Feeds:
Articoli
Commenti

Archive for the ‘viaggiando’ Category

L’arcivescovo Romero fu ucciso dai fascisti … uscendo dalla visita alla sua tomba siamo praticamente sulla piazza centrale.
Un transessuale ci avvicina e ci chiede “una quara por favor!”. Capisco che vuole soldi ma non capisco esattamente che sta dicendo. Non ci faccio troppo caso. Magari non ho neanche sentito bene. O sarà un modo di dire salvadoregno per dire “un aiuto”, “una moneta”, “la carità”, per favore.
Attraversiamo in diagonale la piazza e già siamo nelle strade del mercato. Quasi subito mi rendo conto che anche i venditori di strada hanno questa quara come punto di riferimento …
Un chilo di pomodori per una quara. Un trio-pack di calze per una quara.
Finalmente mi decido a chiedere a Emiliano, che mi fa da cicerone in questa visita al centro città: ma che è sta quara?

La quara è un quarto di dollaro. Sarebbe la traslazione del suono della parola inglese “quarter” …

L’America Latina, come del resto buona parte del mondo, ha il dollaro statunitense come riferimento: per esempio in Nicaragua c’è un cambio controllato. Una svalutazione costante e progressiva programmata dalla banca nazionale: a inizio mese esce una tabella che ti dice il tasso di cambio di ogni giorno del mese. E ogni giorno si svaluta un po’ … quando arrivai in Nicaragua il cambio era di 20 Cordoba contro il dollaro, adesso è 24. Un Cordoba all’anno, praticamente il 5% di svalutazione costante.

Ma torniamo in Salvador, che invece a un certo punto, visto probabilmente l’assoluta dipendenza dall’economia statunitense con 2 milioni e mezzo di salvadoregni emigrati negli USA, che significa un salvadoregno su quattro … ha deciso di arrendersi all’evidenza, non salvare neanche le apparenze, e consegnare un altro simbolo dell’indipendenza nazionale, adottando il dollaro americano come moneta al posto del colón.

Però ovviamente anche se si ha la stessa moneta, non significa che si sta nella stessa economia … l’Europa insegna, e quello che dovrebbe essere il riferimento più logico, l’unità, i negozi tutto per un dollaro … qua non sarebbe sostenibile per il livello di vita e quindi … invece che tutto per un dollaro, è tutto per un quarto di dollaro. Per un quarter. Per una quara. Por favor.

Read Full Post »

Arrivo a Santa Ana che è già sera. La guida che mi hanno prestato dice che ci sono un paio di ostelli decenti nei pressi della terminal. Forse saranno pure decenti gli ostelli ma l’aria che si respira intorno non mi dà grande fiducia: mi piacerebbe, dopo una necessaria doccia, poter andare a farmi una birra in qualche bar. E due passi per conoscere almeno un po’ la città: meglio spostarmi verso il centro.

Sarà l’autosuggestione dei fatti di cronaca che si leggono quotidianamente sui giornali salvadoregni, o dei racconti degli amici, ma non sono tranquillo mentre cammino incerto sulla direzione da prendere: non c’è quasi nessuno a piedi per strada. L’illuminazione è bassa. Temo di trovarmi in qualche situazione scomoda se sbaglio traversa o se il mio proverbiale istinto di orientamento mi tradisse all’improvviso.

Finalmente riesco ad arrivare alla piazza principale. Vado a vedere uno degli hotel della guida. 10 dollari. Deve aver conosciuto tempi migliori … ma sono troppo stanco e mi sembra perfetto.

Dopo una doccia rinfrancante esco in cerca di cibo. Il portiere d’albergo mi indica tre opzioni vicine alla piazza: in una fanno pupusas. Poi c’è un Pollo Campero (fast food) e un Pizza Hut … ma in quest’ultimo, mi avvisa il signore, non ci si può sedere: è solo per consegne a domicilio …

Ormai è completamente buio. Provo ad allontanarmi uno o due isolati dalla piazza perché mi piacerebbe un po’ di vita comune. Strade deserte, buie, gli unici movimenti vengono dalle sporadiche auto di passaggio.

Sembra di essere in una città in tempo di guerra. È vero siamo in settimana. Ma Santa Ana non dovrebbe essere poi così piccola. E nei fine settimana sarà molto diverso? Il terrorismo del terrore ha preso il sopravvento. Se ne sentono troppe in giro. Senza che sia stata decretato ufficialmente a Santa Ana c’è il coprifuoco.

Nella mia piccola escursione non trovo alternative. Rientro sulla piazza deciso a mangiare dove fanno pupusas. È comunque anche questo un fast food … Un fast food di cibo tipico. La grande forza del capitalismo: dimmi quello che vuoi e io ci metto due secondi a imballarlo nella plastica.

Le dinamiche di questi pseudo-ristoranti sono le stesse dappertutto. Cameriera con poca elasticità mentale. Adolescenti che si trovano nel loro habitat naturale. E fanno un piccolo casino, stereotipato come le patatine che, dopo aver subito il trauma del repentino passaggio dal freddo buio del congelatore alla luce al neon e olio bollente, riesumate, hanno avuto il brivido di sfrusciare giù nel cartoncino, e poi di una danza incerta in balia di un vassoio di plastica ondeggiante. E giacciono ora lì, stecchite o sfatte. Definitivamente morte.

Read Full Post »

Voglio andare al vulcano Santa Ana. Mi sveglio di buon’ora, camino fino a Boulevard de los Heroes. Nel punto indicatomi da Emiliano prendo il bus, abbastanza affollato soprattutto di ragazzi che vanno a scuola. Scendo secondo istruzioni alla seconda dopo lo stadio. Ancora qualche centinaio di metri a piedi poi mi infilo in un corridoio fra giornalai e venditrici di pupusas (la specialità salvadoregna più tipica, tipo tortillas ripiene). Sono alla Terminal de Occidente. Compro il biglietto: devo scendere in un posto che si chiama El Congo.

Dopo poco più di un’ora ci siamo. Scendo. Faccio la scala per salire sul cavalcavia. Arrivato in cima scorgo la nuova fermata del prossimo bus e inizio ad aspettare. Sono le nove. Nove e un quarto … niente. Nove e mezza. Dieci … altri bus arrivano e ripartono … ma dalla ruota del lotto non esce mai il mio numero …

Chiedo lumi alle donne che vendono bibite o spuntini nei bugigattoli vicini alla fermata ma non mi sono di grande aiuto.

Ormai sono le undici, non ha più senso aspettare perché non arriverei in tempo per le escursioni guidate al vulcano. Meglio passare al piano B: il mio numero non è uscito, ne prendo un altro. Che mi porta a Sansonate. Da lì potrò cercare un collegamento per il mio prossimo obiettivo: Ataco. Nel tragitto i paesaggi sono spettacolari. E penso che ne è comunque valsa la pena di … perdersi per il Salvador. Arrivo alla città fra mezzogiorno e l’una. Il sole spacca le pietre.

Un venditore ambulante mi indica il bus per Ataco. Pochi minuti e sono di nuovo in movimento. L’automezzo sale, l’aria si rinfresca.

Il paesino di Ataco è pittoresco e relativamente veloce da visitare. Ci passo un paio d’ore ma è già tempo di vedere come arrivare, prima che faccia buio, alla città di Santa Ana, da dove il giorno dopo riprovare a raggiungere l’omologo vulcano.

Da Ataco non ci sono bus per Santa Ana: devo prima andare a Ahuachapan. Da Ahuachapan a Santa Ana … non so quanto ci metterò e già inizia a essere tardi. Arrivo che sta già diventando buio: ma questa è un’altra storia, che sarà oggetto del prossimo post.

La mattina dopo mi alzo presto: non voglio assolutamente perdere l’unico collegamento utile alle 7 e mezza del mattino. Con un po’ di difficoltà individuo la terminal della compagnia di trasporto privato che effettua il servizio. Ho ancora un po’ di tempo per una copiosa colazione guanaca (salvadoregna). Uova strapazzate con pomodoro fresco, casamiento (riso mescolato con purea di fagioli), e tortillas calde. Le tortillas in Salvador sono piccoline ma buonissime. Più buone delle nica: ma non ditelo ai miei amici.

Finalmente parte il bus. Passiamo dal Congo alle nove meno un quarto … poi inizia la salita verso il Cerro Verde o parco nazionale dei vulcani. Saliamo saliamo fino a 2,000 metri. Il bus ci lascia all’entrata del parco. Pago il biglietto e mi dirigo direttamente verso l’ufficio delle guide per iscrivermi all’escursione al Santa Ana.

Ma l’uscita la fanno solo se si raggiunge un minimo di tre partecipanti … Arrivano vagonate di studenti a visitare il centro. Come ogni scolaresca che si rispetti fanno un baccano enorme. L’oasi di pace totale di qualche minuto prima è diventata una baraonda infernale. Intanto inizia a salire una densa foschia …

Non si trova altra gente per il Santa Ana e non ho nessuna intenzione di visitare l’altro vulcano, l’Izalco: una salita secchissima, che ora andrebbe fatta in compagnia dell’orda di ragazzini per poi arrivare in un mare di foschia …

Decido di iniziare a ridiscendere per vedere se riesco ad andare a visitare un’altra attrazione turistica che mi interessa: Joya de Ceren. Il primo bus che scende è alle due. Forse, mi dicono. Penso di incamminarmi: tanto è tutta discesa. Ma all’uscita del parco il guardiano mi avvisa che non è raccomandabile, ci sono già stati assalti ai turisti. Se voglio andare sono libero ma lo faccio a mio rischio e pericolo.

Mi dico che sarebbe un po’ stupido farmi assaltare dopo che mi hanno pure messo in guardia … decido di aspettare il bus o chiedere un passaggio a qualcuno che lasci il parco.

Vado a prendere un caffè al bar. Poco dopo arriva un furgoncino che viene a rifornire il bar di bibite: è una famiglia completa di padre, madre e due bambine sugli 8-10 anni. Gli chiedo se mi danno un passaggio quando scendono e nel frattempo gli do una mano a scaricare la merce.

Mi accomodo fra le cassette di bibite vuote nel retro del camioncino e via … fra le curve scendendo effettivamente un paio di volte vedo piccoli gruppi di alcolizzati che magari sarebbe stato meglio non incontrare da solo.

Non ho capito nemmeno troppo bene dove stiamo andando, e in fondo non sono nemmeno molto in chiaro su come raggiungerò Joya de Ceren. Ma l’importante è andare. Nel cassone del camioncino, con l’aria e il sole che mi sbattono sulla faccia.

La gentile famigliola mi lascia in un posto che si chiama Armenia. Su una specie di superstrada che va verso San Salvador. Penso che è meglio rientrare e abbandonare l’idea di Joya.

Salito su un bus per la capitale trovo un posto a sedere vicino a una signora che subito attacca bottone. È un’entusiasta delle bellezze del suo Paese: ne approfitto per dirgli che mi piacerebbe andare a Joya de Ceren ma non so come fare. Non c’è problema, lei mi indicherà in che punto scendere per prendere un bus che va verso il sito archeologico.

Faccio come mi dice. Scendo. Aspetto. Ecco l’altro bus. Salgo. Sono in piedi. Poi inizio a parlare con le signore vicine. Una mi dice che deve scendere proprio dove voglio andare io. Mi invita pure a mangiare a casa sua, ma non ho molto tempo: devo visitare il sito e poi prendere un bus per San Salvador in tempo per arrivare a un orario non troppo pericoloso …

Visito Joya de Ceren, la Pompei salvadoregna: nel 595 d.C. l’eruzione di un vulcano coprì di cenere un piccolo villaggio di contadini che è rimasto quindi praticamente intatto fino al 1976, quando fu riscoperto per caso.

Altra piccola attesa, altro bus. Poi è di nuovo Terminal de Occidente. Camminata. Casa. Distrutto ma felice di due giorni intensi più volte perso, più volte ritrovato, a mio agio per il Salvador.

Read Full Post »

Dopo le avventure lungo il Rio San Juan, angolo del Nicaragua che non avevo visitato prima perché sentivo di volerlo esplorare senza la costrizione di una data di ritorno prefissata, posso dire di essere soddisfatto della mia conoscenza del Nicaragua: non che abbia visto tutto, ci sono ancora varie zone che meriterebbero, ma sento che per il momento può bastare e che i tempi sono maturi per … sconfinare.

Mi era già successo di lasciare il Paese verso sud, verso il Costa Rica, stavolta però il mio obiettivo è il nord. El Salvador. Guatemala. Chissà Belize, Messico … si deciderà in base all’istinto e al vento.

Il bus corre veloce lasciandomi rivedere i paesaggi conosciuti della strada che porta a Estelí, e poi a Pueblo Nuevo, ero già stato anche a Somoto, ma solo una volta per vedere il canyon. Passata la frontiera attraversiamo un centinaio di chilometri di desolato Honduras. Arrivati in Salvador puntiamo dritti verso la capitale, tre-quattro ore in cui dai finestrini cerco di fare un primo confronto fra El Salvador e Nicaragua.

A San Salvador sono ospite di Marianna ed Emiliano, due cooperanti italiani che avevo conosciuto nella loro precedente missione a Leon. Dietro loro suggerimenti e a volte accompagnamento mi introduco brevemente alla realtà salvadoregna. La capitale è più grande e più moderna di Managua. Farcita di centri commerciali e fast food in cui recuperare le ingenti rimesse che arrivano dai 2 milioni e mezzo di salvadoregni negli Stati Uniti.

Le rimesse arrivano dagli USA ai parenti in Salvador che spendono poi i soldi nei centri commerciali a preponderante capitale USA, di modo che, nulla si crea, nulla si distrugge, i dollari tornano a casa a stretto giro di posta.

San Salvador è al centro di un Paese non molto grande: è una perfetta base per escursioni di un giorno o due e rientro. Come un passo a stella nella pallacanestro.

Un giorno vado a Suchitoto, un paesino coloniale nelle montagne a nord di San Salvador. Tutta questa zona è stata campo di battaglia e oggetto di repressioni durissime da parte dell’esercito nella guerra civile degli anni ottanta.

Passo la giornata tranquillamente poi vado a prendere il bus. Convinto che tutti i bus abbiano come destino finale San Salvador prendo il primo che riparte dal capolinea dove ero arrivato la mattina. Né l’autista né l’assistente mi dicono niente: avrebbero potuto facilmente immaginare che ero un turista.

Al momento di pagare la corsa scopro che il bus non va verso la capitale. Scendo. Di nuovo, come scoprirò dopo, l’assistente non è molto solerte, perché non mi spiega che devo tornare a Suchitoto.

Mi siedo su un sasso ad aspettare che passi un altro bus. C’è un bar all’aperto di fronte. Quattro uomini che ammazzano il tempo. Prendo una bibita e spiego al barista la mia situazione. Il barista non si sbilancia.

Lui ed i suoi amici-clienti potrebbero benissimo essere degli ex-combattenti. Nel mio trip alimentato dal museo della memoria che ho appena visto nella cittadina, mi immagino che lui era il capo della squadriglia. E che io ai suoi occhi in fondo sono solo un gringo.

Torno al mio sasso. Dal quale vedo il bar sull’altro lato della strada. Rialzato rispetto alla carreggiata. Qualche metro più in là sul muro che delimita la via una scritta enorme, lunga una quindicina di metri, inneggia a un collettivo, a una fazione, a un gruppo militare, in qualche modo fa capire che questa è una zona presidiata, difesa dal popolo. Non è solo il ricordo di un passato ancora troppo vicino, è presente.

Emiliano mi spiegava come nelle zone del Paese dove era stata più forte la guerriglia, dove vi era maggior unità del tessuto sociale, le maras (gruppi delinquenziali di stampo mafioso che infestano il Paese), non attecchiscono.

Si ferma un camioncino che inizia a strombazzare, gli occupanti chiamano a gran voce e fanno battute a quelli del bar, che ben presto arrivano e si sistemano in piedi nel cassone. L’ultimo a giungere è il barista. Quando mi vede mi invita ad andare con loro: mi lasceranno in un punto dove potrò prendere un bus per San Salvador.

Il gruppo di uomini sembra gioviale, ma non sono molto comunicativi nei miei confronti. Per rompere il ghiaccio chiedo al mio ospite “… e dove andate?”.

“A messa” mi risponde. E poi ride. Evidentemente non ha intenzione di dirmi dove vanno. Continuo le elucubrazioni su chi saranno questi uomini, dove andranno. Come sarà stata la loro vita negli anni ’80. E dopo, quando con la pace non sono arrivati i progressi sociali per i quali si erano battuti. Come si sentono adesso? Nel frattempo mi godo il vento che mi sbatte sulla faccia.

Mi lasciano a un incrocio e mi indicano dove posso aspettare il bus. Sta per imbrunire. Non ho assolutamente idea di dove mi trovi in realtà. Ma il bus dopo un po’ arriva e posso rientrare in città. A un orario ancora non eccessivamente pericoloso.

Read Full Post »

Traduzione in spagnolo del post “il giornale” pubblicato il 30 luglio 2013.

Pequeño cuento libremente inspirado a hechos y sensaciones realmente vividos.

El chele se lo leyó todo. Artículo por artículo. Luego, después de sacarle una hoja, empezó a reordenarlo, como a querer rebobinar el tiempo, y el viento, y regresar las hojas de papel a su estado inicial. Lo logró más o menos. Más menos que más.

De repente se da vuelta y me dice: “quiere leer?”. Tomo el periodico. No sé que hacer. Lo abro. Decido fingir leer. Casi inmediatamente me siento ridículo. Lo doblo. Lo doblo otra vez. Ahora tengo este rollo de papel entre mis manos. Me siento incomodo.

Si lo pongo aquí en frente, en la bolsa del asiento donde ya he dejado la lata de coca-cola el chele se va a ofender? Y … no será que el chele lo va a querer de vuelta? No … creo que no: ya he visto otras veces que después de leer los periodicos la gente solo los deja botados en el asiento o en el piso: evidentemente no tiene que ser tan importante lo que está escrito.

Que hago?? … Eso! Porque no lo he pensado antes!? Ahora se lo paso a la Yasira … ella sabe leer. Quizas le interese y luego se lo llevamos a mi abuelito.

Nada, no tiene que haber nada de interesante en esos periodicos: ella también lo dobla enseguida. O puede que sea un poco más complicado que leer los mensajitos que se envian sín parar con su novio, por la noche, cuando se aleja de la casa para ir en el solo punto de la finca donde hay señal. Y se queda allá hasta que es todo oscuro y mi mamá le grita que le va a pegar si no se regresa enseguida a la casa.

Ya estamos en Las Palomas. Desde que el Comandante nos hizo la carretera vamos más a menudo a San Carlos o a Juigalpa: cualquier excusa es buena para ir de paseo. Y las dos horas de camino que nos esperan bajados del bus me valen.

En media hora va a anochecer. Caminando como siempre jodo a mi hermana por todos esos mensajes que se envian con el novio. Seguro el tiene otras diez le digo. Ella se molesta. Quedamos sín hablar hasta la finca.

Cuando casi llegamos le robo el periodico de las manos, quiero ser yo el que se lo da a mi abuelito: sé que estará feliz del regalo. El tampoco sabe leer … pero le recuerda aquellos tiempos de la guerra, cuando no había papel higiénico y solucionaban con lo que encontraban.

Gracias me dice, antes de encaminarse a la letrina.

Read Full Post »

Piccolo racconto liberamente ispirato a fatti e sensazioni realmente vissuti.

Il chele se lo lesse tutto. Articolo per articolo. Poi, dopo averne staccato una pagina, iniziò a rassettarlo, come a voler riavvolgere il tempo, e il vento, e riportare i fogli di carta come stavano all’inizio. Ce le fece molto più o meno.

Di sorpresa si volta e mi dice “vuole leggere”. Lo prendo. Non so che fare. Lo spiego parzialmente. Decido di far finta di leggere. Quasi subito mi sento ridicolo. Lo ripiego. Lo piego ancora. Ora ho sta specie di rotolo di carta che mi scotta fra le mani.

Se lo metto nella tasca del sedile insieme alla lattina bevuta il chele si offenderà? Ma poi chissà il chele lo rivorrà indietro? No … non credo: ho già visto altre volte come funziona: dopo che leggono li lasciano in giro, sui sedili, sul pavimento … Non dev’essere poi così importante quel che c’è scritto …

Che faccio?? … Idea!! Adesso glielo mollo a Yasira … lei sa leggere. Magari gli interessa pure, così poi glielo portiamo al nonno.

Non dev’essere per niente interessante. Anche lei l’ha ripiegato subito. O forse è più difficile da leggere che i messaggini che si mandano a ripetizione con il suo ragazzo quando la sera se ne va nell’unico punto della finca dove c’è segnale, e rimane finché fa buio, e la mamma deve minacciarla di passargliele per farla rientrare a casa.

Già siamo a Las Palomas. Da quando il Comandante c’ha fatto la strada ci andiamo più spesso a San Carlos o a Juigalpa, anche solo per fare un giro, qualsiasi scusa è buona. E queste due ore a piedi che mi aspettano non mi importano.

Scendiamo dal bus. Fra mezz’ora sarà buio.

Camminando come sempre prendo in giro mia sorella per tutti quei messaggini col ragazzo, che sicuramente ne ha altre dieci gli dico. Lei si arrabbia. Rimaniamo senza parlare fino alla finca.

Arrivati, gli strappo il giornale dalla mano. Glielo do al nonno. So che gli fa piacere. Neanche lui sa leggere .. ma gli ricorda i tempi della guerra, che quando non c’era carta igienica usavano quel che trovavano. Grazie, mi dice, prima di incamminarsi alla latrina.

Read Full Post »

La Esperanza

Gli uomini e i ragazzi si muovono a cavallo. Le donne si affacciano dalle porte o sono al fiume a lavare i panni. I figli si divertono tuffandosi intorno.

C’è un uomo che usa un ventilatore per togliere le impurità dai fagioli: li versa da un secchio di plastica a un altro lasciandoli passare davanti al ventilatore di modo che tutto ciò che è più leggero dei fagioli vola via.

Dalla scuola come sempre risa e voci festose.

Un ragazzo in strada chiede a una ragazza se ha fatto i compiti di spagnolo. La classica scusa per dire qualcosa alla ragazza che ti piace.

In un chioschetto dove mi fermo a bere un succo le giovanissime sorelle che servono nel frattempo fanno i compiti.

Da questa posizione privilegiata allargo lo sguardo per una panoramica sul centro della comunità:

la iglesia de Dios da la bienvenida …

c’è un centro di raccolta di rifiuti inorganici che apparentemente raccoglie anche organici …

la piazza è un rettangolo di cemento con porta di calcio e canestro in una sola struttura metallica, ovviamente senza reti.

Ora le ragazze del baretto parlano di sintomi della gravidanza. Non capisco se una delle due è già incinta. Avrà 15 anni.

L’altra mette in ordine il bugigattolo. Ma questo lo scrivo solo perché non so che fare e sento lo sguardo della prima addosso.

Arriva un gruppo di ragazzi probabilmente interessati alle due ragazze.

Musica dal cellulare.

Le due ragazze si chiamano Julia (quella che fa i compiti) e Daniela (quella che ora pulisce gli scaffali).

Ho finito il mio succo però non ho voglia di andarmene, voglio vivere ancora un po’ questa dinamica da adolescenza di piccolo villaggio disperso.

Hanno acceso la televisione però senza volume.

I ragazzi di prima sono andati.

Altri sono arrivati.

Ho chiesto un altro succo.

Cercano Julio.

Ora è venuto un signore a comprare due sigarette.

La ragazza regala agli amici due pacchetti di patatine perché sono schiacciati.

Quando questi se ne vanno li lasciano là.

Arriva un bambino e chiede due caramelle.

Ha aumentato il volume della tele, c’è un programma di medicina.

Un ragazzo che è rimasto, scherzando con quella che fa i compiti fa cadere qualcosa dietro al frigo dei gelati.

La ragazza che pulisce stacca la spina. Poi muove il tavolo. Muove il frigo. Si piega. Recupera un foglio di carta. Tutto questo senza nessuna rimostranza verso chi gli ha provocato questo piccolo fastidio.

Poi ricomincia a spazzare come una specie di Cenerentola. Cenerentola tropicale.

Viene il rappresentante dei prodotti da bar. Offre alla ragazza patatine, cicche, caramelle, biscotti, la mitica maruchan: una terribile zuppa industriale que si scalda al micro-onde molto apprezzata dai nica (soprattutto per curare la sbornia).

Fa un ordine di 758 cordobas (una trentina di dollari), che gli pagherà alla consegna?

Questo l’ho scritto solo per guadagnare tempo e aspettare che il rappresentante se ne vada.

Ma ormai sarà un’ora che sono qua. E non mi sembra il caso di farmi un terzo succo Tropical alla guayaba.

Read Full Post »

San Juan de Nicaragua ha la classica sindrome dei posti alla fine di qualche mondo. Ad almeno 5 ore di barca dal Castillo, e isolato dal vicino Costa Rica dall’irrigidimento dei rapporti fra i due Paesi per le questioni territoriali legate al fiume San Juan, ex inglese, forse spagnola, non ancora creola … vive abbandonata a se stessa, come fosse l’unica comunità umana sopravvissuta a un’esplosione nucleare.

Già mare, ma non ancora isola, punto di incrocio fra l’acqua dolce del fiume e quella salata dell’oceano. Spettatrice distratta della lotta infinita fra la sabbia del mare e y detriti del fiume.

La località, alla quale si accede solo via mare o fiume, si visita facilmente passeggiando su una passerella di cemento che da l’accesso ai quattro angoli del paese, e lascia presagire i copiosi acquazzoni che devono colpire nella persistente stagione delle piogge che a queste longitudini dura quasi tutto l’anno.

Sono l’unico viaggiatore nella comunità. L’idea sarebbe di risalire la costa fino a Bluefield, però pare che non ci siano trasporti regolari: si deve aspettare che qualcuno organizzi un viaggio per andare a far compere o che il comune mandi a prendere l’acqua per il villaggio (siamo nei mesi secchi).

Fatto un paio di giri a piedi, decido di cercare una guida per vedere se si può organizzare qualche escursione. Incontro Raul che mi elenca le varie opzioni ed i prezzi … che ovviamente lievitano enormemente per il fatto che sarei il solo cliente.

Poi mi dice, guarda domani devo andare a portare una persona all’aeroporto, e quindi saremmo già a buon punto per una delle escursioni: posso proporti un prezzo più basso dato che pagheresti solo il carburante necessario per il ritorno.

L’indomani passo a confermare che sono interessato all’escursione ma Raul mi dice che alla fine ci sono varie persone che vanno all’aeroporto, quindi deve prendere una barca più grande, e il costo di carburante per l’escursione salirebbe …

Visto che sembra un tipo a cui piace chiacchierare e che di fatto la comunicazione scorre fluida gli chiedo se posso solo accompagnarlo: io non ho nient’altro da fare, ne approfitterei per fare un giro in barca e gli farei un po’ di compagnia.

Ovviamente io mi immagino che lui debba portare un po’ di persone all’aeroporto, da poco costruito per teoricamente favorire il turismo nella zona, e poi gli tocchi tornare da solo a San Juan.

Mi dice che non c’è problema e che partiamo dopo un’ora. Mi presento puntuale e andiamo insieme alla barca. Raul mette il carburante e prepara l’imbarcazione, mentre continuiamo a parlare del più e del meno: la situazione e i problemi della comunità, la mia esperienza nicaraguense, la vita in Europa, eccetera.

A un certo punto … inizia ad arrivare la gente … un po’ alla volta si riempie tutta la barca di qualche anziano, qualche adulto e … molti bambini … quasi immediatamente mi rendo conto che a viaggiare sarà solo una delle signore dai capelli bianchi … e il resto? il resto sono praticamente tutta la famiglia di Raul figli, nipoti, zii, zie, cugini, eccetera. Li conto … siamo quasi una trentina di anime …

Mi ritrovo quindi intruso in una situazione che dovrebbe essere di intimità familiare … ma ormai sono in ballo e mi tocca ballare, e comunque la famiglia è simpatica e allora … ci facciamo sta gita in barca … per andare a portare la vecchia zia all’aeroporto.

A quanto pare la signora vive negli Stati Uniti e questa era l’ultima volta che veniva a trovare i suoi parenti in Nicaragua: l’età ormai avanzata non gli permetterà più di viaggiare.

Attracchiamo al porticciolo dell’aeroporto e camminiamo fino all’accesso alla pista.

Le donne piangono, gli uomini rimaniamo fuori da quest’aeroporto in piena giungla. Seduti a parlare del più e del meno nell’attesa di vedere il velivolo alzarsi nel cielo per un ultimo saluto con la mano. Si raccontano aneddoti. Per lo più storie di mare.

Raul racconta di quando suo padre si perse, sbagliarono rotta e non avevano sufficiente carburante per tornare indietro. Quindi rimasero in balia delle correnti … fortuna volle che dopo un paio di giorni drammatici furono spinti verso la costa …

Con l’aereo ridotto a un puntino fra le nuvole la tornata allegra baraonda risale in barca. Asciugate le lacrime, tornano gli scherzi, i sorrisi. I bambini si muovono irrequieti come naturale. Gli adulti gli dicono di stare seduti e non esporsi troppo dalla prua. Di non litigare. Di fare i bravi che se no la prossima volta non ce li portano più …

Read Full Post »

Scendendo il Río San Juan succede qualcosa di strano. Era/è l’obiettivo principale della prima parte del mio viaggio. Non tradisce le aspettative: è un posto fantastico. A partire da quando nasce all’altezza di San Carlos, che il lago si infila in un imbuto ed è fiume. Un momento intenso. Preciso.

Navigarlo ti da un senso di avventura. E poi Boca de Sabalos con il suo senso. E il Castillo con il suo. E più giù lo sbocco del Río Bartola sembra aprire a un mondo fantastico e misterioso.

A un certo punto però la scena diventa surreale. Come ascoltare un discorso tappando e stappando rapidamente le orecchie con le dita. O mettere e togliere occhiali colorati. O il mondo con o senza musica.

Scendendo il fiume di colpo si vedono il passato e il futuro. Del fiume? Della terra? Della razza umana? Il rosso e il verde. La slanciata elevazione della vita. La piattezza terra-terra della morte. L’ottimismo, che punta verso il cielo. E il realismo di scavarci la fossa con le nostre stesse mani.

Quando la sponda destra da nicaraguense diventa costaricana, d’improvviso il verde che non si stanca di esplodere dal pelo dell’acqua su fin dove l’energia del sole e dell’acqua lo possano spingere, lascia posto alla terra rossa.

Mi immagino di essere su un elicottero e vedere questa profonda ferita nel paesaggio.

Si tratta di una strada. Una carreggiata che il Costa Rica, probabilmente per sottolineare la proprietà di quella riva del fiume, ha deciso di tracciare in modo tanto sfregiante.

(se avessero voluto solo costruire una strada perché non l’hanno fatta anche solo un chilometro più dentro, nella foresta, perché dover mostrare questo scempio al mondo in modo tanto sfacciato?)

e quindi, seduto nella barca non posso smettere di girare la mia testa da un lato e dall’altro, in continuazione, come se stessi guardando una partita di tennis. Il fiume a fare da rete …

Da un lato quest’interminabile ferita di terra rossa e spogliata anche del più piccolo cespuglio. Dall’altro la riserva protetta dell’Indio Maiz … con la Natura che esplode in tutte le sue forme, con alberi, rami, arbusti, liane, foglie, che si affollano uno sull’altra, come a voler dire “io! io!”. E si spintonano. E si accarezzano.

Alberi come cattedrali … È veramente un santuario, penso in quel momento. Non riesco a trovare altra parola. Come le cattedrali furono e sono una dimostrazione del meglio delle capacità tecniche e artistiche dell’essere umano, così mi appaiono, con lo stesso sentimento di stupore da magnificenza e sacralità da concentrazione esplosiva di intelligenza, questi alberi infiniti. Un urlo della Natura lanciato verso il cielo.

Read Full Post »

Quando il panguero (uomo che conduce la panga, piccola imbarcazione a motore) che ci riportava dalla nostra escursione al Rio Bartóla a El Castillo ci disse “se avete prenotato il posto (sul battello per andare dal Castillo a San Carlos), state tranquilli!”, capii che non c’era da stare tranquilli.

Un po’ per l’ormai lunga esperienza di rassicurazioni latino-americane che proprio quando te lo garantiscono con piú convinzione é quando devi crederci di meno (ormai una legge della fisica per me), un po’ per l’accezione che il panguero usó per dire state tranquilli: están frescos … che se in spagnolo significa appunto che non ci saranno problemi di sorta, nella traduzione letterale all’italiano “state freschi!” capirete che fa un altro effetto.

Infatti, sbarcati a El Castillo e corsi al molo da dove partiva il battello per San Carlos, ovviamente ci rendemmo conto che non risultava nessuna prenotazione o che in ogni caso le prenotazioni avevano perso di validitá davanti all’interminabile coda per imbarcare.

Con un po’ di fortuna riusciamo a infilarci e a raggiungere la nostra meta a tempo.

Chiara, Marco, Sidi e Daniel che mi hanno raggiunto per qualche giorno sul Rio San Juan tornano ai loro impegni managuini e matagalpini. Io, che sono dovuto tornare a San Carlos perché ho scoperto che negli altri centri abitati del fiume non c’é possibilitá di prelevare, la mattina dopo, carico di dollari, sono pronto per spingere la mia avventura fino alla foce del fiume che sbocca nell’Oceano Atlantico.

Mi hanno detto che c’é un battello alle 9 e mezza, quindi poco prima delle nove arrivo al molo … purtroppo scopro che hanno giá venduto tutti i biglietti e quindi mi toccherá aspettare due ore l’imbarcazione delle 11 e mezza …
compro il biglietto e vado a perdere un paio d’ore per San Carlos.

Verso le undici sono di nuovo al debarcadero e mi siedo diligentemente aspettando che chiamino i passeggeri per l’uscita delle 11 e mezza. Il tempo passa peró non succede niente … quando mancano 5 minuti vado dal bigliettaio a chiedere lumi.

Oltre tre anni di Nicaragua non bastano a frenare lo stupore quando questi mi dice che la barca delle 11 e mezza é giá partita … gli faccio notare che é mezz’ora che sono lá e che non ho visto nessuna chiamata o gente che accedeva all’area di imbarco.

Il ragazzo gentilmente mi spiega che il battello é partito intorno alle dieci e mezza perché c’era molta gente che aspettava e che vedendo che la barca era completa aveva fatto pressione per partire prima …

Faccio notare che avevo comprato il biglietto … e lui mi dice che siamo tre o quattro che siamo rimasti a terra nelle stesse condizioni ma che abbiamo diritto a prendere quello dell’una e mezza … (e ci mancherebbe che mi fai pure pagare di nuovo il biglietto! penso …)

Morale della favola … per evitare altre sorprese mi accampo nella sala d’aspetto per due ore … mangiando, per fare passare il tempo, patatine, caramelle e simili che compro nel piccolo chiosco. Senza ovviamente perdere di vista, nemmeno per un minuto, l’agognato accesso alle imbarcazioni.

Read Full Post »

Older Posts »