente las alfombras giustificano la loro esistenza o perlomeno il loro nome: questo è il loro scopo, far da tappeto alla processione che rappresenta il funerale di Cristo, el Entierro, lasciandosi calpestare, cancellare, sfigurare, per svanire poche ore dopo essere state terminate: sostanzialmente un mandala in versione nicaraguense.

La processione nica, come molte cose nica, non risponde agli schemi preconcetti di esperienze europee … fors’anche per la natura della festa, c’è molta più gente davanti alla figura portata in corteo che dietro … e questi parlano, mangiano, ridono, togliendo molto alla supponibile sacralità dell’evento.

Ci piazziamo in buona posizione giusto davanti a una bella immagine della Madonna fatta in rilievo, praticamente nel punto più alto la segatura arriverà a un venticinque-trenta centimetri. Vogliamo vedere il momento esatto in cui i piedi calpestano la alfombra.

Siamo ad un incrocio di vie e quindi fra questo tappeto e il precedente la distanza è molto superiore al normale. Visto il cospicuo andirivieni di persone che precedono la processione, un arcigno vecchietto si è seduto su una sedia di plastica alla testa della figura, brandendo un molto poco cattolico bastone che periodicamente batte a terra per richiamare l’attenzione dei passanti distratti. Il vecchio rimane lì, con faccia cattiva e concentratissimo fino a che il primo prete arriva a un paio di metri. Si alza dunque e in quel momento quel solco lungo il viso come una specie di sorriso, si illumina e sembra veramente un sorriso. In quello scintillio una soddisfazione molto vicina alla felicità: come un cavaliere d’altri tempi, e dalla spada originale, ha difeso fino all’ultimo la alfombra della sua famiglia. Anche per quest’anno è andata! Pensa. Ce l’abbiamo fatta …

Il battaglione di preti, chierichetti, e fedeli nel frattempo è passato con piede lento, neanche troppo, ma deciso, affondando, viene il dubbio se con profonda fede o leggero sadismo, nel volto della Madonna. Il passaggio della mandria devasta totalmente la figura di cui, dopo, non rimane quasi niente. Solo una montagnetta di terra dove prima c’erano naso, bocca e occhi. Anche i colori sono svaniti. Segatura siete e segatura ritornerete? O forse questa tradizione se la sono inventata i Sutiaba come sommo sberleffo all’autorità di una religione imposta? Il più grande sacrificio che si trasforma in vendetta? Poter calpestare i simboli più alti e cari di chi li dominava …

Qualcuno ha lasciato cadere un bicchierone di carta con cannuccia d’ordinanza su quel che rimane del tappeto. Passa trotterellando un cane randagio che per fortuna decide di non approfittare della morbida segatura bagnata per qualche suo bisogno …

Il vociare della gente allegra si sente in lontananza, al di là della processione.
La festa è finita, andiamo in pace.

Per un altra versione della stessa storia: www.filidiana.com/las-alfombras-pasionarias,
per piú foto: http://www.filidiana.com/nggallery/page-78/album-all/gallery-15

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… dice il ragazzino avvicinandosi alla porta aperta dove la signora con il vassoio in mano gli porge un dolce rispondendo “¡ La concepción de Maria !” “¡ viva la Virgen !” esclama il ragazzo che poi veloce corre verso nuovi usci e nuovi doni. In questa breve liturgia, chi causa tanta allegria? La concezione di Maria! Viva la Vergine! , si racchiude l’essenza di una delle feste più sentite in Nicaragua: l’Immacolata, qui chiamata la Purisima.

La tradizione, che vuole bambini e giovani passare per le case a onorare la devozione delle famiglie alla Madonna (devozione che consiste nel preparare sulla soglia di casa un altarino dedicato alla Vergine e distribuire dei regali che, a dipendenza delle possibilità, ma più spesso dell’impegno preso in qualche voto, o ancora della vanità, può trattarsi di una semplice caramella, di un dolce fatto in casa, biscotti, patatine, ma anche cose più concrete: pacchi di zucchero, di riso, piccoli utensili o oggetti per la casa, eccetera), si chiama la Griteria.

Leon è la città in cui la Purissima ha la tradizione piu consolidata e c’è gente che viene da tutto il Nicaragua per gritar. Molti vengono con lo zainetto vuoto e con un solo obiettivo: riempirlo! Il bottino della serata si chiama la gorra.

La festa è veramente bella: le strade sono piene di gente e nell’aria c’è l’elettricità tipica di questi momenti, si sente la sottile tensione dei ragazzi tipo quando devi fare la fila per San Nicolao.

Intriganti e forse predominanti, gli aspetti pagani della festa …

a iniziare dai botti … in Nicaragua non c’è festa che si rispetti che non induca la popolazione a fare scorta di fuochi artificiali con i quali stordire e impuzzolire tutto il vicinato … Immancabile il commento di qualche amico cooperante: questi non c’hanno ‘na lira, possibile che debbano mandare in fumo la tredicesima che non hanno ancora incassato?!? Io tendo ad essere più tollerante … mi sembra una battaglia persa … e poi magari ogni tanto qualche sfizio uno deve pure toglierselo … certo ci sarebbero modi più educativi … ma … tant’è …

… e quindi a mezzogiorno, alle sei e a mezzanotte, con una puntualità molto poco sudamericana, per le strade e sopra i tetti di Leon, si scatena l’inferno … miccette, bombe carta, razzi, sirene, missili terra-aria … tutto lo scibile del pirotecnico e del piromaniacale viene fatto brillare, esplodere, detonare … per poi lasciare lunghi minuti la città avvolta dai fumi e dagli odori della polvere da sparo.

Altro aspetto poco mariano è che gli assembramenti di persone intorno agli usci si fanno piuttosto tumultuosi quando il regalo è particolarmente allettante, tanto da sfiorare a volte la rissa, e costringere gli elementi più deboli a rinunciare, ripiegando su case più accessibili.

A tratti il tutto appare come un grande spot pubblicitario per la religione cattolica: sentire adolescenti ingellati che possibilmente non mettono piede in una chiesa da mesi, gridare “Viva la Virgen!” lascia un po’ perplessi, e ti dà l’impressione che la festa abbia l’obiettivo di farglielo ripetere tanto che magari ci credono davvero.

In realtà però prevale l’aspetto controproducente che in qualche modo è di corruzione degli animi … illuminante una scena che mi capita di vedere: una bambina si avvicina all’altare addobbato all’entrata di una chiesa, la persona preposta a ricevere i fedeli gli dice “mi spiace piccola, abbiamo finito le caramelle … ma se vuoi puoi cantare alla Madonna” (a volte invece del semplice scambio di battute di cui sopra, il padrone di casa chiede che si canti qualche canzone dedicata a Maria). La bambina, avrà avuto sì e no cinque anni, guarda il signore un po’ perplessa e gli chiede “ma … avete finito proprio tutto??” all’assertivo cenno di capo che riceve di risposta, senza pensarci due volte, dà una mezza giravolta e … via! sgattaiola rapida in cerca di altarini più fortunati …

Chiaramente pagani poi sono il “toro encohetado”, un ragazzo che indossa sulla schiena un’imbracatura a forma di toro, alla quale sono attaccati una cinquantina di razzetti che una volta accesi iniziano a partire in tutte le direzioni, a dipendenza della posizione iniziale sul castello di legno e rispondendo ai movimenti di danza del ragazzo-toro, e la gigantona, maschera nicaraguense che rappresenta una donna gigante (la donna spagnola, i colonizzatori, eccetera), intorno alla quale balla el enano cabezon (il nano dalla testa grande) che rappresenta l’indio nicaraguense.

Dopo aver girovagato per la festa con un po’ di amici, finiamo a casa di Raquel e Felix, che, sarà per la provenienza spagnola di lei, si trasforma presto in un mezzo bottellon: una ventina di persone occupiamo il marciapiede adiacente la casa della coppia per ciarlare amabilmente e sorseggiare birra o rum. Verso le undici e mezza chiedo a Felix: “ma non è che i vicini si arrabbiano che forse stiamo facendo un po’ di casino?” “Noooo, e poi … che non rompano troppo …”. Vabbé … poco dopo mi rendo conto che le mie preoccupazioni non avevano proprio ragione di essere (non conoscevo ancora la tradizione …): è mezzanotte, Felix tira fuori l’arsenale … e tempo di tornare a festeggiare la Madonna a colpi di razzi e mortaretti …

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84 l’altro ieri …

il numero dei femminicidi quest’anno in Nicaragua. La tragica punta di un iceberg con alla base le oscenità dette per strada alle ragazze che passano, una visione maschio-centrica della società ben radicata nella famiglia, dove le stesse donne riproduco il modello, e via via scalando la fredda parete, le pressioni o violenze psicologiche, gli insulti, le botte, i ferimenti, gli stupri.

 A Matagalpa la sensibilità sul tema della violenza verso le donne è particolarmente alta visto che, essendo un dipartimento rurale, questi problemi sono mediamente più gravi di altre zone del Paese, e l’atteggiamento delle associazioni per la difesa dei diritti delle donne è necessariamente più agguerrito. Le celebrazioni per il 25 novembre, giornata mondiale contro la violenza sulle donne, sono dunque particolarmente sentite.

Lotta dura (senza paura)

Venerdì sera si inizia con una serie di rappresentazioni artistiche negli spazi del Grupo Venancia, un centro culturale paladino delle diversità sessuali. Un rap che attacca frontalmente “el sucio machito” (letteralmente in italiano sarebbe “lo sporco maschietto” … ma non rende l’idea …). Una graffiante parodia in cui semplicemente le attrici salgono sul palco e fanno le galline, poi arriva il gallo. Nessuna parola, solo versi di … gallina. Ma non c’è bisogno di spiegare niente: una perfetta fotografia dell’essenza di una società machista. Fili per stendere lenzuola e biancheria intima macchiate di rosso, a inframmezzare cartelli con parole di accusa diretta al patriarcato, alla lentezza o inadeguatezza della giustizia, alla passività dello stato … appeso, immancabile, anche un machete. Un rosario, recitato con tanto di amen, di attacchi alla chiesa ed alle istituzioni dello stato.

E ancora, una donna-Cristo, sotto il peso della croce, aggredita e umiliata da un sacerdote, da un maschio violento, da un giudice. Il coro che canta canzoni di lotta, fra le quali “como una cigarra”, “come una cicala”: “tante volte mi uccisero, tante volte morì, in ogni caso sono qui. Resuscitando.” Sento i singhiozzi delle donne intorno a me. Chiudono gli amici del gruppo Informal: con nastri colorati presentano la suggestiva opera “tessitrici di una vita senza violenza”.

Libere, colorate, nude

La mattina dopo arrivano, pochi giorni prima avevano partecipato al corte de café (vedi post precedente), Andrea, Gomez e Leo. Quest’ultima si è portata la nipotina, Andrea (e due). E sono venuti anche Andrea (e tre …), ragazzo ligure, e suo figlio Wanki. Sono tutti qui per partecipare al Carnaval contra la violencia: una marcia che dal ponte per l’uscita verso Managua attraversa la città per culminare nella piazza principale, quella della cattedrale.

Andiamo incontro al corteo facendo il percorso inverso. Andrea (… Andrea uno …) in particolare non sta nella pelle di vedere le amiche che hanno scelto una forma particolare di manifestare la loro opposizione alla violenza: presentarsi nude e con il corpo dipinto. In realtà del gruppo doveva far parte anche lei, ma era arrivata troppo tardi per fare in tempo a dipingersi.

Incrociamo le cinque coraggiose ad un paio di isolati dalla piazza. Sul momento in realtà non valuto correttamente l’impatto di quel loro gesto, e nemmeno mi rendo conto che delle cinque ragazze ne conosco quattro. Loro sono troppo vicine alla piazza per fermarsi e noi troppo intenti a fotografare il corteo.

Scandalosa Matagalpa!

E solo dopo, quando andiamo al ristorante italiano a mangiare, onorati dalla presenza di tre delle eroine del giorno, che iniziano ad arrivare le prime reazioni …

Non c’è dubbio che le ragazze abbiano colpito nel segno: le compagne di lotta sono fiere di loro e riconoscenti. Eccitate dal polverone sollevato. Per la città corrono voci incontrollate … “queste chelitas che vengono da Managua a dar scandalo a Matagalpa …”.

In realtà di chela c’è solo Naiara, una ragazza spagnola, mentre Tannia, Odelba, Katya e la quinta ragazza, che non conosco, sono nicaraguensi. E da Managua vengono solo Naiara e Katya: le altre sono matagalpine doc!

Ma chi se ne frega … l’importante era scuotere le coscienze e ci sono sicuramente riuscite. Stamattina sul Nuevo Diario (uno dei due quotidiani nazionali), la loro foto è in prima pagina! Anche se chi ha redatto l’articolo sembra più concentrato sul determinare quante avessero gli slip e quante no (peraltro sbagliandosi, dato che ne conta una sola completamente nuda, mentre erano due) che sul capire i significati del gesto.

La reazionaria Prensa invece viene meno alla sua funzione di mezzo di informazione e snobba quella che, fosse anche solo “di costume”, è, senza dubbio, una notizia: è la prima volta che in Nicaragua la protesta assume queste modalità! Evidentemente é una notizia troppo pericolosa, e poi cosa direbbe la Chiesa se si pubblicasse una foto di quei corpi splendidamente dipinti e orgogliosamente nudi a sfidare senza pudori l’ordine costituito?

E mentre in una grigia e fredda Svizzera si vota ancora una volta a chiudersi e a fare un passo indietro, il Nicaragua avanza coi piedi allegri, scalzi e colorati di cinque giovani donne che non hanno paura.

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Corsi e ricorsi

Uno dei primi articoli di questo blog raccontava la festosa invasione di Matagalpa da parte di un gruppo di amici nei miei primi giorni di ambientamento in questa città. Non ho potuto non ripensare a quel momento e non rileggere quell’articolo, dopo quest’ultimo fine settimana con molte varianti ma con esattamente lo stesso spirito.

Rileggendo l’invasione uno … ho finalmente avuto la sensazione del tempo che passa, nel senso che finora mi pareva che i mesi volassero talmente veloce e mi risultava difficile materializzare la crescita, le esperienze, il vissuto. All’improvviso rileggere del momento in cui dovevo ancora comprare i piatti mi ha fatto sentire il, giusto, peso di questo anno e le sicurezze acquisite nel muovermi in questa realtá.

Rispetto ad un anno fa mancavano Saula, Marisol e Gigi. E anche altri, ma loro sono quelli che mancavano veramente, perché se è vero che nel mondo dei volontari, cooperanti, viaggiatori, è molto facile entrare in sintonia, e naturale che alcuni legami si solidifichino più di altri. I tre sono stati invitati all’evento, quasi simbolicamente, in particolare per quanto riguarda Saula, tornata in Spagna da dieci mesi, mentre Marisol e Gigi lavorando fra Salvador e Nicaragua chissà, ce l’avrebbero potuta anche fare a realizzare un progetto vecchio di un anno: tornare a Matagalpa nel periodo del corte (raccolto) del caffé per provare l’esperienza di essere cortadores (braccianti che raccolgono il caffé) per un giorno.

La squadra, fra vecchie conoscenze e nuove promesse, quest’anno si riesce a comporre: e quindi … tutti a Matagalapa “a cortar café”!

Saturno contro?

Venerdi sera da Leon doveva arrivare il grosso del contingente: Marco (veterano della prima invasione, da Ostuni, Brindisi), Diana e Filippo (volontari di Interagire arrivati in Nicaragua a fine settembre), Giselle (nicaraguense amica di Marisol), Nina (austriaca, new entry), Angela (tedesca, semi-new entry) e Nicole (volontaria svizzero-tedesca di Interteam da poco giunta in Nicaragua).

Alle sei mi chiama Marco per dirmi che c’è un diluvio su Leon e quindi non gli sembra il caso di partire. Peccato: salta la prevista noche loca (si fa per dire …) matagalpina. Ci diamo appuntamento all’indomani: se partono alle otto del mattino alle dieci sono qui.

Il giorno dopo, sabato, decido di aspettare in casa l’arrivo della banda … aspetta aspetta, alle undici mi chiama Marco per dirmi che non sono ancora partiti: hanno una gomma a terra, al crick manca un pezzo e quindi stanno cercando soluzioni alternative … 

Finalmente partono alle dodici e mezza da Leon … questo significa che arriveranno non prima delle due e mezza: saltano i miei piani di giungere alla Canavalia, la finca (azienda agricola) di ADDAC, nel primo pomeriggio, fare un giro per vedere gli animali e le coltivazioni, di modo da lasciare la mattina della domenica totalmente dedicata al corte de café. Anzi, in realtà, visto che viaggiare col buio non è il massimo, anche perché se ti succede qualcosa rischi di rimanere per strada, i tempi sono già tirati: dobbiamo mangiare qualcosa prima di andare, il viaggio alla finca dura quaranta minuti e … di questi tempi alle cinque la luce già cala …

Vabbé … nel frattempo sento a che punto stanno i managuini … Andrea e Gomez (veterani della prima invasione, spagnola lei, guatemalteco lui, si chiamerebbe Miguel, ma tutti lo chiamano per cognome), mi dicono, ovviamente (…), che non sono ancora partiti, e che c’è anche Leo, una ragazza nica, che forse conosco. In realtà no, ma risulterà poi molto simpatica.

I managuini alle due e mezza sono al ristorante dove abbiamo deciso di incontrarci. I leonesi arrivano tipo alle tre … Una delle gomme è un po’ sgonfia. Vabbé iniziamo a mettere qualcosa sotto i denti: ci penseremo poi  a pancia piena!

Io e Marco usciamo prima degli altri dal ristorante per andare a vedere dove gonfiare la gomma. Operazione conclusa con successo e senza metterci neanche troppo … Riscesi dalla macchina però sentiamo chiaramente dalla gomma appena gonfiata un fischio di aria … La gomma e bucata … Mi riprometto di regalare un amuleto a Marco … torniamo dal gommista … che, efficientissimo, effettua la riparazione in venti minuti …

Raccattiamo l’armata brancaleone e finalmente, ovviamente col buio, ci mettiamo in marcia verso la finca, dove non ci resta che il tempo di sistemarci, cenare e fare quattro chiacchere bevendo una birra e pianificando la giornata di domenica: decidiamo che non ha senso svegliarsi all’alba (come i veri cortadores), e di essere pronti al lavoro duro per le otto circa.

Cortadores di cinque minuti

All’indomani, Juan, il responsabile della finca che ci fa da guida, dice che il sole sarà forte, e che conviene, se ci va, fare prima un giro di visita alle varie attività produttive, che comunque il caffè è coltivato all’ombra del bosco e quindi possiamo dedicargli le ore più calde. Iniziamo dunque la camminata: il laghetto per i turisti, l’area di produzione di concime organico con lombrichi, l’ovile … il problema è che gli undici elementi undici della squadra tendono a sfilacciarsi … a ogni passaggio c’è sempre qualcuno che si attarda perché gli è venuta in mente la foto del secolo o semplicemente per chiacchierare paciosamente del più e del meno col “vecchio” amico o la nuova conoscenza.

E quindi con una serie di inziazioni per i miei ospiti: succhiare il liquido che circonda i chicchi di caffé appena sgusciati, conscere il frutto del cacao e assaggiare la dolce sostanza gelatinosa che ne ricopre i semi, vedere una pianta di banano, scorgere sul ramo di un albero non troppo lontano un bradipo appallottolato, assistere al processo di lavaggio del café recentemente raccolto, e chissá che altro che ora non mi viene in mente, o di cui io non mi sono nemmeno accorto … senza veramente rendercene conto, arriviamo a mezzogiorno …

… ma non é ancora tempo di lavorare: Juan vuole portarci a vedere una cascata che é poprio lí, a cinque minuti … come dirgli di no?? Cosí attraversiamo con qualche impaccio un fiumiciattolo, ci caliamo agili come bradipi nel dislivello scosceso al fianco del salto d’acqua e finalmente giungiamo sotto questo bel getto che precipita al centro di una vera e propria piscina naturale.

Nina, la ragazzina austriaca che finora non si era espressa molto, ma che evidentemente preferisce i fatti alle parole, in un secondo rimane in slip e canottiera e, con grazia di sirena, scivola in acqua. Gomez la segue a ruota. Io e Marco lottiamo pochi secondi fra la ritrosione alla gelidezza delle acque e la tentazione del tuffo nel paradiso, ma non c’é lotta … e ci buttiamo!

Cosí fra tuffi, contemplazione dello spettacolo naturale, stendersi in un prato a riposare i classici cinque minuti che diventano venti, scherzi e foto … facciamo quasi le due, che sarebbe l’ora di mangiare qualcosa, raccattare baracche e burattini, per iniziare a rientrare a Matagalpa prima, e alle rispettive destinazioni dei miei ospiti poi …

Ma ovviamente a nessuno passa nemmeno per l’anticamera del cervello di andar via senza compiere, foss’anche solo per cinque minuti, la missione che ci ha portato qui! Juan ci procura i classici cestini nei quali raccogliere i chicchi rossi e gialli. Un buon cortador ne riempe 16 in sei ore, noi in undici, arriviamo a, sí e no, tre in mezz’ora … il misero raccolto ci frutterebbe qualcosa come 45 cordoba … 2 franchi … non si puó dire che il nostro contributo alla produzione nazionale sia stato fondamentale … peró quel poco lavoro, in un bel silenzio, dopo i primi cinque minuti di eccitazione, é sicuramente stato la degna conclusione di una bellissima giornata di amicizia e completa immersione della natura.

Il pranzo tutti insieme, il ritorno a Matagalpa mentre giá imbrunisce, un ultimo caffé, baci e abbracci … Alla prossima! Ha sido un gusto, pseduo cortadores de café!!!

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Il 19 luglio la tradizione vuole che il popolo sandinista si ritrovi tutto a Managua a festeggiare la vittoria di, oggi, 31 anni fa. Come accade per il 25 aprile in Italia, pur essendo, teoricamente, un momento di festa per tutta la nazione, alcuni si sentono più in diritto di altri di festeggiare e si appropriano della commemorazione.

Io sono d’accordo. Penso che c’è chi ha più diritto di celebrare di altri: chi ha preso più botte, chi è stato rinnegato e discriminato, perseguitato, incarcerato, torturato … chi ha perso un figlio, chi ha rinunciato a un amore, chi è stato esiliato, chi ha dovuto uccidere, chi ha versato più sangue … ha più diritto. Se l’è guadagnato.

E quelli che non si sono esposti, sono stati a guardare, o hanno voltato la faccia, hanno patteggiato e ammiccato, si sono nascosti, hanno abbracciato o sono stati indifferenti … e alla mattina della nuova era sono stati pronti a scendere in piazza con una giacca nuova … beh, facciano il piacere di capire che alla festa sono invitati, ma a spese di altri …

Dentro il sistema

Il 19 luglio scorso era un lunedì, quindi un fine settimana lungo, ideale per un viaggetto … e poi quasi nessuno dei miei amici voleva andarci a Managua: chi perché già ci era stato tante volte, chi perché pensava fosse pericoloso, chi perché andare in qualche modo ad appoggiare Ortega non ci sta …

Io mi sono detto che non potevo mancare al mio primo 19 luglio in Nicaragua: che senso avrebbe avuto andarmene al mare?

L’unico amico che aveva il mio stesso interesse era Marco, un italiano con un progetto di cooperazione a Leon. Un paio di giorni prima salta fuori che il sindaco della città, con il quale Marco ha contatti diretti dato che i suoi sono progetti di urbanistica, ha invitato lui ed altri cooperanti con progetti direttamente gestiti con la Municipalità ad andare insieme a Managua per la manifestazione. Chiedo se posso aggregarmi, in fondo è un’occasione unica: vedere il 19 luglio del sindaco della seconda città del Nicaragua!

Ci diciamo che queste cose possono succedere solo in Nicaragua … praticamente e come se fossimo stati invitati da … da … dalla Moratti … … ed ecco che subito l’eccitazione svanisce … e si relativizza il tutto …

Un’energia contagiosa

Sarà l’autosuggestione, sarà l’aria da domenica anche se è lunedì … ma la mattina del 19 nella calma di Leon c’è qualcosa di frizzante … già dall’alba decine, centinaia di bus, sono partiti da ogni angolo del Nicaragua per puntare verso Managua … noi con calma ci troviamo verso le undici al Municipio … pochi minuti per organizzarci e si parte … le strade in città sono quasi deserte, ogni tanto bandiere rossonere del partito sandinista e biancoblù nicaraguensi … appena imbocchiamo la strada per Managua una fila interminabile di bus gialli pienissimi di gente fin sopra il tetto … noi, che ci spostiamo con dei bussini da 10-12 posti, iniziamo a sorpassare la colonna … non finisce mai! Un bus dietro l’altro, gente affacciata agli angusti finestrini, gente per strada, bandiere, dita che fanno il segno di vittoria …

certo pare che Ortega obblighi tutti i dipendenti pubblici a partecipare, certo la macchina del partito si è mossa in grande stile, e via discorrendo … ma sono tanti, sono troppi per essere solo il frutto di qualche pressione e di una buona logistica … E poi si percepisce chiaramente la gioia della gente: la gioia di chi sta vivendo un momento speciale, un giorno speciale, di chi ci tiene ad esserci!

L’atmosfera di festa e di entusiasmo è contagiosa, e anch’io presto mi sento eccitato come un bambino ad una gita. E mentre imparo a memoria i ritornelli delle canzoni rivoluzionarie o di propaganda che escono dall’autoradio, mi ipnotizzo a guardare i bus sfilare infiniti sull’altra carreggiata.

Dimostrazione di forza

Il 19 luglio in fondo ha l’aria di una scampagnata in famiglia o fra amici, solo che alla fine in piazza arrivano 500,000 persone … il colpo d’occhio dal palchetto laterale dove ci piazzano in quanto ospiti più o meno speciali, è impressionante: non si riesce a vedere dove finisce la gente … quell’immagine tinta di rosso e nero, sommata all’altra, l’interminabile linea gialla dei bus, lascia una sensazione di forza del Partito senza pari: 500,000 persone su sette milioni di abitanti … non sono uno scherzo …

Tutto assume contorni ancor più netti se si considera che cosa sono venute a fare tutte queste persone in questa piazza … Io immaginavo che fondamentalmente fosse un evento culturale, con musica, balli, poesie, ricordo degli eroi caduti, ovviamente tutto in tema con il giorno che si celebra … invece … sostanzialmente siamo venuti a vedere un comizio politico: gran parte del pomeriggio se lo dividono Ortega e sua moglie, Rosario Murillo, poi cinque minuti ciascuno ai rappresentanti di Abkhazia e Ossezia del Sud, due stati riconosciuti solo da Russia, Cuba, Venezuela e Nicaragua, stesso tempo più o meno per i rappresentanti delle delegazioni cubana e venezuelana. Cioè … tutta sta gente è venuta qua per ascoltare un po’ di retorica da parte di Ortega?!? Fosse Chavez capirei … ma questo piccoletto baffuto che parla con tono da prete di campagna e dice, peraltro privo di un minimo di slancio, cose di una banalità sconcertante … Tendo a pensare che in fondo alla gente poco importa. Quel che conta è che sono venuti a dire “io ci sono!”. Qualsiasi cosa accada in questo Paese non si potrà fare come se questo quasi 40% della popolazione non esistesse. Esistono e sono presenti. Esistono e si muovono compatti.

Il digiuno rivoluzionario

Quando Marco mi disse della possibilità di andare al 19 luglio con il sindaco di Leon, quasi immediatamente iniziammo a scherzare sul fatto che vivendo il dietro le quinte, avremmo visto il vero volto del sandinismo al potere, avremmo vissuto gli eccessi della nomenclatura … caviale, champagne … ricchi premi e cotillons …

Non posso garantire che questo sia lo standard ma … l’unica cosa che so è che in realtà dalle 11 alle otto e mezza di sera ci sono stati offerti … acqua, quanta ne volevamo, caffè, e … un succo di frutta … Non so se il sindaco abbia sofferto esattamente quanto noi, dato che a un certo punto, prima di andare alla piazza, mentre noi visitavamo la Casa della cultura, lui si è assentato un’oretta. Certo che sul palco c’erano molte persone, tutte in qualche modo là a titolo “speciale” … e il trattamento era lo stesso per tutti … Tornando al sindaco poi … vederlo là in maglietta, sotto il sole ad applaudire o intonare canzoni … come uno sfigato qualunque … a un certo punto per proteggersi dal sole, non avendo un cappellino si fa prestare la parte bassa, staccabile, del pantalone di una cooperante e se lo mette in testa a mo’ di fazzoletto o turbante … faceva quasi tenerezza …

Per quel che ho visto non si può certo dire che faccia una vita fra auto blu e veline … Certo il fatto che non fosse sul palco principale, lui, sindaco della seconda città del Nicaragua, mi fa anche pensare a quanto Ortega voglia prendersi tutta la scena …

Il chele piace alla compagna sandinista

La giornata è stata intensa, la parte migliore sicuramente il viaggio di andata: vedere tutti quei bus e quell’entusiasmo. Giornata interessante ma alla fine parziale, poiché seppur in posizione privilegiata per vedere la piazza in tutto il suo splendore … mi è mancato l’essere nella piazza stessa, in mezzo alla gente. Mi riprometto per l’anno prossimo di tornare a vivere l’evento dall’altro punto di vista.

Prima di andare via ci facciamo un paio di foto con la piazza alle spalle, una ragazza con la scusa di farsi fare una foto ci chiede l’indirizzo. Per tornare al bus finalmente passiamo in mezzo alla piazza. Giá mezza vuota. Camminiamo fra bottigliette di plastica e lattine, un po’ guardinghi, come giusto comunque e sempre quando si cammina per … Managua, cosí che una ragazza quasi mi spaventa quando passandomi accanto fa un movimento con in braccio che ci metto un secondo a capire che era un bacio lanciato con la mano … Sono ormai sul bussino quando un’altra ragazza bussa sul finestrino per dirmi qualcosa che putroppo non colgo … Non so a che si debba quest’affetto, forse raccogliamo i frutti di eroici cheles che vennero negli anni ’80 ad appoggiare la Rivoluzione …

Non mi resta che tornare il prossimo 19 luglio per scoprirlo …

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Si chiude qui, finalmente, anche perché sono passate giá varie settimane, la trilogia (che poi con un’anteprima sono quattro pezzi) della Semana Santa. Ne approfitto per aggiungere le foto del paradiso che non mi andava di allegare al post precedente.

Comincio con il chiedere scusa a Roberta che so particolarmente sensibile ai temi che verranno trattati.

L’ultimo giorno delle nostre vacanze, se escludiamo i due giorni di viaggio di rientro, ce l’eravamo tenuto per il meglio: la visita ai Cayos Perlas. Partiti quasi di buon mattino un’acquazzone ci coglie proprio mentre stiamo arrivando al punto di controllo militare che verifica l’identitá di chi passa lo stretto che divide la Laguna de Perlas dall’Oceano: siamo sulla rotta del narcotraffico che dalla Colombia sale verso Nord. Cominciamo bene, mi dico …

Invece passato il temporale puntiamo dritti verso il primo cayo dove finalmente, dopo averne ammirato gli incredibili colori, possiamo immergerci nelle acque piacevolmente tiepide, e calpestare le sognate sabbie bianche. Solo il tempo di un bagno e di urlare al cayo di fronte, lí a poche centinaia di metri, “idioti!!!” ai “naufraghi” dell’Isola dei famosi, che è giá tempo di risalire sulla scialuppa per la prossima isoletta, dove avremo modo di rilassarci aspettando che la guida e il suo aiutante ci preparino un rondón o rondown, una zuppa di pesce tipica della costa Atlantica.

Arrivati sul secondo cayo girovaghiamo brevemente per cercare il punto di paradiso piú paradiso del resto, finalmente stendiamo gli asciugamani e giá pregusto di abbandonarmi alla contemplazione totale di quanto mi circonda, quando Erick mi dice “perché non peschiamo?”. Sinceramente la pesca non è qualcosa che mi abbia mai attratto particolarmente, né come idea in sé, ammazzare dei pesci per sport, né come divertimento … troppo lento, star lí ad aspettare che succeda qualcosa … boh … fatto sta che vista l’eccitazione di Erick, decido di acconsentire … anche se il mio piano è molto semplice: lanciare l’amo e poi starmene sulla spiaggia a fare esattamente quello che avrei fatto senza quel “contrattempo” …

Infilziamo un gamberetto nell’amo (bene, mi sono evitato di dover infilzare un verme) e facciamo qualche passo in mare. Quando l’acqua mi arriva alla cintola e prima di dover caminare nella vegetazione marina che distinguo perfettamente nelle acque cristalline, lancio il filo di nailon al quale è attaccato il gamberetto.

Perfetto, non mi resta che srotolare un po’ di filo dal rocchetto, riportarmi sulla spiaggia e stendermi sull’asciugamano come se niente fosse.

Mentre cammino verso la spiaggia si avvicinano delle ragazze danesi che fanno parte della nostra stessa spedizione, e iniziamo a parlare, io col filo che mi collega a un punto indefinito, ma non troppo distante, dell’oceano, loro con le maschere da snorkeling pronte a scoprire chissá quali altre infinite bellezze sotto il mare.

Non sará passato nemmeno un minuto … che sento scuotere il filo … mi sembra strano, comunque inizio a ritirare lentamente, continuando le chiacchere. Quando finalmente non rimane che la distanza fra l’acqua e la mia mano, e non ho avuto nessuna altra sensazione di presenza, con mio totale stupore i raggi del sole riflettono su un pesciotto giallo, argento e bianco che nel frattempo giá si agita nell’aria.

Il primo istinto è di girarmi verso il compagno di pesca, non tanto per esaltarmi di questo “successo”, ma piuttosto per dargli un messaggio di ottimismo: si puó fare! Sará facile tirar su tonnellate di qualsiasi specie di pesce! Quest’immagine vittoriosa di me agitando un pesce nell’aria rimarrá invece a lungo indelebile nella memoria di Erick, che in realtá quel giorno butterá un po’ di gamberetti all’oceano, senza riceverne nulla in cambio …

Nella mia ignoranza pensavo semplicemente di aspettare che il pesce fuori dall’acqua morisse. La ragazza danese quasi in panico mi dice, devi ucciderlo! È come se si stesse affogando … e mi sposta una pietra dove secondo lei dovrei sbattere con forza il pesce per ammazzarlo e porre fine a questa sofferenza. A parte l’incertezza del mio gesto non abituato, è praticamente impossibile uccidere un pesce di 12-15 centrimetri in questo modo, anche perché … scivola. Devo quindi usare un’altra pietra per colpirlo sulla testa dopo averlo appoggiato sul sasso piú grande.

Vedo il sangue, ma mi sembra che si muova ancora, allora lo colpisco un’altra volta. E’ impressionante la fragilitá della vita. Ció che prima era. Ora, un secondo dopo, non è piú.

In quel momento penso anche che se ognuno dovesse uccidersi quello che si mangia … avremmo molti piú vegetariani nel mondo!

Calabaza (che significa “zucca”), cosi chiamano il ragazzo nero che fa da aiuto-guida, mi dice che è un Jack Fish, e che sí certo, si puó mangiare: finirá nel nostro rondown!

Dopo pranzo con l’aiuto di Valentina, ci mettiamo mezz’ora a sgarbugliare l’intreccio di filo di nailon creato nel giro di due o tre vani tentativi di pesca successivi. C’é una strana sensazione che mi accompagna. Un po’ sono scosso: in fondo mi dispiace per il simpatico Jack …

Peró il rondown era proprio buono …

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