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Archive for the ‘nicaragua’ Category

Da venerdì 7 marzo a mercoledì 30 aprile, al Bar Camaleonte (ex Bar Sport) di Melide (Piazza Domenico Fontana 11), saranno esposte alcune foto scattate da Simona Ponzone nella sua esperienza di volontariato per Inter-Agire in Nicaragua.

Sono foto che evocano molto … Nicaragua. Simona mi ha chiesto di scrivere le didascalie: ho lasciato che le immagini pescassero nei miei ricordi e … nella mostra troverete quindi questi due punti di vista che si intrecciano.
Locandina Vernissage

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È inevitabile, se da qualche parte vedo “Nicaragua” non posso non approfondire, non leggere più in dettaglio di che aspetto si tratti del Paese, di come si presenta, con che spirito, con quanta superficialità o attenzione. E quindi necessariamente ho cliccato sul titolo nel sito del Corriere della Sera che diceva “Nicaragua: 1.700 bambini salvi grazie a due poeti”. Ripropongo l’articolo, a firma di Salvatore Giannella, in quanto … parla di Nicaragua, di Cardenal, di rivoluzione e di poesia.

Aggiungo un’informazione importante: l’ospedale pediatrico La Mascota di Managua di cui si parla è uno dei partner nei progetti che l’associazione ticinese AMCA ha in Nicaragua (www.amca.ch).

Grazie a due grandi poeti nicaraguensi, e all’aiuto ricevuto da medici italiani, oggi vivono in Nicaragua 1700 bambini e ragazzi affetti da leucemia o tumori, che sono stati trattati con successo nel Centro di emato-oncologia pediatrica La Mascota di Managua. Devo all’incontro con Giuseppe Masera, 76 anni, per 25 anni direttore della clinica pediatrica dell’ospedale San Gerardo di Monza, una delle storie più belle e sconosciute della cronaca. Più che una storia, una favola.

Primi anni Ottanta. In quel paese del Centroamerica è da poco stata sconfitta la crudele dittatura dell’ultimo della famiglia Somoza, Anastasio. Gianni Tognoni, brillante farmacologo del “Mario Negri” allora impegnato in Nicaragua per il problema dei farmaci essenziali, fa arrivare a Monza un messaggio di Fernando Silva, medico-poeta che dirige l’ospedale pediatrico La Mascota:

“Quando facciamo una diagnosi di leucemia o di tumore, con la mia penna devo disegnare una piccola croce nera accanto al nome del bambino. Non abbiamo la possibilità di trattarlo e di offrirgli almeno la speranza di guarigione. Se potete, aiutateci ”.

Destinatario di questo appello era proprio lui, Giuseppe Masera, i medici e i genitori del Comitato Maria Letizia Verga di Monza. In quell’angolo di mondo i bambini ammalati morivano quasi tutti, mentre in Italia la sopravvivenza dei piccoli malati già superava il 70 per cento (altra buona notizia: oggi quella percentuale è salita, ce la fanno 80 su 100).

La mobilitazione di Masera e dei monzesi avviò il programma La Mascota favorendo la costruzione di un nuovo reparto a Managua, capitale del Nicaragua, e la formazione di medici attraverso la scuola internazionale di Monza, MISPHO (Monza International School of Hemato-Oncology).

Oggi la percentuale di guarigione, nel Centro America, supera il 60 per cento. E sono già, come dicevamo, 1.700 i bambini-ragazzi affetti da leucemia o tumori trattati con successo nell’ospedale del medico-poeta.

Ma passi avanti si sono avuti non solo sul fronte delle cure. Masera ritiene che i bambini malati di leucemia sviluppino una grande creatività, sensibilità e facilità di espressione. Fu così che, incontrando il grande poeta latino-americano Ernesto Cardenal, classe 1925, sacerdote protagonista della rivoluzione in Nicaragua del 1979, e tra i massimi esponenti della teologia della liberazione (per questo fu sospeso a divinis da Giovanni Paolo II) gli propose un progetto che prevedeva l’insegnamento della poesia ai bambini malati di leucemia. Secondo Masera l’esperimento dei laboratori di poesia poteva avere un alto valore terapeutico e rappresentava una sorta di piano-pilota, estendibile a tutta l’America centrale e, sogno dei sogni, a Milano “per persone normali con l’aiuto dei poeti”. Fu così che Cardenal (già ministro della Cultura a Managua e già candidato al Premio Nobel) iniziò la sua avventura poetica con i bambini.

Racconta Cardenal, del quale esce in questi giorni in italiano il Cantico cosmico edito da Raiuela e curato da Milton Fernàndez:

“La capacità di scrivere di questi bambini è incredibile: si trovano nel giardino dell’ospedale a scrivere o a dettare e descrivono a me e agli altri poeti che mi aiutano gli animali come se li avessero davanti agli occhi. Le loro poesie parlano della nostalgia per i loro villaggi ”.

Villaggi che, fino a qualche anno fa, quando la diagnosi era accompagnata dalla piccola croce nera, non avrebbero più rivisto. E che ora, invece, grazie all’alleanza tra medici e poeti capaci di credere nei sogni, rivedono 1.700 bambini finalmente guariti.

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Traduzione in spagnolo del post “il giornale” pubblicato il 30 luglio 2013.

Pequeño cuento libremente inspirado a hechos y sensaciones realmente vividos.

El chele se lo leyó todo. Artículo por artículo. Luego, después de sacarle una hoja, empezó a reordenarlo, como a querer rebobinar el tiempo, y el viento, y regresar las hojas de papel a su estado inicial. Lo logró más o menos. Más menos que más.

De repente se da vuelta y me dice: “quiere leer?”. Tomo el periodico. No sé que hacer. Lo abro. Decido fingir leer. Casi inmediatamente me siento ridículo. Lo doblo. Lo doblo otra vez. Ahora tengo este rollo de papel entre mis manos. Me siento incomodo.

Si lo pongo aquí en frente, en la bolsa del asiento donde ya he dejado la lata de coca-cola el chele se va a ofender? Y … no será que el chele lo va a querer de vuelta? No … creo que no: ya he visto otras veces que después de leer los periodicos la gente solo los deja botados en el asiento o en el piso: evidentemente no tiene que ser tan importante lo que está escrito.

Que hago?? … Eso! Porque no lo he pensado antes!? Ahora se lo paso a la Yasira … ella sabe leer. Quizas le interese y luego se lo llevamos a mi abuelito.

Nada, no tiene que haber nada de interesante en esos periodicos: ella también lo dobla enseguida. O puede que sea un poco más complicado que leer los mensajitos que se envian sín parar con su novio, por la noche, cuando se aleja de la casa para ir en el solo punto de la finca donde hay señal. Y se queda allá hasta que es todo oscuro y mi mamá le grita que le va a pegar si no se regresa enseguida a la casa.

Ya estamos en Las Palomas. Desde que el Comandante nos hizo la carretera vamos más a menudo a San Carlos o a Juigalpa: cualquier excusa es buena para ir de paseo. Y las dos horas de camino que nos esperan bajados del bus me valen.

En media hora va a anochecer. Caminando como siempre jodo a mi hermana por todos esos mensajes que se envian con el novio. Seguro el tiene otras diez le digo. Ella se molesta. Quedamos sín hablar hasta la finca.

Cuando casi llegamos le robo el periodico de las manos, quiero ser yo el que se lo da a mi abuelito: sé que estará feliz del regalo. El tampoco sabe leer … pero le recuerda aquellos tiempos de la guerra, cuando no había papel higiénico y solucionaban con lo que encontraban.

Gracias me dice, antes de encaminarse a la letrina.

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Piccolo racconto liberamente ispirato a fatti e sensazioni realmente vissuti.

Il chele se lo lesse tutto. Articolo per articolo. Poi, dopo averne staccato una pagina, iniziò a rassettarlo, come a voler riavvolgere il tempo, e il vento, e riportare i fogli di carta come stavano all’inizio. Ce le fece molto più o meno.

Di sorpresa si volta e mi dice “vuole leggere”. Lo prendo. Non so che fare. Lo spiego parzialmente. Decido di far finta di leggere. Quasi subito mi sento ridicolo. Lo ripiego. Lo piego ancora. Ora ho sta specie di rotolo di carta che mi scotta fra le mani.

Se lo metto nella tasca del sedile insieme alla lattina bevuta il chele si offenderà? Ma poi chissà il chele lo rivorrà indietro? No … non credo: ho già visto altre volte come funziona: dopo che leggono li lasciano in giro, sui sedili, sul pavimento … Non dev’essere poi così importante quel che c’è scritto …

Che faccio?? … Idea!! Adesso glielo mollo a Yasira … lei sa leggere. Magari gli interessa pure, così poi glielo portiamo al nonno.

Non dev’essere per niente interessante. Anche lei l’ha ripiegato subito. O forse è più difficile da leggere che i messaggini che si mandano a ripetizione con il suo ragazzo quando la sera se ne va nell’unico punto della finca dove c’è segnale, e rimane finché fa buio, e la mamma deve minacciarla di passargliele per farla rientrare a casa.

Già siamo a Las Palomas. Da quando il Comandante c’ha fatto la strada ci andiamo più spesso a San Carlos o a Juigalpa, anche solo per fare un giro, qualsiasi scusa è buona. E queste due ore a piedi che mi aspettano non mi importano.

Scendiamo dal bus. Fra mezz’ora sarà buio.

Camminando come sempre prendo in giro mia sorella per tutti quei messaggini col ragazzo, che sicuramente ne ha altre dieci gli dico. Lei si arrabbia. Rimaniamo senza parlare fino alla finca.

Arrivati, gli strappo il giornale dalla mano. Glielo do al nonno. So che gli fa piacere. Neanche lui sa leggere .. ma gli ricorda i tempi della guerra, che quando non c’era carta igienica usavano quel che trovavano. Grazie, mi dice, prima di incamminarsi alla latrina.

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La Esperanza

Gli uomini e i ragazzi si muovono a cavallo. Le donne si affacciano dalle porte o sono al fiume a lavare i panni. I figli si divertono tuffandosi intorno.

C’è un uomo che usa un ventilatore per togliere le impurità dai fagioli: li versa da un secchio di plastica a un altro lasciandoli passare davanti al ventilatore di modo che tutto ciò che è più leggero dei fagioli vola via.

Dalla scuola come sempre risa e voci festose.

Un ragazzo in strada chiede a una ragazza se ha fatto i compiti di spagnolo. La classica scusa per dire qualcosa alla ragazza che ti piace.

In un chioschetto dove mi fermo a bere un succo le giovanissime sorelle che servono nel frattempo fanno i compiti.

Da questa posizione privilegiata allargo lo sguardo per una panoramica sul centro della comunità:

la iglesia de Dios da la bienvenida …

c’è un centro di raccolta di rifiuti inorganici che apparentemente raccoglie anche organici …

la piazza è un rettangolo di cemento con porta di calcio e canestro in una sola struttura metallica, ovviamente senza reti.

Ora le ragazze del baretto parlano di sintomi della gravidanza. Non capisco se una delle due è già incinta. Avrà 15 anni.

L’altra mette in ordine il bugigattolo. Ma questo lo scrivo solo perché non so che fare e sento lo sguardo della prima addosso.

Arriva un gruppo di ragazzi probabilmente interessati alle due ragazze.

Musica dal cellulare.

Le due ragazze si chiamano Julia (quella che fa i compiti) e Daniela (quella che ora pulisce gli scaffali).

Ho finito il mio succo però non ho voglia di andarmene, voglio vivere ancora un po’ questa dinamica da adolescenza di piccolo villaggio disperso.

Hanno acceso la televisione però senza volume.

I ragazzi di prima sono andati.

Altri sono arrivati.

Ho chiesto un altro succo.

Cercano Julio.

Ora è venuto un signore a comprare due sigarette.

La ragazza regala agli amici due pacchetti di patatine perché sono schiacciati.

Quando questi se ne vanno li lasciano là.

Arriva un bambino e chiede due caramelle.

Ha aumentato il volume della tele, c’è un programma di medicina.

Un ragazzo che è rimasto, scherzando con quella che fa i compiti fa cadere qualcosa dietro al frigo dei gelati.

La ragazza che pulisce stacca la spina. Poi muove il tavolo. Muove il frigo. Si piega. Recupera un foglio di carta. Tutto questo senza nessuna rimostranza verso chi gli ha provocato questo piccolo fastidio.

Poi ricomincia a spazzare come una specie di Cenerentola. Cenerentola tropicale.

Viene il rappresentante dei prodotti da bar. Offre alla ragazza patatine, cicche, caramelle, biscotti, la mitica maruchan: una terribile zuppa industriale que si scalda al micro-onde molto apprezzata dai nica (soprattutto per curare la sbornia).

Fa un ordine di 758 cordobas (una trentina di dollari), che gli pagherà alla consegna?

Questo l’ho scritto solo per guadagnare tempo e aspettare che il rappresentante se ne vada.

Ma ormai sarà un’ora che sono qua. E non mi sembra il caso di farmi un terzo succo Tropical alla guayaba.

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San Juan de Nicaragua ha la classica sindrome dei posti alla fine di qualche mondo. Ad almeno 5 ore di barca dal Castillo, e isolato dal vicino Costa Rica dall’irrigidimento dei rapporti fra i due Paesi per le questioni territoriali legate al fiume San Juan, ex inglese, forse spagnola, non ancora creola … vive abbandonata a se stessa, come fosse l’unica comunità umana sopravvissuta a un’esplosione nucleare.

Già mare, ma non ancora isola, punto di incrocio fra l’acqua dolce del fiume e quella salata dell’oceano. Spettatrice distratta della lotta infinita fra la sabbia del mare e y detriti del fiume.

La località, alla quale si accede solo via mare o fiume, si visita facilmente passeggiando su una passerella di cemento che da l’accesso ai quattro angoli del paese, e lascia presagire i copiosi acquazzoni che devono colpire nella persistente stagione delle piogge che a queste longitudini dura quasi tutto l’anno.

Sono l’unico viaggiatore nella comunità. L’idea sarebbe di risalire la costa fino a Bluefield, però pare che non ci siano trasporti regolari: si deve aspettare che qualcuno organizzi un viaggio per andare a far compere o che il comune mandi a prendere l’acqua per il villaggio (siamo nei mesi secchi).

Fatto un paio di giri a piedi, decido di cercare una guida per vedere se si può organizzare qualche escursione. Incontro Raul che mi elenca le varie opzioni ed i prezzi … che ovviamente lievitano enormemente per il fatto che sarei il solo cliente.

Poi mi dice, guarda domani devo andare a portare una persona all’aeroporto, e quindi saremmo già a buon punto per una delle escursioni: posso proporti un prezzo più basso dato che pagheresti solo il carburante necessario per il ritorno.

L’indomani passo a confermare che sono interessato all’escursione ma Raul mi dice che alla fine ci sono varie persone che vanno all’aeroporto, quindi deve prendere una barca più grande, e il costo di carburante per l’escursione salirebbe …

Visto che sembra un tipo a cui piace chiacchierare e che di fatto la comunicazione scorre fluida gli chiedo se posso solo accompagnarlo: io non ho nient’altro da fare, ne approfitterei per fare un giro in barca e gli farei un po’ di compagnia.

Ovviamente io mi immagino che lui debba portare un po’ di persone all’aeroporto, da poco costruito per teoricamente favorire il turismo nella zona, e poi gli tocchi tornare da solo a San Juan.

Mi dice che non c’è problema e che partiamo dopo un’ora. Mi presento puntuale e andiamo insieme alla barca. Raul mette il carburante e prepara l’imbarcazione, mentre continuiamo a parlare del più e del meno: la situazione e i problemi della comunità, la mia esperienza nicaraguense, la vita in Europa, eccetera.

A un certo punto … inizia ad arrivare la gente … un po’ alla volta si riempie tutta la barca di qualche anziano, qualche adulto e … molti bambini … quasi immediatamente mi rendo conto che a viaggiare sarà solo una delle signore dai capelli bianchi … e il resto? il resto sono praticamente tutta la famiglia di Raul figli, nipoti, zii, zie, cugini, eccetera. Li conto … siamo quasi una trentina di anime …

Mi ritrovo quindi intruso in una situazione che dovrebbe essere di intimità familiare … ma ormai sono in ballo e mi tocca ballare, e comunque la famiglia è simpatica e allora … ci facciamo sta gita in barca … per andare a portare la vecchia zia all’aeroporto.

A quanto pare la signora vive negli Stati Uniti e questa era l’ultima volta che veniva a trovare i suoi parenti in Nicaragua: l’età ormai avanzata non gli permetterà più di viaggiare.

Attracchiamo al porticciolo dell’aeroporto e camminiamo fino all’accesso alla pista.

Le donne piangono, gli uomini rimaniamo fuori da quest’aeroporto in piena giungla. Seduti a parlare del più e del meno nell’attesa di vedere il velivolo alzarsi nel cielo per un ultimo saluto con la mano. Si raccontano aneddoti. Per lo più storie di mare.

Raul racconta di quando suo padre si perse, sbagliarono rotta e non avevano sufficiente carburante per tornare indietro. Quindi rimasero in balia delle correnti … fortuna volle che dopo un paio di giorni drammatici furono spinti verso la costa …

Con l’aereo ridotto a un puntino fra le nuvole la tornata allegra baraonda risale in barca. Asciugate le lacrime, tornano gli scherzi, i sorrisi. I bambini si muovono irrequieti come naturale. Gli adulti gli dicono di stare seduti e non esporsi troppo dalla prua. Di non litigare. Di fare i bravi che se no la prossima volta non ce li portano più …

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Scendendo il Río San Juan succede qualcosa di strano. Era/è l’obiettivo principale della prima parte del mio viaggio. Non tradisce le aspettative: è un posto fantastico. A partire da quando nasce all’altezza di San Carlos, che il lago si infila in un imbuto ed è fiume. Un momento intenso. Preciso.

Navigarlo ti da un senso di avventura. E poi Boca de Sabalos con il suo senso. E il Castillo con il suo. E più giù lo sbocco del Río Bartola sembra aprire a un mondo fantastico e misterioso.

A un certo punto però la scena diventa surreale. Come ascoltare un discorso tappando e stappando rapidamente le orecchie con le dita. O mettere e togliere occhiali colorati. O il mondo con o senza musica.

Scendendo il fiume di colpo si vedono il passato e il futuro. Del fiume? Della terra? Della razza umana? Il rosso e il verde. La slanciata elevazione della vita. La piattezza terra-terra della morte. L’ottimismo, che punta verso il cielo. E il realismo di scavarci la fossa con le nostre stesse mani.

Quando la sponda destra da nicaraguense diventa costaricana, d’improvviso il verde che non si stanca di esplodere dal pelo dell’acqua su fin dove l’energia del sole e dell’acqua lo possano spingere, lascia posto alla terra rossa.

Mi immagino di essere su un elicottero e vedere questa profonda ferita nel paesaggio.

Si tratta di una strada. Una carreggiata che il Costa Rica, probabilmente per sottolineare la proprietà di quella riva del fiume, ha deciso di tracciare in modo tanto sfregiante.

(se avessero voluto solo costruire una strada perché non l’hanno fatta anche solo un chilometro più dentro, nella foresta, perché dover mostrare questo scempio al mondo in modo tanto sfacciato?)

e quindi, seduto nella barca non posso smettere di girare la mia testa da un lato e dall’altro, in continuazione, come se stessi guardando una partita di tennis. Il fiume a fare da rete …

Da un lato quest’interminabile ferita di terra rossa e spogliata anche del più piccolo cespuglio. Dall’altro la riserva protetta dell’Indio Maiz … con la Natura che esplode in tutte le sue forme, con alberi, rami, arbusti, liane, foglie, che si affollano uno sull’altra, come a voler dire “io! io!”. E si spintonano. E si accarezzano.

Alberi come cattedrali … È veramente un santuario, penso in quel momento. Non riesco a trovare altra parola. Come le cattedrali furono e sono una dimostrazione del meglio delle capacità tecniche e artistiche dell’essere umano, così mi appaiono, con lo stesso sentimento di stupore da magnificenza e sacralità da concentrazione esplosiva di intelligenza, questi alberi infiniti. Un urlo della Natura lanciato verso il cielo.

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