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Archive for the ‘colonialismo’ Category

L’arcivescovo Romero fu ucciso dai fascisti … uscendo dalla visita alla sua tomba siamo praticamente sulla piazza centrale.
Un transessuale ci avvicina e ci chiede “una quara por favor!”. Capisco che vuole soldi ma non capisco esattamente che sta dicendo. Non ci faccio troppo caso. Magari non ho neanche sentito bene. O sarà un modo di dire salvadoregno per dire “un aiuto”, “una moneta”, “la carità”, per favore.
Attraversiamo in diagonale la piazza e già siamo nelle strade del mercato. Quasi subito mi rendo conto che anche i venditori di strada hanno questa quara come punto di riferimento …
Un chilo di pomodori per una quara. Un trio-pack di calze per una quara.
Finalmente mi decido a chiedere a Emiliano, che mi fa da cicerone in questa visita al centro città: ma che è sta quara?

La quara è un quarto di dollaro. Sarebbe la traslazione del suono della parola inglese “quarter” …

L’America Latina, come del resto buona parte del mondo, ha il dollaro statunitense come riferimento: per esempio in Nicaragua c’è un cambio controllato. Una svalutazione costante e progressiva programmata dalla banca nazionale: a inizio mese esce una tabella che ti dice il tasso di cambio di ogni giorno del mese. E ogni giorno si svaluta un po’ … quando arrivai in Nicaragua il cambio era di 20 Cordoba contro il dollaro, adesso è 24. Un Cordoba all’anno, praticamente il 5% di svalutazione costante.

Ma torniamo in Salvador, che invece a un certo punto, visto probabilmente l’assoluta dipendenza dall’economia statunitense con 2 milioni e mezzo di salvadoregni emigrati negli USA, che significa un salvadoregno su quattro … ha deciso di arrendersi all’evidenza, non salvare neanche le apparenze, e consegnare un altro simbolo dell’indipendenza nazionale, adottando il dollaro americano come moneta al posto del colón.

Però ovviamente anche se si ha la stessa moneta, non significa che si sta nella stessa economia … l’Europa insegna, e quello che dovrebbe essere il riferimento più logico, l’unità, i negozi tutto per un dollaro … qua non sarebbe sostenibile per il livello di vita e quindi … invece che tutto per un dollaro, è tutto per un quarto di dollaro. Per un quarter. Per una quara. Por favor.

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Arrivo a Santa Ana che è già sera. La guida che mi hanno prestato dice che ci sono un paio di ostelli decenti nei pressi della terminal. Forse saranno pure decenti gli ostelli ma l’aria che si respira intorno non mi dà grande fiducia: mi piacerebbe, dopo una necessaria doccia, poter andare a farmi una birra in qualche bar. E due passi per conoscere almeno un po’ la città: meglio spostarmi verso il centro.

Sarà l’autosuggestione dei fatti di cronaca che si leggono quotidianamente sui giornali salvadoregni, o dei racconti degli amici, ma non sono tranquillo mentre cammino incerto sulla direzione da prendere: non c’è quasi nessuno a piedi per strada. L’illuminazione è bassa. Temo di trovarmi in qualche situazione scomoda se sbaglio traversa o se il mio proverbiale istinto di orientamento mi tradisse all’improvviso.

Finalmente riesco ad arrivare alla piazza principale. Vado a vedere uno degli hotel della guida. 10 dollari. Deve aver conosciuto tempi migliori … ma sono troppo stanco e mi sembra perfetto.

Dopo una doccia rinfrancante esco in cerca di cibo. Il portiere d’albergo mi indica tre opzioni vicine alla piazza: in una fanno pupusas. Poi c’è un Pollo Campero (fast food) e un Pizza Hut … ma in quest’ultimo, mi avvisa il signore, non ci si può sedere: è solo per consegne a domicilio …

Ormai è completamente buio. Provo ad allontanarmi uno o due isolati dalla piazza perché mi piacerebbe un po’ di vita comune. Strade deserte, buie, gli unici movimenti vengono dalle sporadiche auto di passaggio.

Sembra di essere in una città in tempo di guerra. È vero siamo in settimana. Ma Santa Ana non dovrebbe essere poi così piccola. E nei fine settimana sarà molto diverso? Il terrorismo del terrore ha preso il sopravvento. Se ne sentono troppe in giro. Senza che sia stata decretato ufficialmente a Santa Ana c’è il coprifuoco.

Nella mia piccola escursione non trovo alternative. Rientro sulla piazza deciso a mangiare dove fanno pupusas. È comunque anche questo un fast food … Un fast food di cibo tipico. La grande forza del capitalismo: dimmi quello che vuoi e io ci metto due secondi a imballarlo nella plastica.

Le dinamiche di questi pseudo-ristoranti sono le stesse dappertutto. Cameriera con poca elasticità mentale. Adolescenti che si trovano nel loro habitat naturale. E fanno un piccolo casino, stereotipato come le patatine che, dopo aver subito il trauma del repentino passaggio dal freddo buio del congelatore alla luce al neon e olio bollente, riesumate, hanno avuto il brivido di sfrusciare giù nel cartoncino, e poi di una danza incerta in balia di un vassoio di plastica ondeggiante. E giacciono ora lì, stecchite o sfatte. Definitivamente morte.

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Dopo le avventure lungo il Rio San Juan, angolo del Nicaragua che non avevo visitato prima perché sentivo di volerlo esplorare senza la costrizione di una data di ritorno prefissata, posso dire di essere soddisfatto della mia conoscenza del Nicaragua: non che abbia visto tutto, ci sono ancora varie zone che meriterebbero, ma sento che per il momento può bastare e che i tempi sono maturi per … sconfinare.

Mi era già successo di lasciare il Paese verso sud, verso il Costa Rica, stavolta però il mio obiettivo è il nord. El Salvador. Guatemala. Chissà Belize, Messico … si deciderà in base all’istinto e al vento.

Il bus corre veloce lasciandomi rivedere i paesaggi conosciuti della strada che porta a Estelí, e poi a Pueblo Nuevo, ero già stato anche a Somoto, ma solo una volta per vedere il canyon. Passata la frontiera attraversiamo un centinaio di chilometri di desolato Honduras. Arrivati in Salvador puntiamo dritti verso la capitale, tre-quattro ore in cui dai finestrini cerco di fare un primo confronto fra El Salvador e Nicaragua.

A San Salvador sono ospite di Marianna ed Emiliano, due cooperanti italiani che avevo conosciuto nella loro precedente missione a Leon. Dietro loro suggerimenti e a volte accompagnamento mi introduco brevemente alla realtà salvadoregna. La capitale è più grande e più moderna di Managua. Farcita di centri commerciali e fast food in cui recuperare le ingenti rimesse che arrivano dai 2 milioni e mezzo di salvadoregni negli Stati Uniti.

Le rimesse arrivano dagli USA ai parenti in Salvador che spendono poi i soldi nei centri commerciali a preponderante capitale USA, di modo che, nulla si crea, nulla si distrugge, i dollari tornano a casa a stretto giro di posta.

San Salvador è al centro di un Paese non molto grande: è una perfetta base per escursioni di un giorno o due e rientro. Come un passo a stella nella pallacanestro.

Un giorno vado a Suchitoto, un paesino coloniale nelle montagne a nord di San Salvador. Tutta questa zona è stata campo di battaglia e oggetto di repressioni durissime da parte dell’esercito nella guerra civile degli anni ottanta.

Passo la giornata tranquillamente poi vado a prendere il bus. Convinto che tutti i bus abbiano come destino finale San Salvador prendo il primo che riparte dal capolinea dove ero arrivato la mattina. Né l’autista né l’assistente mi dicono niente: avrebbero potuto facilmente immaginare che ero un turista.

Al momento di pagare la corsa scopro che il bus non va verso la capitale. Scendo. Di nuovo, come scoprirò dopo, l’assistente non è molto solerte, perché non mi spiega che devo tornare a Suchitoto.

Mi siedo su un sasso ad aspettare che passi un altro bus. C’è un bar all’aperto di fronte. Quattro uomini che ammazzano il tempo. Prendo una bibita e spiego al barista la mia situazione. Il barista non si sbilancia.

Lui ed i suoi amici-clienti potrebbero benissimo essere degli ex-combattenti. Nel mio trip alimentato dal museo della memoria che ho appena visto nella cittadina, mi immagino che lui era il capo della squadriglia. E che io ai suoi occhi in fondo sono solo un gringo.

Torno al mio sasso. Dal quale vedo il bar sull’altro lato della strada. Rialzato rispetto alla carreggiata. Qualche metro più in là sul muro che delimita la via una scritta enorme, lunga una quindicina di metri, inneggia a un collettivo, a una fazione, a un gruppo militare, in qualche modo fa capire che questa è una zona presidiata, difesa dal popolo. Non è solo il ricordo di un passato ancora troppo vicino, è presente.

Emiliano mi spiegava come nelle zone del Paese dove era stata più forte la guerriglia, dove vi era maggior unità del tessuto sociale, le maras (gruppi delinquenziali di stampo mafioso che infestano il Paese), non attecchiscono.

Si ferma un camioncino che inizia a strombazzare, gli occupanti chiamano a gran voce e fanno battute a quelli del bar, che ben presto arrivano e si sistemano in piedi nel cassone. L’ultimo a giungere è il barista. Quando mi vede mi invita ad andare con loro: mi lasceranno in un punto dove potrò prendere un bus per San Salvador.

Il gruppo di uomini sembra gioviale, ma non sono molto comunicativi nei miei confronti. Per rompere il ghiaccio chiedo al mio ospite “… e dove andate?”.

“A messa” mi risponde. E poi ride. Evidentemente non ha intenzione di dirmi dove vanno. Continuo le elucubrazioni su chi saranno questi uomini, dove andranno. Come sarà stata la loro vita negli anni ’80. E dopo, quando con la pace non sono arrivati i progressi sociali per i quali si erano battuti. Come si sentono adesso? Nel frattempo mi godo il vento che mi sbatte sulla faccia.

Mi lasciano a un incrocio e mi indicano dove posso aspettare il bus. Sta per imbrunire. Non ho assolutamente idea di dove mi trovi in realtà. Ma il bus dopo un po’ arriva e posso rientrare in città. A un orario ancora non eccessivamente pericoloso.

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Traduzione in spagnolo del post “il giornale” pubblicato il 30 luglio 2013.

Pequeño cuento libremente inspirado a hechos y sensaciones realmente vividos.

El chele se lo leyó todo. Artículo por artículo. Luego, después de sacarle una hoja, empezó a reordenarlo, como a querer rebobinar el tiempo, y el viento, y regresar las hojas de papel a su estado inicial. Lo logró más o menos. Más menos que más.

De repente se da vuelta y me dice: “quiere leer?”. Tomo el periodico. No sé que hacer. Lo abro. Decido fingir leer. Casi inmediatamente me siento ridículo. Lo doblo. Lo doblo otra vez. Ahora tengo este rollo de papel entre mis manos. Me siento incomodo.

Si lo pongo aquí en frente, en la bolsa del asiento donde ya he dejado la lata de coca-cola el chele se va a ofender? Y … no será que el chele lo va a querer de vuelta? No … creo que no: ya he visto otras veces que después de leer los periodicos la gente solo los deja botados en el asiento o en el piso: evidentemente no tiene que ser tan importante lo que está escrito.

Que hago?? … Eso! Porque no lo he pensado antes!? Ahora se lo paso a la Yasira … ella sabe leer. Quizas le interese y luego se lo llevamos a mi abuelito.

Nada, no tiene que haber nada de interesante en esos periodicos: ella también lo dobla enseguida. O puede que sea un poco más complicado que leer los mensajitos que se envian sín parar con su novio, por la noche, cuando se aleja de la casa para ir en el solo punto de la finca donde hay señal. Y se queda allá hasta que es todo oscuro y mi mamá le grita que le va a pegar si no se regresa enseguida a la casa.

Ya estamos en Las Palomas. Desde que el Comandante nos hizo la carretera vamos más a menudo a San Carlos o a Juigalpa: cualquier excusa es buena para ir de paseo. Y las dos horas de camino que nos esperan bajados del bus me valen.

En media hora va a anochecer. Caminando como siempre jodo a mi hermana por todos esos mensajes que se envian con el novio. Seguro el tiene otras diez le digo. Ella se molesta. Quedamos sín hablar hasta la finca.

Cuando casi llegamos le robo el periodico de las manos, quiero ser yo el que se lo da a mi abuelito: sé que estará feliz del regalo. El tampoco sabe leer … pero le recuerda aquellos tiempos de la guerra, cuando no había papel higiénico y solucionaban con lo que encontraban.

Gracias me dice, antes de encaminarse a la letrina.

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Piccolo racconto liberamente ispirato a fatti e sensazioni realmente vissuti.

Il chele se lo lesse tutto. Articolo per articolo. Poi, dopo averne staccato una pagina, iniziò a rassettarlo, come a voler riavvolgere il tempo, e il vento, e riportare i fogli di carta come stavano all’inizio. Ce le fece molto più o meno.

Di sorpresa si volta e mi dice “vuole leggere”. Lo prendo. Non so che fare. Lo spiego parzialmente. Decido di far finta di leggere. Quasi subito mi sento ridicolo. Lo ripiego. Lo piego ancora. Ora ho sta specie di rotolo di carta che mi scotta fra le mani.

Se lo metto nella tasca del sedile insieme alla lattina bevuta il chele si offenderà? Ma poi chissà il chele lo rivorrà indietro? No … non credo: ho già visto altre volte come funziona: dopo che leggono li lasciano in giro, sui sedili, sul pavimento … Non dev’essere poi così importante quel che c’è scritto …

Che faccio?? … Idea!! Adesso glielo mollo a Yasira … lei sa leggere. Magari gli interessa pure, così poi glielo portiamo al nonno.

Non dev’essere per niente interessante. Anche lei l’ha ripiegato subito. O forse è più difficile da leggere che i messaggini che si mandano a ripetizione con il suo ragazzo quando la sera se ne va nell’unico punto della finca dove c’è segnale, e rimane finché fa buio, e la mamma deve minacciarla di passargliele per farla rientrare a casa.

Già siamo a Las Palomas. Da quando il Comandante c’ha fatto la strada ci andiamo più spesso a San Carlos o a Juigalpa, anche solo per fare un giro, qualsiasi scusa è buona. E queste due ore a piedi che mi aspettano non mi importano.

Scendiamo dal bus. Fra mezz’ora sarà buio.

Camminando come sempre prendo in giro mia sorella per tutti quei messaggini col ragazzo, che sicuramente ne ha altre dieci gli dico. Lei si arrabbia. Rimaniamo senza parlare fino alla finca.

Arrivati, gli strappo il giornale dalla mano. Glielo do al nonno. So che gli fa piacere. Neanche lui sa leggere .. ma gli ricorda i tempi della guerra, che quando non c’era carta igienica usavano quel che trovavano. Grazie, mi dice, prima di incamminarsi alla latrina.

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Scendendo il Río San Juan succede qualcosa di strano. Era/è l’obiettivo principale della prima parte del mio viaggio. Non tradisce le aspettative: è un posto fantastico. A partire da quando nasce all’altezza di San Carlos, che il lago si infila in un imbuto ed è fiume. Un momento intenso. Preciso.

Navigarlo ti da un senso di avventura. E poi Boca de Sabalos con il suo senso. E il Castillo con il suo. E più giù lo sbocco del Río Bartola sembra aprire a un mondo fantastico e misterioso.

A un certo punto però la scena diventa surreale. Come ascoltare un discorso tappando e stappando rapidamente le orecchie con le dita. O mettere e togliere occhiali colorati. O il mondo con o senza musica.

Scendendo il fiume di colpo si vedono il passato e il futuro. Del fiume? Della terra? Della razza umana? Il rosso e il verde. La slanciata elevazione della vita. La piattezza terra-terra della morte. L’ottimismo, che punta verso il cielo. E il realismo di scavarci la fossa con le nostre stesse mani.

Quando la sponda destra da nicaraguense diventa costaricana, d’improvviso il verde che non si stanca di esplodere dal pelo dell’acqua su fin dove l’energia del sole e dell’acqua lo possano spingere, lascia posto alla terra rossa.

Mi immagino di essere su un elicottero e vedere questa profonda ferita nel paesaggio.

Si tratta di una strada. Una carreggiata che il Costa Rica, probabilmente per sottolineare la proprietà di quella riva del fiume, ha deciso di tracciare in modo tanto sfregiante.

(se avessero voluto solo costruire una strada perché non l’hanno fatta anche solo un chilometro più dentro, nella foresta, perché dover mostrare questo scempio al mondo in modo tanto sfacciato?)

e quindi, seduto nella barca non posso smettere di girare la mia testa da un lato e dall’altro, in continuazione, come se stessi guardando una partita di tennis. Il fiume a fare da rete …

Da un lato quest’interminabile ferita di terra rossa e spogliata anche del più piccolo cespuglio. Dall’altro la riserva protetta dell’Indio Maiz … con la Natura che esplode in tutte le sue forme, con alberi, rami, arbusti, liane, foglie, che si affollano uno sull’altra, come a voler dire “io! io!”. E si spintonano. E si accarezzano.

Alberi come cattedrali … È veramente un santuario, penso in quel momento. Non riesco a trovare altra parola. Come le cattedrali furono e sono una dimostrazione del meglio delle capacità tecniche e artistiche dell’essere umano, così mi appaiono, con lo stesso sentimento di stupore da magnificenza e sacralità da concentrazione esplosiva di intelligenza, questi alberi infiniti. Un urlo della Natura lanciato verso il cielo.

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Da una decina di giorni sono in viaggio. Inzio quindi una serie di post con alcune considerazioni direttamente dalla mia fida moleskine … idee a volte grezze, che lasceró cosí un po’ perché le precarie condizioni di accesso a computer e internet del viaggio non permettono grandi tempi di riflessione davanti allo schermo, un po’ perché … mi sembra interessante che ognuno possa giungere alle sue conclusioni a partire da questi spunti. Iniziamo con Granada.

I turisti di Granada sono insopportabili. Il turismo di massa é da bandire. Falsa tutte le relazioni, cambia lo sviluppo naturale delle cittá.
I peggiori: gruppetti di turisti attempati, con short e/o cappellini bianchi che escono da hotel di lusso e salgono su bussini che li attendono con lo sportello aperto: veloci come marines che partono per un operativo a Bagdad …
Armati di macchine fotografiche, con obiettivi da invidia del pene a compensare chiare mancanze fisiche e/o psicologiche.
Senza rispetto di niente e soprattutto di nessuno, le puntano indiscriminatamente a caccia dello scatto piú suggestivo: magari, spesso, per fissare un attimo di povertá. Per chissá poi mostrarle fieri agli amici …
Ma anche gli altri, cosí bianchi, cosi avulsi dal naturale bordello nica … non so …
e gli dedicano cibi e prezzi. Frasi in inglese e tour speciali.

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