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Archive for the ‘cooperazione’ Category

È inevitabile, se da qualche parte vedo “Nicaragua” non posso non approfondire, non leggere più in dettaglio di che aspetto si tratti del Paese, di come si presenta, con che spirito, con quanta superficialità o attenzione. E quindi necessariamente ho cliccato sul titolo nel sito del Corriere della Sera che diceva “Nicaragua: 1.700 bambini salvi grazie a due poeti”. Ripropongo l’articolo, a firma di Salvatore Giannella, in quanto … parla di Nicaragua, di Cardenal, di rivoluzione e di poesia.

Aggiungo un’informazione importante: l’ospedale pediatrico La Mascota di Managua di cui si parla è uno dei partner nei progetti che l’associazione ticinese AMCA ha in Nicaragua (www.amca.ch).

Grazie a due grandi poeti nicaraguensi, e all’aiuto ricevuto da medici italiani, oggi vivono in Nicaragua 1700 bambini e ragazzi affetti da leucemia o tumori, che sono stati trattati con successo nel Centro di emato-oncologia pediatrica La Mascota di Managua. Devo all’incontro con Giuseppe Masera, 76 anni, per 25 anni direttore della clinica pediatrica dell’ospedale San Gerardo di Monza, una delle storie più belle e sconosciute della cronaca. Più che una storia, una favola.

Primi anni Ottanta. In quel paese del Centroamerica è da poco stata sconfitta la crudele dittatura dell’ultimo della famiglia Somoza, Anastasio. Gianni Tognoni, brillante farmacologo del “Mario Negri” allora impegnato in Nicaragua per il problema dei farmaci essenziali, fa arrivare a Monza un messaggio di Fernando Silva, medico-poeta che dirige l’ospedale pediatrico La Mascota:

“Quando facciamo una diagnosi di leucemia o di tumore, con la mia penna devo disegnare una piccola croce nera accanto al nome del bambino. Non abbiamo la possibilità di trattarlo e di offrirgli almeno la speranza di guarigione. Se potete, aiutateci ”.

Destinatario di questo appello era proprio lui, Giuseppe Masera, i medici e i genitori del Comitato Maria Letizia Verga di Monza. In quell’angolo di mondo i bambini ammalati morivano quasi tutti, mentre in Italia la sopravvivenza dei piccoli malati già superava il 70 per cento (altra buona notizia: oggi quella percentuale è salita, ce la fanno 80 su 100).

La mobilitazione di Masera e dei monzesi avviò il programma La Mascota favorendo la costruzione di un nuovo reparto a Managua, capitale del Nicaragua, e la formazione di medici attraverso la scuola internazionale di Monza, MISPHO (Monza International School of Hemato-Oncology).

Oggi la percentuale di guarigione, nel Centro America, supera il 60 per cento. E sono già, come dicevamo, 1.700 i bambini-ragazzi affetti da leucemia o tumori trattati con successo nell’ospedale del medico-poeta.

Ma passi avanti si sono avuti non solo sul fronte delle cure. Masera ritiene che i bambini malati di leucemia sviluppino una grande creatività, sensibilità e facilità di espressione. Fu così che, incontrando il grande poeta latino-americano Ernesto Cardenal, classe 1925, sacerdote protagonista della rivoluzione in Nicaragua del 1979, e tra i massimi esponenti della teologia della liberazione (per questo fu sospeso a divinis da Giovanni Paolo II) gli propose un progetto che prevedeva l’insegnamento della poesia ai bambini malati di leucemia. Secondo Masera l’esperimento dei laboratori di poesia poteva avere un alto valore terapeutico e rappresentava una sorta di piano-pilota, estendibile a tutta l’America centrale e, sogno dei sogni, a Milano “per persone normali con l’aiuto dei poeti”. Fu così che Cardenal (già ministro della Cultura a Managua e già candidato al Premio Nobel) iniziò la sua avventura poetica con i bambini.

Racconta Cardenal, del quale esce in questi giorni in italiano il Cantico cosmico edito da Raiuela e curato da Milton Fernàndez:

“La capacità di scrivere di questi bambini è incredibile: si trovano nel giardino dell’ospedale a scrivere o a dettare e descrivono a me e agli altri poeti che mi aiutano gli animali come se li avessero davanti agli occhi. Le loro poesie parlano della nostalgia per i loro villaggi ”.

Villaggi che, fino a qualche anno fa, quando la diagnosi era accompagnata dalla piccola croce nera, non avrebbero più rivisto. E che ora, invece, grazie all’alleanza tra medici e poeti capaci di credere nei sogni, rivedono 1.700 bambini finalmente guariti.

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Interrompo brevemente i racconti di viaggio, dopo il Salvador passeremo al Guatemala, per annunciare (e dedicarmi a) l’intercambio Sud-Nord che abbiamo organizzato con Inter-Agire:

dal 24 settembre al 21 ottobre Aldo Marquez, la mia controparte nicaraguense, visiterà la Svizzera, abbiamo preparato un programma intenso per fare in modo che questa esperienza possa arricchirlo sia professionalmente sia umanamente:

Aldo avrà l’occasione di conoscere meglio Inter-Agire e la cooperazione svizzera, ma anche di visitare delle produzioni biologiche, una fabbrica di cioccolato, uno stabilimento di torrefazione del caffè, una fabbrica industriale, di fare il formaggio, forse di vendemmiare … di conoscere il Ticino, parte della Svizzera tedesca, le Alpi … e tanto altro

ma anche di condividere la sua esperienza e le sue sensazioni accompagnandomi in tre serate pubbliche alle quali vi invito, in cui si parlerà del lavoro di ADDAC, con tutti i temi a esso connesso: agricoltura biologica, commercio equo, micro-credito, cooperativismo, eccetera, e del mio volontariato presso quest’istituzione. Segnatevi le date:

MARTEDÌ 1 OTTOBRE ORE 20:15 SALA LA TORRE, LOSONE

MERCOLEDÌ 9 OTTOBRE ORE 20:00 SALA COMUNALE DI TENERO

MARTEDÌ 15 OTTOBRE ORE 19:00 SALA DELLA CROCE ROSSA LUGANESE, VIA CAMPAGNA 9, LUGANO

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Il numero di dicembre della rivista di Inter-Agire, Cartabianca, é dedicato alla Felicitá. Quando a suo tempo si chiese a noi volontari di dare la nostra personale definizione del concetto, immediatamente pensai che non avrei risposto alla sollecitazione: come spiego nell’articolo non é un tema che mi affascini particolarmente. Poi, casualmente, un dettaglio mi dette lo spunto per questa breve riflessione in merito.

Ah, giá che ci siamo: Buon Natale e … FELICE Anno Nuovo …

Che cos’è la felicità? Io non funziono in termini di felicità. Non mi è mai interessata la questione. Essere felice: che significa? Mi è sembrato sempre un mito prefabbricato, come quello del principe azzurro per le donne o del sogno americano. Non per niente l’altro giorno su una borsa di tela ho letto uno dei tanti slogan di successo della Coca-Cola: “il sapore della felicità”…
A Matagalpa, l’approvvigionamento di acqua era estremamente problematico fino a pochi anni fa, poi un progetto della cooperazione tedesca portò l’acqua potabile a tutta la città. Nonostante il miglioramento sostanziale a volte succede che il servizio si interrompa, per pochi minuti o per qualche ora. Nella mia esperienza di tre anni di vita matagalpina ho avuto tre case: nella prima nessun problema, era provvista di un serbatoio in cui si accumulava acqua per le necessità di almeno due giorni, se c’erano problemi nell’erogazione nemmeno me ne accorgevo. La seconda casa non aveva serbatoio. E quindi me ne accorgevo. In ogni caso il problema si presentava sporadicamente. Da circa un mese ho cambiato nuovamente sistemazione finendo in una zona dove l’acqua “va via” spesso. Ovviamente nei momenti meno opportuni. Come ieri sera. Tornato da un corso a un gruppo di produttori, necessitavo assolutamente di una bella doccia per lavar via l’appiccicaticcio e la stanchezza di una giornata a proporre con necessario entusiasmo concetti basici di contabilitá a persone semi-analfabete.
Erano vari giorni che l’acqua non mancava, mi sono avvicinato al rubinetto del bagno fiducioso ma… nada… nada de nada … Imprecazione di rito. Mi butto sul letto esausto sperando in un miracolo mattutino. Ore cinque e mezza. Oggi è qualche santo particolare o cade qualche celebrazione e ovviamente si deve manifestare in città con botti alle cinque del mattino e clacson delle auto a tutto spiano… Vabbè, mi tocca svegliarmi. Magari è tornata l’acqua. Mi alzo, giro la manopola… Nada!… Nisba!… Niet! La mattina prima mi ero dimenticato di riempire un secchio e così ho soltanto un po’ d’acqua da una piccola bacinella. “Ni modo”, faremo, come descrive efficacemente una collega, solo “ali e motore”. Sono ormai le sei. È iniziata davvero bene la giornata! Oggi mi aspetta un altro corso di ugual intensità e non mi sarebbe dispiaciuto arrivarci in condizioni decenti. Però, che ci vuoi fare? Per istinto o con un movimento sbadato, metto di nuovo mano al rubinetto. Assieme all’acqua che sale dal tubo ed esce scoppiettando, sgorga in mezzo al petto un’emozione. Felicità.

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Lo ammetto, o un po’ di blocco del blogger … ultimamente vedo meno spunti o sará che mi sono assuefatto troppo al Nicaragua, non c’é piú niente che mi stupisce? Forse sono talmente integrato che piuttosto dovrete aspettare il ritorno in Svizzera perché torni a sorprendermi di quel che mi circonda, col mio nuovo punto di vista nica.
Una delle cose che mi piace di quest’esperienza di volontario é la catena fatta di chi é giá partito, chi deve partire, e di chi partirá … ognuna di queste condizioni ha il suo carico di emozioni e … si sa se impariamo qualcosa collegandola ad un’emozione non la scordiamo piú.
Cosí i legami con la maggioranza di quelli con cui ho avuto la fortuna di condividere questo pezzetto di catena che stiamo costruendo … Inter-Agire ha 42 anni, a furia di aggiungere anelli ce la faremo a stendere sto ponte sull’Atlantico …
Infatti giá é tempo di dar spazio ad altre esperienze, altre capacitá, altri stupori.
L’altro giorno, Maria Teresa Hausmann, una nuova volontaria di Inter-Agire che verrá in Nicaragua in marzo per un progetto di microcredito con un’associazione di Managua, mi ha scritto per farmi qualche domanda sulla mia esperienza.
Rileggendo la mia risposta ispirata, credo per quest’immedesimazione automatica in una situazione che conosco bene, ho pensato che alcune cose sarebbero interessanti per tutti.
Per tutti voi potenziali volontari che solo dovete sciogliere questi piccoli dubbi e … partire.

Iniziamo dalla metodologia … io non ho preparazioni specifiche per quanto riguarda la pedagogia, e nemmeno nella preparazione di Inter-Agire si va oltre un’infarinatura generale, quindi direi che la metodologia é il buon senso. Inizialmente piú ascoltare che parlare, cercare di capire bene il contesto, “empaparse” come dicono qua, cioé bagnarsi, sporcarsi, inzaccherarsi, inzupparsi. E poi un po’ alla volta apportare, condividere i punti di vista che scaturiscono dalla nostra formazione (inevitabilmente, in media, superiore perché qui i livelli scolastici sono bassi) e dalle nostre esperienze lavorative (normalmente di maggior spessore perché i livelli di precisione, competenza e competitivitá a cui siamo abituati purtroppo, e a volte per fortuna, non si incontrano molto).

La metodologia é lavorare con la gente. Riprendendo la filosofia di ADDAC del Hacer, Hacer con, Dejar hacer. Fare, fare insieme, lasciar fare. Li sí é necessario fare uno sforzo per produrre capacitá … tante volte per fare una cosa é ovvio che se la facessimo noi ci vorrebbero cinque minuti mentre la persona che sta imparando ci mette mezz’ora … ma bisogna ricordare qual é il nostro obiettivo, cioé che chi sta imparando la sappia fare non che sia fatta nel minor tempo possibile: sennó facciamo tutto noi … ma quando andiamo via non rimane niente.

Sull’operativitá o meno dei corsi o degli approcci, sull’adattabilitá o meno alla realtá nicaraguense io penso che l’importante é aver chiari i concetti. Una volta che si ha chiaro il concetto questo si applica a tutte le realtá. Se sto prestando a una multinazionale o a un piccolo produttore agricolo alla fine ho bisogno di sapere le stesse cose: che ci fará con il prestito che gli do? sará in grado di generare sufficiente reddito per ripargare il credito e gli interessi? con che garanzie copro il credito? quali sono i rischi? Lo stesso vale per il business plan, che sia una azienda di nuove tecnologie o un piccolo macello di maiali alla fine devo sempre valutare le stesse cose: quale sará il mio mercato? a chi vendo? a che prezzo? chi sono i miei concorrenti? come mi finanzio? eccetera ..

Per quanto riguarda la tua esperienza … nemmeno io sono / ero un esperto di credito o microcredito, ho lavorato prima come revisore dei conti e poi come controller, ma come ti dico tra formazione, esperienza, buon senso, il nostro apporto ha senso, trova il suo percorso. Bisogna essere flessibili, come un liquido que va a coprire i vuoti. E i vuoti non mancano certo … E poi siamo anche qua per imparare, quindi ció che non sai lo imparerai cammin facendo.

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Su iniziativa di Filippo (Filippo Mati e Diana Scarpellini sono una coppia di volontari di Inter-Agire da un anno e mezzo in Nicaragua, vedi http://www.filidiana.com), quest’anno l’incontro dei cooperanti svizzeri del Centro-America si é svolto all’Ostional (vedi il post di gennaio “il segreto dell’Ostional”).

L’idea di Filippo era semplice: perché, visto che siamo tutti qui in nome di uno sviluppo economico-sociale del mondo alternativo al modello dominante, quando ci riuniamo per condividere le nostre esperienze dobbiamo farlo in un sito convenzionale, in un hotel “formale”, a favore di un’iniziativa privata senza ricadute sociali, priva dell’auspicabile atmosfera umana?

Avendo conosciuto il progetto di turismo comunitario dell’Ostional, una comunitá di pescatori situata all’estremo sud-ovest del Nicaragua, inizió a maturare l’idea che sarebbe valsa la pena di proporlo come sede dell’incontro di quest’anno.

All’inizio i dubbi erano molti: cosa ne avrebbe pensato la coordinazione di Managua (responsabile di organizzare l’evento), cosa ne avrebbero pensato i compagni volontari, e le co-parti locali, come avrebbe reagito la comunitá, sarebbero stati in grado di rispondere in maniera adeguata alle esigenze dell’incontro, che facciamo se le piogge dell’inverno dovessero tagliare il collegamento stradale, eccetera …

Mano a mano che Filippo ci contagiava con l’idea, a Diana, me, Mila, Federico, Angelika, Melvin, Josua, questa prendeva forma, concretezza, sicurezza … ovvio, se martedí mattina, a poche ore dall’arrivo del bus con tutti i partecipanti, gli avessero chiesto: “come andrá?”, il “non lo so” in equilibrio fra il timore dell’imponderabile e la fiducia nella gente della comunitá, sarebbe stato assolutamente sincero.

Alla fine l’incontro si é fatto ed é andato bene. Per molti il miglior incontro da qualche anno a questa parte. Certo, nella casa comunale, dove ci riunivamo, c’era un solo bagno per le cinquanta persone, i sei o sette ventilatori presi a prestito dalle case vicine ingaggiavano una battaglia persa in partenza con il calore soffocante ampliato dal tetto di lamiera, le condizioni di alloggio a volte erano spartane, a volte piú comode,

ma abbiamo vissuto e mangiato nelle case della gente, e condiviso con loro un po’ di vita, qualche chiacchera, un’esperienza.

Per me poi é stata l’occasione di tornare all’Ostional, di ritrovarlo fedele all’immagine di vita di cui raccontavo nel Segreto dell’Ostional. Del segreto non c’é stato bisogno stavolta. Pare che le razze vengano soprattutto da ottobre a gennaio/febbraio, quando l’acqua é piú fredda. Ora l’acqua era caldissima.

I granchi a centinaia punteggiavano di rosso vivo la terra sotto il bosco di mangrovie. La notte del temporale i rospi felici per tanta acqua, a migliaia urlavano al cielo.

Devono essere proprio tanti i rospi per trovarne di smaciullati sulla strada che scende al mare, in un villaggio dove ci saranno in totale tre macchine …

Immancabile il sangue che macchia la sabbia quando i pescatori tornano con le barche e passano il pesce su una jeep per portarlo a qualche ristorante di San Juan del Sur.

In un punto preciso, scendendo a mare, farfalle di tutte le tonalitá esistenti fra il bianco e l’arancione ti ballavano intorno come in un racconto di fiaba.

L’ultimo giorno, con quell’aria da vacanza che ci riversó tutti in spiaggia nell’angusta ora libera fra la chiusura dell’evento e il bus del ritorno,

il giallo dello stesso bus sullo sfondo sabbia, al bordo del mare, le porte aperte e la radio opportunamente al massimo, il baretto, l’azzurro delle onde, il vociare festoso della gente che si dissolve nella distanza e nelle note di una canzone che sembra messa lí apposta a definire questa scena esaltante e libera di un film di cui sei attore,

per un attimo ho sentito l’Ostional come una certezza.

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No, non siete finiti sul sito di una qualche trasmissione di un qualche Angela … semplicemente prima di rituffarmi virtualmente nel mondo nica (fisicamente mi ci sono rituffato necessariamente da piú di due settimane), archivio gli scampoli di un paio di eventi informativi di cui sono stato protagonista nel mio passaggio in Svizzera, nel mio passaggio a nord-est … appunto.

Innanzitutto qualche foto della serata del 5 ottobre 2011 al centro Integrazione per tutti di Besso: una serata che mi ha riempito di soddisfazione per il numero, la composizione, il livello di attenzione di chi mi ha fatto l’amicizia di venire (seguire il link per le foto):

http://www.kizoa.it/slideshow/d2029431k4827339o1/presentazione-armadillo-051011

Poi siccome non sono riuscito a caricare direttamente sul sito la registrazione riporto la trascrizione dell’intervista passata in diretta sulla Rete 2 della RSI, nella trasmissione Il Punto, il 7 ottobre 2011. Per chi ci tenesse ad ascoltare la mia voce in versione telefono erotico ed i miei acrobatici tentennamenti da diretta posso sempre spedirvi per mail il file mp3.

Lina Simoneschi: Siamo al nostro approfondimento del pomeriggio e siamo collegati con Giuseppe Aieta che saluto subito …

Giuseppe Aieta: Buongiorno.

Buongiorno, lei é economista impegnato da due anni in Nicaragua come volontario in aiuto di un’associazione nicaraguense di sviluppo rurale, ed é stato a Lugano mercoledí a raccontare questa sua esperienza di volontariato. Durante questo incontro telefonico vorremmo saperne qualcosa di piú anche noi. Innanzitutto lei ha adottato la formula di volontariato con Inter-Agire …

Sí esatto, Inter-Agire é un’associazione ticinese che seleziona profili di professionisti, di persone che hanno un’esperienza lavorativa, oppure di studenti appena usciti dall’universitá peró con competenze specifiche, che hanno interesse a fare un’esperienza nel Sud del mondo, in particolare in America Latina. Da un lato quindi ci sono queste persone interessate a questo tipo di esperienza, dall’altro una rete di organizzazioni non governative dei Paesi del Sud che hanno delle esigenze professionali specifiche che sul posto non si trovano o si trovano difficilmente, e quindi si crea questo collegamento e noi andiamo a rafforzare queste realtá locali.

E quindi lei é andato con Inter-Agire come economista per questo progetto di aiuto dello sviluppo rurale, un progetto che sostanzialmente si propone anche di aiutare, di dar credito all’agricoltura dove le banche non arrivano. Ci racconti questo progetto che lei sta seguendo da due anni giusto?

Sono due anni che sono in Nicaragua, sono a Matagalpa, una cittá del Nord del Paese, e rimarró ancora un anno. Normalmente queste esperienze durano al massimo tre anni perché l’idea di fondo e di passare le nostre competenze a una persona in particolare e in generale all’associazione che andiamo ad appoggiare giú: tre anni dovrebbero essere sufficienti per garantire che le nostre conoscenze sono passate e che quindi questa competenza é appropriata.

E sta succedendo cosí?

Sí, io sono abbastanza soddisfatto, devo dire che ho avuto anche molta fortuna perché l’associazione in cui lavoro é veramente una buona associazione …

Come si chiama l’associazione in Nicaragua?

Si chiama ADDAC, associazione per lo sviluppo rurale e comunale …

Perché appunto lei sta aiutando, lei e la sua associazione con il suo lavoro di volontariato, dei contadini, ben tremila famiglie che non hanno i requisiti per avere i crediti “ufficiali”, insomma quelli delle banche …

Sí, l’associazione ha vent’anni di esperienza, sono partiti con poche famiglie poi la cosa é andata crescendo: sono partiti in particolare sugli aspetti piú produttivi (le competenze che piú si trovano nell’associazione sono persone che hanno studiato agronomia) e quindi avevano iniziato con il miglioramento delle produzioni e tentare di far passare il discorso dell’agricoltura biologica giá fin dall’origine dell’associazione. Poi automaticamente, man mano, crescendo, e rendendosi conto che lo sviluppo non é solo produzione ma anche associazione, unitá fra le persone, sviluppo dei diritti umani, eccetera, man mano si sono integrati vari altri elementi: non solo la produzione, non solo gli aspetti tecnici, ma anche gli aspetti di commercializzazione, di associativismo, si sono create delle cooperative, e, in questa evoluzione, a un certo punto ci si é resi conto che molti di questi micro-imprenditori avevano necessitá di credito, cosa che difficilmente riuscivano ad ottenere dal sistema finanziario tradizionale che non si fidava delle poche garanzie.

Ecco, concretamente ci faccia un esempio di un caso, di una famiglia, di un piccolo imprenditore, di un piccolo contadino che siete riusciti ad aiutare tramite questo sistema di microcredito alternativo … fuori dal sistema ufficiale … Non so come lo definiate voi …

Sí, sí, possiamo parlare di “alternativo” … di finanza alternativa … mah, gli esempi sono molti, sono centinaia in realtà …

… l’ultimo, o uno che le sembra rappresentativo anche per i nostri ascoltatori qui della radio svizzera

… in particolare io non tratto direttamente con i produttori, nel senso che il mio ruolo é piú di formazione sia dei promotori di credito, che sono dei ragazzi che hanno il contatto diretto, che non hanno una formazione specifica in credito e quindi hanno delle grosse lacune, e questo a volte puó portare ad avere dei problemi sia a livello della concessione del credito sia poi del recupero del credito, del seguimento che possiamo dare a queste famiglie, quindi io mi concentro in particolare sulla formazione di questi sei ragazzi …

Che resteranno sul posto, giusto? Questo é importante …

Certo, questi sono tutti ragazzi nicaraguensi

Non formati nel senso che non hanno nessuna nozione di economia

Non hanno nozioni di economia, a volte vengono da altri lavori, da altre esperienze … fa un po’ parte della forma in cui l’associazione promuove i suoi lavoratori, ad esempio abbiamo un paio che erano autisti e che sono passati a fare i promotori, quindi questo … da un certo punto di vista io lo trovo molto positivo, perché é una possibilitá per loro di svilupparsi, é ovvio che nella nostra concezione occidentale di superspecializzazione delle persone a volte puó lasciare perplessi dire stiamo gestendo una cosa delicata come il credito con persone che non sono ancora formate a questo.

Sí, é impensabile quasi … é molto difficile diciamo …

Beh, alla fine devo dire che in qualche modo la cosa funziona anche perché non é solo una questione economica.

Appunto é una questione soprattutto di formazione, forse anche di mentalitá, di riuscire appunto a capire come avere questi crediti, capire che poi questi soldi vanno ridati, e che la loro é una piccola impresa che deve funzionare comunque con i criteri di un’impresa, quindi un intento di formazione molto importante.

Fondamentale direi, effettivamente da un certo punto di vista queste associazioni a volte erano state abituate nel tempo, soprattutto quando il loro appoggio era specificatamente tecnico, a ricevere finanziamenti per poter distribuire attrezzi oppure sementi e spesso questo tipo di appoggio al contadino era gratuito o comunque questi doveva parzialmente ridare una parte di quel valore e la si metteva in un fondo che veniva gestito dalla stessa comunità, mentre il credito è qualcosa che chiede un interesse quindi a un certo punto c’era quasi una dicotomia interna fra quello che era una parte dell’associazione che faceva questo tipo di appoggio e un’altra parte che invece chiedeva un corrispettivo … mentre effettivamente la realtà è che stiamo parlando di due livelli diversi dello sviluppo: in una prima fase quando non si hanno le basi per poter produrre è possibile che sia necessaria una iniezione iniziale per avviare il tutto, pero una volta che il produttore è arrivato a un certo livello deve poi fare quel salto che lei appunto diceva di mentalità, di riuscire a pianificare.

E lei ha visto un cambiamento di mentalità, perché di cultura economica ci vogliono più anni, insomma, ma … in questi due anni?

Come dicevo io mi sto occupando particolarmente di cambiare mentalità all’interno della stessa associazione, e devo dire che questa divisione che si era creata internamente la stiamo superando, e soprattutto vedo i progressi che fanno questi ragazzi che sto seguendo, che magari prima avevano loro stessi dei limiti per poter poi fare un discorso migliore di formazione a loro volta verso i produttori. E stiamo vedendo che effettivamente avevamo dei problemi abbastanza grossi di morosità e stiamo rientrando abbastanza …

Appunto uno era il problema della morosità che allora lei ci ha detto che state cercando di risolvere. Perché è proprio un po’ lo scopo anche di Inter-Agire di portare formazione quindi di portare know how non di portare solo soldi e poi lasciare la gente così com’è, quindi questo è un intento di volontariato particolare … particolarmente interessante …

Sono totalmente d’accordo sull’interesse di questo tipo di volontariato! Effettivamente secondo me è la forma migliore: dare gli elementi alle persone di poter svilupparsi, rafforzare realtà che già esistono, perché a volte c’è un preconcetto rispetto ai Paesi del Sud del mondo pensando che non ci sia niente, in realtà ci sono molte cose, soprattutto c’è molta voglia di emergere, e anche ci sono già competenze, ci sono già realtà, ci sono già cose che funzionano, non dobbiamo per forza andar giù noi con soldi e mezzi e tutto, a volte semplicemente dovremmo assecondare alcune cose che vengono su già direttamente li e quindi a maggior ragione hanno molto più senso perché siccome sono nate lí hanno radici più forti e anche una speranza più grande di rimanere, di continuare.

E lei Giuseppe Aieta come si trova personalmente a vivere in Nicaragua, naturalmente un paese ben diverso dalla Svizzera, lei stesso scrive nel suo blog “un Paese dove si considera normale dipingere il municipio con i colori del partito che ha vinto le elezioni”, quindi anche dal punto di vista politico, democratico, è ben diverso dalla Svizzera.

Bisogna considerare che si può essere a un livello diverso di maturazione di alcuni processi. E poi ci possono anche essere delle interpretazioni diverse della realtà e quindi una cosa del genere magari a me può chiamare l’attenzione a un nicaraguense sembra totalmente normale.

Comunque lei si è integrato bene, si trova bene?

Si io mi sono integrato molto bene. Mi trovo bene, mi piace il Nicaragua e mi trovo molto bene soprattutto con le persone, che è la cosa fondamentale.

E ci resterà ancora un anno a portare avanti questo progetto, che ha un nome?

Il progetto per Inter-Agire l’abbiamo chiamato “Armadillo para Nicaragua” … così per dare un nome simpatico al progetto …

Sono già le diciassette e venticinque, il tempo è davvero volato e quindi dobbiamo concludere questo spazio che abbiamo dedicato a lei e al progetto qui sulla Rete 2. Per chi volesse aiutare il volontariato in Nicaragua o per chi volesse semplicemente avere delle informazioni in più possiamo dare il suo blog?

Il mio blog è: http://www.armadilloblog.wordpress.com

Oppure basta che mette magari Giuseppe Aieta su google e trova Nicaragua. Oppure Inter-Agire?

http://www.interagire.org

E alla fine dell’anno prossimo farà un resoconto immagino dei suoi tre anni di questo progetto di aiuto in Nicaragua e magari torneremo a parlarne quando sarà di nuovo di ritorno.

È possibile che porti la persona con la quale sto lavorando in Nicaragua, la persona con cui ho più diretto contatto, a fare un’esperienza … sempre nell’ambito delle possibilità di cooperazione che offre Inter-Agire c’è la possibilità di portare qualcuno dal Sud qui per un periodo formativo, quello potrebbe essere interessante anche.

Grazie a Giuseppe Aieta che torna in Nicaragua per Inter-Agire.

Grazie a lei.

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Ciao a tutti,

ieri è andata in onda sulla Rete 3 della RSI un’intervista che mi aveva fatto la giornalista Cristina Rosati qualche mese fa. Replica domenica prossima alle 10:15. Comunque sul sito di Cristina (crisinarosatibook.wordpress.com) è disponibile la registrazione nel post “Elezioni in Nicaragua 3: Partecipazione”.

Vi ricordo che:

mercoledì 5 ottobre, alle 20:15,
al Centro integrazione per tutti,
Via Besso 5, Lugano

farò una presentazione sulla mia esperienza in Nicaragua.

Vi aspetto!

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Dopo il volante e prima dei freni, fondamentale per guidare in Nicaragua è il clacson. Ai lati della strada c’è spesso gente che cammina, quando si sorpassa non si può essere sicurissimi che chi ci precede si sia accorto di noi, a un incrocio non si sa mai che l’altro non si butti … In queste ed in altre innumerevoli occasioni, basta un semplice colpo di clacson per chiarire tutte le precedenze ed evitare il peggio.

Dalla prima curva ci rendiamo quindi conto che abbiamo un problemino: il clacson del bussino da venti posti che ci scarrozzerá per tutto il giorno é moscio. Fa un suono tipo palloncino che si sgonfia, con un tono grave che va spegnendosi, come se avesse l’asma.

Quando pochi secondi prima sono salito, il bus era giá carico della ventina di soci della Cooperativa Rios de Agua Viva, di Rancho Grande, che oggi si portano a visitare la Finca Santa Clara a Jinotepe, di modo che rimanevano solo i seggiolini pieghevoli da aprire per occupare lo spazio di passaggio. Scomodissimi.

Ma sono le cinque e mezza del mattino e quindi seggiolino o no, il sonno prende il sopravvento, cullato dal classico rollio del bus. (Adesso che scrivo peró c’ho un mal di schiena …)

Il campesino nica, come ogni contadino che si rispetti, é piuttosto riservato, parla poco e non fa troppo rumore. Giusto dietro di me c’é peró, fortunatamente, una signora con un certo piglio, un po’ piú loquace della media. Cosí posso sentire nel dormiveglia l’ammirazione per il paesaggio quando a mezz’ora da Matagalpa si apre sotto i nostri occhi la pianura di Sebaco. Poco dopo la stessa osservazione si fa piú pratica: “quanta bella terra piatta …”.

Dormo quasi tutta l’ora e mezza per arrivare a San Benito, crocevia nel quale é d’obbligo fermarsi per la colazione. Ovviamente desayuno tipico nica: gallo pinto, uova, formaggio, tortilla … ma il ricco buffet offre anche cosce di pollo fritte, spezzatino di maiale, salsicciotti tipo wienerli … sento che i miei compagni di viaggio non esitano a ordinarli … di conseguenza evito accuratamente di guardare nei loro piatti quando ci sediamo al tavolino … sono pur sempre le sette del mattino!

Torniamo sul bus ben rifocillati … tutti un po’ piú svegli, ma gli scambi verbali rimangono pochi e sommessi: posso continuare a godere dei commenti della signora alle mie spalle, senz’ombra di dubbi una leader del gruppo. Cosí l’ascolto spiegare che nell’estensione enorme al lato della strada devono aver seminato mais, per lo stupore della ragazza con il viso appiccicato al finestrino, abituata a vedere il mais coltivato solo per l’autoconsumo della famiglia, probabilmente, pensa, con tutto questo mais ci si sfamerebbe la quarantina di comunitá di Rancho Grande …

E vi lascio immaginare il mio divertimento quando, arrivati all’altezza di Masaya, fermi al semaforo, l’arzilla vecchietta si premura di informare tutti sul fatto che: “adesso la luce é rossa e stiamo fermi, poi quando diventa verde …”.

Un paio di battute ironiche su Ortega alla vista dei megacartelloni propagandistici con la sua faccia. Reiterati apprezzamenti, prontamente confermati dalla comare al lato, per il buono stato delle strade che stiamo percorrendo. E ci credo, dico fra me e me, … siamo nelle zone piú “sviluppate” del paese, le strade che collegano Managua a Masaya e Granada sono buone, altro che le tre ore di buche per arrivare da Rancho Grande a Matagalpa …

Poi passiamo per i Pueblos Blancos, una serie di paesi famosi perché ognuno ha sviluppato una specialitá di artigianato: la lavorazione del legno, della ceramica, la produzione di amache, i vivai di piante. Masatepe é famosa per i mobili, i punti vendita sono direttamente ai lati della strada e si vedono veramente begl’oggetti … mi aspetto i commenti della nostra Cicerona … ma invece sembra non vederli … mi chiedo se li considera tanto inaccessibili che … quei bei mobili, ben lavorati, di ottimo legno … sono cose da signori … non da una campesina come lei …

Che si eccita invece per un fiore rosaceo molto presente nella zona e di cui vuole assolutamente una piantina da portare a casa, a ogni albero coperto da questa pioggia di petali bianco-rosa esclama “guarda! guarda!”, contagiando alla fine l’intera popolazione femminile del bus, improvvisamente tutta assorbita ad avvistare il bellissimo (a mio gusto neanche poi tanto) fiore, per partecipare al coro di ammirazione collettiva …

Finalmente arriviamo alla Finca Santa Clara, un piccolo appezzamento di terreno, dove uno svizzero francese ora cinquantenne ha scelto di venir a vivere una quindicina d’anni fa con la sua famiglia nica. Poco alla volta hanno migliorato il terreno, hanno provato varie coltivazioni, hanno cercato le possibili soluzioni per riuscire a vivere della loro terra. Tra errori e successi sono arrivati ad offrire al, minuscolo, mercato del bio nicaraguense vari prodotti, in particolare le loro marmellate artigianali, che ora attraverso una cooperativa distributrice di prodotti biologici probabilmente arriveranno anche al mercato internazionale.

L’idea della visita era di vedere come con poca terra si puó, grazie alla diversificazione, all’attenzione ai mercati alternativi ai soliti café, cacao, fagioli (ad esempio la Finca produce basilico, rosmarino, origano, melanzane, menta, e varie altre erbe e ortaggi con i quali rifornisce alcuni ristoranti di Managua), e alla trasformazione dei prodotti (con le marmellate o gli altri prodotti da vasetto, tipo le melanzane sott’olio o il pesto), escogitare nuove fonti di reddito, nel rispetto della natura e del consumatore.

I produttori sembra abbiano apprezzato la visita e capito qual era l’intenzione di ADDAC nel proporgli questa escursione: stimolare la loro capacitá imprenditoriale, dargli nuove idee per aprire strade alternative, nuove possibilitá di sviluppo. Un grande problema sul percorso di riscatto delle zone rurali é che spesso la gente manca di iniziativa: c’é una tale assuefazione a ricevere ordini da qualcuno che non é abituata a sviluppare idee e progetti propri.

E’ ora di tornare. Mario, il responsabile dei progetti di ADDAC a Rancho Grande, decide, con grande saggezza, una piccola deviazione: siamo a pochi chilometri dal Mirador de Catarina, una delle piú frequentate attrazioni turistiche del Nicaragua, sarebbe un vero peccato non aprofittarne.

Banale, ma reale, il mio pensiero quando lentamente percorriamo con il bus la strada in lieve salita che porta al Mirador: in un anno e mezzo sará la quinta o sesta volta che ci vengo … accanto a me gente nica, di cinquant’anni, che magari non c’é mai stata …

Il Mirador é un punto di vista spettacolare, si vede dall’alto la forma perfetta del vulcano esploso chissá quanti milioni di anni fa, trasformatosi ora nel letto di un lago, la Laguna de Apoyo, e oltre questa, in lontananza, Granada, sulla sponda dell’immenso lago Nicaragua che si perde all’orizzonte.

Sono felice che siamo venuti qua, é un posto bellissimo. Un posto che tutti dovrebbero conoscere, e dove rimarrei ore a perdermi in questa vista meravigliosa. E’ il momento in cui mi sento piú vicino ai miei compagni di viaggio … sono sicuro che questo inebriante stordimento da vista sul mondo, sia quello che ci ha tirato per il naso a diventare esseri eretti … sono sicuro che in questo istante, senza alcun retaggio culturale, senza differenza di soldi nel portamonete, di anni di scuola, di lingue parlate, abbiamo tutti lo stesso intenso sentimento che ci allarga il cuore a dismisura a perderci nell’infinito …

… e penso che poter vedere un posto cosí, dá a tutti un’altra visione sul mondo, su se stessi, sul tempo, sul futuro. (Anche meglio della pur interessante finca Santa Clara …)

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L’esperienza di volontariato non è solo un’esperienza sociale, culturale, di vita nel senso più ampio del termine. È anche un’occasione, anzi un’ampia serie di occasioni di “cose” nuove, da fare, vivere, sentire, gustare, toccare. Un giorno mi deciderò a fare una lista però per darvi un’idea: quanti in Svizzera, il paese del cioccolato, hanno mai visto l’albero del cacao? Sanno di che colore è il suo frutto? Quanti ne hanno assaggiato i semi freschi, o seccati dopo la fermentazione, quelli che poi si trasformano in polvere e finiscono in tavolette, barrette, praline, ovetti sorpresa, conigli di cioccolato, e, come si dice adesso al posto dell’eccetera, quant’altro?

La Ritter Sport è un’azienda tedesca che produce cioccolato (avete in mente le barrette a forma di quadrato e dalle confezioni colorate?) e che ha deciso di investire in Nicaragua in varie cooperative di produttori di cacao, fra le quali alcune di quelle appoggiate da ADDAC. L’idea della Ritter è di trovare dei partner affidabili nella fornitura della loro principale materia prima, stabilendo relazioni commerciali basate sulla fiducia e il rispetto, e definite secondo criteri di equità dei prezzi e responsabilità sociale.

Il ruolo di questa relazione privilegiata nello sviluppo delle cooperative di ADDAC è indubbio, cionondimeno, come accade per qualsiasi rapporto umano, non sempre tutto può, o deve, essere rose e fiori: ultimamente le cooperative si lamentavano del fatto che alcuni sacchi di cacao venivano respinti dai rappresentanti della Ritter per un problema di gusto. Cioè non per l’insufficiente grado di fermentazione, o problemi nella fase si essicazione, per qualche muffa che può attaccare i grani o per un’insufficiente dimensione degli stessi, ma per il sapore, l’aroma, la valutazione al palato, … una questione di gusti insomma!

Ovviamente questo lascia un po’ spiazzati i responsabili della consegna dei preziosi semi, ma tant’è, non si può neanche far finta di niente: alla fine il cacao serve per fare la cioccolata, e la cioccolata si mangia, anzi, si gode, e … come diceva quello spot riferito a un noto caffè? “Se non è buono, che piacere è …”. Ad onor del vero va anche detto che gran parte del gusto viene influenzato da eventuali difetti nelle varie fasi di trattamento del cacao: da quando si taglia il frutto a quando si consegna il prodotto passa un mese in cui ogni dettaglio e ogni attenzione può avere una conseguenza sul gusto finale del grano.

E allora cosa si è pensato: bisogna inserire il concetto del gusto nel sapere delle cooperative. L’altro giorno il primo corso di degustazione di cacao: ad impartirlo, direttamente dalla Germania, la signora Schuster, esperta degustatrice dell’azienda tedesca. Ho chiesto di partecipare aggregandomi a produttori, lavoratori delle cooperative, tecnici di ADDAC, per capire fino a che punto si tratti di una questione di sesso degli angeli o di un problema reale, e dunque fino a che punto la posizione della Ritter sia condivisibile, ed eventualmente supportabile per ottenere dei benefici per le cooperative, prevedendo che la questione rimarrà ancora per qualche mese oggetto di polemica.

Dopo una breve introduzione sui gusti da valutare, sapore di cacao, tostatura, dolce, amaro, acido, eccetera, abbiamo iniziato le degustazioni preparate per evidenziare i vari difetti di cui il grano può soffrire. Ad ogni difetto si istruivano i presenti su quali comportamenti errati o disattenzioni nei vari passaggi dalla raccolta alla consegna dei sacchi possono essere all’origine di quel particolare sapore sgradevole.

Conclusioni e riflessioni della giornata:

. Tutto è relativo 1 – alla prima degustazione la signora Schuster ha preso nota dei punteggi di ogni gusto per ogni partecipante e poi ha dato i suoi. A volte io ero molto fuori perché pensavo di giudicare rispetto al cacao, invece era un giudizio “assoluto”. Ad esempio il gusto “dolce”, il punteggio 10 non era per il cacao più dolce possibile, no! 10 è lo zucchero, dunque automaticamente il cacao non potrà mai essere più di 6, nella fattispecie il cacao nicaraguense non è tanto dolce e quindi difficile che sia più di 4 … Sapendolo … Ovviamente è l’importanza di definire l’unità di misura e di riempirla di senso, e di esperienza.

. Tutto è relativo 2 – purtroppo de gustibus non est disputandum, a meno tu no ti chiami signora Schuster e mangi cacao da vent’anni … Quindi fra i rappresentanti Ritter in Nicaragua e la di cui sopra, anche se non avevano punteggi completamente differenti, spesso c’erano delle variazioni di interpretazione di uno fino a due punti … cosa che mi lascia perplesso sul proseguo delle discussioni sul tema …

. Tutto è relativo 3 ma ci sarà pur un limite – a un certo punto la Schuster sul criterio “amaro” ha dato 0.5 … per me era almeno 6!!! Cioè se la giocava col veleno a livello di amarezza quel cacao, come fai a dargli 0.5 … Per semplificare sono scaduto nello stereotipo e ho attribuito la differenza di giudizio alla sua ovvia durezza teutonica. L’avranno costretta fin da piccola a evitare il dolce per temprargli il carattere …

. E’ uno sporco lavoro ma qualcuno deve pur farlo – il seme di cacao essiccato è buono, o perlomeno a me piace, ha un gusto a metà fra un’arachide e il cioccolato fondente, tendente all’amaro … però dopo sette otto prove di cacao … non ne puoi più di mangiar cacao.

. Un’occasione – in tutta questa storia io vedo una grande occasione per i nostri produttori e per le nostre cooperative di approcciare, lavorare, incorporare, tramite qualcosa di apparentemente tanto etereo e soggettivo, un concetto fondamentale che da sempre sento sia l’elemento che faccia e possa fare la differenza fra il barcamenarsi e il realizzarsi: la qualità.

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sostiene Chilolo

Di seguito un articolo scritto per il rapporto annuale di Unité (Associazione Svizzera per lo scambio di persone nella cooperazione internazionale, http://www.unite-ch.org):

Dar credito alle persone

Sviluppo delle capacità metodologiche e sociali nel servizio di microfinanza di ADDAC (Nicaragua)

Giuseppe Aieta, 39 anni, è un volontario di Inter-Agire attivo da settembre 2009 nell’appoggio ad ADDAC (Asociación para el Desarrollo y la Diversificación Agrícola Comunal), un’organizzazione nicaraguense con progetti di sviluppo rurale nella zona nord del paese.
José Dolores Pérez, detto “Chilolo”, 29 anni, è uno dei sei promotori di credito dell’associazione. In questo dialogo-intervista fra i due si racconta l’esperienza di interazione, scambio e rafforzamento delle competenze locali (capacity development).

Giuseppe: che possibilità di formazione hai avuto nella tua vita? Qual è il tuo livello scolastico?
Chilolo: avevo interrotto le medie per iniziare a lavorare. Dal 2009 ho ricominciato a studiare, frequento il sabato: ho già potuto ottenere il titolo di scuola media. Nel 2012 dovrei ottenere il diploma di tecnico agricolo, e poi vorrei continuare con il livello universitario, per essere ingegnere agronomo, se tutto va bene, nel 2015.
Che ruolo ha avuto ADDAC in queste tue scelte di impegno e superamento?
Un ruolo fondamentale, l’associazione incentiva molto lo sviluppo personale e appoggia chi come me dimostra volontà di migliorare il proprio grado di preparazione. E poi, oltre agli aspetti formativi è molto aperta alla mobilità interna: per chi dimostra impegno si aprono possibilità insperate. Come sai io iniziai da autista, nel 2002, poi nel 2006 mi si offrì l’opportunità di diventare promotore di credito.
Com’è la tua esperienza di promotore di credito?
Buona, sono ormai più di quattro anni che ricopro questo ruolo e mi sento di svolgerlo bene. Attualmente lavoro nella zona di Rancho Grande e gestisco un portafogli di due milioni di cordoba (centomila dollari), distribuiti fra circa duecento clienti. Oltre questo supervisiono una trentina di fondi rotatori comunali.
Come hai vissuto il mio arrivo ad ADDAC? Eravate stati avvisati prima?
Sì, ci avevano detto che veniva un cooperante dalla Svizzera per appoggiare il Programma. Io pensai in realtà che ti saresti dedicato più che altro alla sede centrale, e … che venivi a farci le pulci!
E come vedevi la cosa dunque? Come un’intrusione?
No no … ho sempre pensato che, per migliorare la critica costruttiva fosse fondamentale, ad esempio, personalmente, ho sempre chiesto ai miei superiori di avvisarmi quando facevo degli errori, e quindi la possibilità che tu venissi a esaminare il lavoro del Programma la vedevo molto positivamente. Poi il fatto che tu venga da posti dove le visioni sono più ampie, i livelli di istruzione e professionalità maggiori, ovviamente può portarci molto.
Inizialmente comunque, come avevi immaginato, lavorai più con il direttore del Programma …
… sì, poi però ci facesti fare uno studio dettagliato di tutti i nostri clienti in mora e … mi costrinsi ad andare a trovare produttori che nemmeno conoscevo, perché il credito non gliel’avevo concesso io, erano in zone lontane, non avevano mai pagato le loro quote, erano crediti piccoli … con un po’ di conformismo avevo sempre puntato a recuperare i morosi con somme più importanti, consideravo che il costo di recuperare certi crediti non valesse la pena. Invece mi resi conto che c’era gente onesta, interessata a onorare il debito: semplicemente io non gli avevo dato sufficiente attenzione.
Da lì i nostri rapporti divennero più intensi, in particolare da quando si introdusse la pratica dei rapporti mensili sull’attività nella zona: ora ci rendiamo conto come il tuo intervento sia venuto a darci un certo ordine, a rendere più efficiente il nostro lavoro, a introdurre e sviluppare il concetto di pianificazione. È stata un’orientazione, avere una miglior direzione: come quando ti indicano il cammino da seguire.
Anche per quanto riguarda le presentazioni in pubblico dei nostri risultati c’è stato un miglioramento evidente: prima io stesso mi annoiavo mentre leggevo elenchi infiniti di dati molto minuziosi ai colleghi degli altri reparti, che ovviamente non erano interessati a quel livello di dettaglio.
Perché pensi si necessiti di qualcuno esterno per avere quest’orientazione? Voglio dire: se tu stesso ti rendevi conto che la tua forma di presentare era noiosa o che il tuo lavoro necessitava di una miglior pianificazione, perché non hai corretto da solo il tuo comportamento?
È che a volte ci sono cose che stando immersi in una realtà non si vedono. A volte si fanno le cose in un certo modo solo perché si sono sempre fatte così. Oppure si pensa “da domani, dal prossimo mese faccio così e così …”, ma se non viene qualcuno a metterti delle regole, dei limiti, è facile adagiarsi in abitudini sbagliate.
Riassumendo, quale pensi sia il maggior apporto della mia presenza qui?
Il tuo essere piuttosto esigente ci ha dato una certa disciplina: mi ricordo ad esempio che un giorno un collega era in ufficio, già aveva salutato e stava andando, tu lo fermasti e gli dicesti: “Allora? Non eravamo d’accordo che mi avresti portato il rapporto mensile oggi?”, e lui “sì, però … è che non abbiamo avuto elettricità nella zona …” o non so quale scusa addusse … e tu gli replicasti “va bene, ma perché te ne vai senza dirmi niente?”.
Sul momento, per com’è la nostra cultura, mi sembrò un po’ troppo diretto, però devo dire che questa tua fermezza è stata fondamentale perché prendessimo con responsabilità questa parte del nostro lavoro e potessimo giungere a migliorarci come abbiamo fatto negli aspetti organizzativi: fissare già a inizio anno le date in cui dover consegnare i rapporti mensili e sapere di dover rispettare quelle date … è una specie di rivoluzione per noi.
Abbiamo avuto momenti di formazione ad hoc, ma io penso che la parte migliore è la formazione quotidiana, nella pratica: io sento di essere molto migliorato e vedo che anche gli altri promotori stanno facendo gli stessi passi avanti.
Consideri che la mia presenza qui possa avere anche degli aspetti negativi?
La tua presenza no, il mio timore è che con la tua partenza le abitudini positive che si stanno sviluppando si possano perdere: è facile tornare alle cattive abitudini se non c’è qualcuno che costantemente ci ricordi i nostri doveri.
Veramente l’idea é che questo lavoro lo continui uno di voi promotori: considerata l’esperienza che hai nel Programma, il rispetto che ti riconoscono i tuoi colleghi, l’attenzione che dimostri nel migliorare il tuo lavoro e le tue competenze, a mio modo di vedere, potresti essere proprio tu ad assumere questa nuova responsabilità! Te la sentiresti?
… con un po’ di accompagnamento iniziale, certamente! In realtà sarebbe un onore mettermi al servizio degli altri promotori.

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