L’Università UNAN di Matagalpa ci propone di collaborare in un progetto di produzione di biodiesel a partire dalla jatropha curcas, meglio conosciuta in Nicaragua col nome di tempate.
Si tratta di una pianta molto resistente alle condizioni climatiche più avverse. Anzi nelle difficoltà produce più frutti. Dai cui semi si estrae l’olio combustibile.
In Nicaragua si era tentato un importante investimento parastatale negli anni ’90 per produrre biodiesel dal tempate, il progetto fallì per ipotesi eccessivamente ottimistiche sui rendimenti di produzione e soprattutto per il ritorno del costo del diesel fossile sotto il dollaro al litro che rendeva automaticamente meno interessanti le alternative non fossili.
Il discorso tempate sarebbe lungo e affascinante, la cosa essenziale da sapere è che ci vogliono cinque anni prima che la pianta inizi ad avere dei rendimenti sufficienti per vederne la redditività economica. È proprio questo il nodo cruciale che vorremmo sciogliere prima di imbarcarci in un tentativo di diffusione della pianta fra i nostri produttori (l’interesse sarebbe di dare un’ulteriore alternativa produttiva alle famiglie contadine), quindi andiamo, Julio, Otoniel ed io, a nome di ADDAC, Faru e Virginia per l’UNAN, a fare quattro chiacchiere con Markus, un rappresentante della cooperazione tedesca che ha una lunghissima esperienza investigativa sul tema.
Markus collabora con il politecnico La Salle di Leon, è lì che ci accoglie con il suo team di tre persone. Nella sua presentazione appare evidente la grande passione per il tema, ma anche un certo pragmatismo non so se tedesco o frutto delle tante sconfitte raccolte sulla questione: il problema è sempre lo stesso, nessuno, a cominciare dalla stessa cooperazione internazionale, che nei suoi progetti pretende di vedere risultati con scadenze massime di tre anni, ha la pazienza necessaria a concretizzare il sogno jatropha …
È interessante immergersi in questa mattinata di vita “accademica”, di logica da ricercatori, in questo rosario di successi e insuccessi nei vari esperimenti sia agronomici, sia tecnici (per quanto riguarda il processo di estrazione dell’olio o l’adattamento dei motori per l’utilizzo dell’olio stesso).
A pranzo Markus ci parla del suo altro grande tema di ricerca: i motori ad idrogeno … Anche qui ci coinvolge col suo entusiasmo e con la valanga di informazioni che ci fornisce senza soluzione di continuitá. Quella che piú mi colpisce è, parlando del potere delle lobby automobilistiche e petrolifere: “ogni volta che trovo in internet qualche iniziativa imprenditoriale o di ricerca sul tema … dopo un po’ sparisce …”.
É finalmente ora di andare a vedere una piantagione di tempate. Con il bussino tipo scuola elementare, ovviamente con scomodissimi sedili laterali, che ci ha portati da Matagalpa, prendiamo una strada polverosissima, di quelle che dalla periferia di Leon puntano verso i vulcani.
Ai lati della strada puro latifondo. A un certo punto incrociamo un funerale. Accostiamo per far passare il corteo. La bara bianca mi ricorda le foto della Fondazione La Isla … una storia che non ho ancora raccontato, ma che vorrei pubblicare presto.
La polvere sollevata dai nostri due mezzi rimane per larghi tratti sospesa nell’aria. Qualcuno si porta alla bocca un fazzoletto.
Proseguiamo fra i campi a perdita d’occhio. Canna da zucchero e manì (arachidi). Manì, canna da zucchero … e polvere.
Secondo un modello che ha dato alcuni frutti in Ecuador, tre anni fa si è iniziata una collaborazione con un imprenditore di media grandezza che ha coltivato una parte delle sue terre a tempate e che gestisce la trasformazione dei semi in olio. Intorno a questo “polo” si sono riuniti una quarantina di piccoli produttori.
La piantagione che visitiamo ha tre anni. Purtroppo fra pochi mesi non ci sarà più. Delle 300 manzanas (una manzana = 0.7 ettari) che l’imprenditore aveva in quell’area, 25 erano state concesse all’ “esperimento” tempate. Il resto era coltivato a manì.
Ma è arrivato l’Ingenio San Antonio, il maggior produttore di zucchero del Nicaragua, azienda in mano alla famiglia più potente del Paese: i Pellas, gli ha fatto una buona offerta per farsi affittare la terra … ha specificato che ovviamente anche le 25 manzanas di tempate dovevano entrare nel pacchetto e … fra pochi mesi sarà tutta canna da zucchero …
Al ritorno incrociamo alcune persone che tornano dal funerale. La strada sembra ancora più polverosa di prima. Sarà l’effetto del sole più basso che ci fa vedere meglio le particelle di terra che galleggiano nell’aria.
Il sole meno forte ha popolato i campi di manì di gente. Accovacciata, razzola la terra recuperando il manì sfuggito ai macchinari. Gli si concede di entrare nella proprietà a fare questo lavoro. Se raccolgono un quintale gli danno 300 C$, 13 dollari. Ma normalmente in un giorno si riesce a raccogliere 30-80 libbra, che equivalgono ad una paga di 4-10 dollari. Sul mercato internazionale il quintale (cento libbra) si vende a 82 dollari.
Nel campo accanto si sono infilati tre quattro maiali. Speso si vedono maiali andare liberi per le strade sterrate del Nicaragua. La gente che vive ai bordi delle strade polverose li lascia andare cosi, intorno agli stessi bordi della strada, a mangiare quel che trovano.
Non noto differenza fra il razzolare delle persone e il razzolare dei suini. In mezzo alla polvere si sopravvive come animali.
Evidentemente tirare una striscia d’asfalto che permetterebbe un notevole miglioramento delle condizioni di vita delle persone che vivono lungo la strada da cui i prodotti partono su camion strabordanti, non risponde alle esigenze costo/beneficio dei grandi proprietari. E quindi questa gente continua a vivere nella polvere. In una simbiosi totale e avvolgente con la terra. Proprietá privata dei padroni, come tutto ció che respira e si muove, vive e muore in quelle aree. Polvere siete, e polvere ritornerete … ok … ma anche polvere respirerete ogni secondo del giorno e della notte … mi sembra un po’ eccessivo …
… e quindi la prossima volta che mangerete una spagnoletta … che vi vada un po’ di traverso … o che almeno vi lasci in bocca, in fondo alla gola un gusto secco di polvere.