In questi giorni di bilanci sull’anno appena passato, i giornali stanno pubblicando varie inchieste, o dati statistici su diversi aspetti della vita sociale ed economica dei nicaraguensi: prendiamo lo spunto da questi dati per alcuni commenti, considerazioni, previsioni sul presente e sul futuro del Nicaragua.
Passato – presente: il consenso politico
Una pietra angolare del ragionamento è l’inchiesta, a due mesi dal voto, sulla percezione che ha la popolazione rispetto alla correttezza del processo elettorale: alla domanda “Daniel Ortega ha vinto o ha perso le elezioni?”, il 79.4% dice che ha vinto, il 17.9% dice che ha perso e il 2.6% non risponde.
Alla domanda “i risultati erano corretti o manipolati?”, il 65.6% dice che i risultati erano corretti, il 31.4% che sono stati manipolati e il 2.9% non risponde. Praticamente abbiamo una certificazione dell’esattezza dei risultati dato che queste ultime percentuali coincidono quasi perfettamente con quelle dei risultati elettorali stessi: l’unica conclusione alla quale si può giungere è che chi ha perso … non sa perdere! E quindi dice che ha perso per i brogli …
Altra conferma dalla stessa inchiesta: alla domanda “nel periodo di governo appena trascorso il Paese è avanzato o retrocesso?”, il 69.9% sostiene che si è avanzato, il 20.7% dice che il Paese è rimasto sul posto, il 5.8% che è andato indietro (il 3.7% non risponde).
E ancora meglio, in un altro sondaggio si chiede “come è evoluta la situazione economica della sua famiglia nel periodo di governo?”, se per il 53.2% è rimasta uguale, per il 38.1% è migliorata, mentre per un 8.6% è peggiorata (lo 0.1% non risponde): abbiamo dunque un netto di quasi il 30% della popolazione che ha visto migliorare la propria situazione economica nel corso della legislatura.
Presente – futuro: il modello economico
Nel 2011 le esportazioni sono cresciute del 23% e ammontano a 2’346 milioni di dollari. Ai primi dieci posti della classifica dei prodotti esportati troviamo: carne, caffé, oro, zucchero, maní, gamberi, formaggio, latte, aragoste, oli vegetali. Le prime due voci, carne e caffé, rappresentano il 37% di tutte le esportazioni nazionali. Se aggiungiamo l’oro arriviamo al 52%, e con lo zucchero al 59%. Appare evidente come il grosso dell’economia del Paese, oltre a essere dipendente da poche voci, é puramente estrattiva: non c’é valore aggiunto.
E senza valore aggiungo non c’é sviluppo economico, né possibilitá di contrattare ad armi pari sui mercati internazionali: si produce materia prima perché gli altri la lavorino, e ce la rivendano appropriandosi della parte con maggior valore.
Prendiamo per esempio la Svizzera, dati del 2010: esportazioni di merci per 193’480 milioni di franchi: chimica, macchinari ed elettronica,orologeria, strumenti di precisione, metallurgia, derrate alimentari-bibite-tabacco, materie plastiche, industria della carta e delle arti grafiche, industria tessile, industria dell’abbigliamento.
Da questo punto di vista non si nota nessuna inversione di marcia, nessuna politica che metta in discussione questo modello. Non c’é stata nei cinque anni passati e non si annuncia per i prossimi cinque anni.
Futuro – futuro: i nodi da sciogliere
I giovani fra i 10 ed i 24 sono circa due milioni e rappresentano quasi il 40% della popolazione. Di questi quattrocentomila sono in situazione di né-né: né studiano né lavorano, il che equivale a un 20% di giovani inattivi. Questo dato però è una media che comprende la fascia di età dai 10 ai 14 anni, dove teoricamente si dovrebbe essere ancora alle scuole medie, ma che già vede un 7.2% di né-né, (oltre a un 5.2% di lavoratori e un 7.5% di studenti-lavoratori). Dai 15 ai 19 anni i né-né sono il 24.7% e dai 20 ai 24 il 31.5%.
Che futuro può avere un paese in cui un terzo dei ventenni è già fuori gioco? La politica di redistribuzione della ricchezza in qualche modo seguita dal governo con educazione e salute gratuita e vari piani sociali, sulla quale si é costruito il consenso, sarà sostenibile a medio termine se nel frattempo non si incrementa la ricchezza stessa via l’aggregazione di valore alle produzioni nazionali? Si riuscirà a dare un cambio di rotta per cui chi è ora nella fascia dai 10 ai 14, o meglio ancora dai 5 ai 9, non debba finire né-né una volta ventenne alle stesse percentuali attuali e dover poi inevitabilmente scegliere di emigrare?
L’emigrazione: un altro dei grandi drammi nazionali, il 70% dei nicaraguensi ha un parente che lavora all’estero, frutto inevitabile del modello di cui sopra, sul quale nessuno si pronuncia. E sul quale non si intravvedono misure volte ridurre questa continua emorragia di essenza vitale che silenziosamente ma costantemente fluisce, dalle vene aperte del Nicaragua.